Mi raccontano di quando era pulito. Che in tre, il giorno di chiusura, si armavano di scopa e spazzolone, e detersivi.
Ora la direttiva è: se svieni, non svenire. Perdere conoscenza in piedi è meglio che contrarre il colera. Se ci rapinanassero e ci ordinassero di stenderci a terra io preferirei la pallottola, dico. M. mi dà ragione.
L’altro giorno ho spostato uno scatolone di polistirolo. C’era un mucchietto grigio. L’ho spazzato via e quello s’è mosso, è corso ovunque, s’è sparso in ordine geometrico. I vermi hanno una loro eleganza matematica.
Mi passa la fame. Non riesco più a mangiare. Prendo un panino, mi chiedo chi lo abbia toccato. Che cosa avesse toccato prima di toccare il pane che tocco io.
Non si può vivere, così, non si può, dice M. Gli do ragione. Lancio detersivo per i piatti ovunque, sul pavimento. Con la canna faccio schiuma, la spargo anche negli angoli più lontani. I tensioattivi combattono contro pattume, macchie, intestini secchi incollati alle piastrelle. Ma perdono.
Eppure il mare dovrebbe essere così asettico. La concentrazione di sale automaticamente dovrebbe disinfettare. Nel Mar Morto i germi sono i più puliti del mondo, credo.
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Stamattina, appena sveglia, ho pensato, in un percorso tutto mio, di quelli che è difficile seguire già se li si pensano, figuriamoci a spiegarli, spiegarli poi a chi, quando in fondo il mio letto, che è un letto a una piazza e mezza antico, del primo barocco piemontese, del milleottocento, di certo non un letto ikea, dove prima di scegliere un materasso devi sorbirti i tovaglioli, i bicchieri, i pelouches, il self-service svedese, dove trovi anche le piadine col salmone, di quei salmoni che ti chiedi erano ancora nel mare o già risalivano il fiume, perché se risalgono il fiume si trasformano, la mascella si uncina, diventano dei mostri, come in un film dell’orrore, di quelli che al cinema non vorresti mai vedere ma il fidanzato ti ci porta, non aveva alternative per la serata, io invece la sera amo stare sul divano, mi piace la televisione, avere a portata di mano da smangiucchiare, anche se dovrei tenermi per la linea, ho ormai quarant’anni e devo iniziare a risparmiarmi, mentre a venti l’imperativo era regalarmi anche se non mi si voleva, del resto nessuno mi ha mai rifiutato e, come una spirale perversa, più mi davo più mi prendevano, e io prendevo a mia volta, prendevo di tutto, come all’ikea, dopo le cucine, le maniglie, le scrivanie, trovi il ristorante e, se ci sono ancora, ordini la piadina al salmone e poi, come stamattina, mi sveglio e mi chiedo: ma se non la digerisco, cosa cazzo continuo a mangiarla, ’sta piadina?
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Inizia l’estate e lo vedi dalle scarpe. C. le lascia a terra, disordinate, rosse, col tacco spesso e alto di legno, una fascia a tenere le dita dei piedi con un miracolo gravitazionale. F. ha abbandonato i suoi stivaletti di pelle nera per delle scarpe da ginnastica nuove di zecca, bianche, uno sbaffo nero di marketing sui fianchi. E. porta con eleganza delle decolletée a mostrare il collo del piede con le più improbabili calze che gli stilisti del collant riescano a inventarsi. P. si adatta alla sua età: mocassini bassi, grigi, il fantasmino che sbuca. I. appoggia in ballerine di vernice verde scura screpolata il suo peso eccessivo. E io? Delle snikers di tela, la punta e il tallone sporchi perché le scalzo senza neanche slacciarle. I calzini possibilmente in tinta con le scarpe.
Ma tutte alla fin fine navighiamo negli stivali di gomma bianca.
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Puoi fare cambio di giorno con me? E. dice di sì. In fondo aveva già in mente di chiedermelo lei stessa, perché han spostato il turno di riposo del suo ragazzo al giovedì anziché al mercoledì. E ora si ritrova a fissare il cellulare di nascosto in attesa di una chiamata, un messaggino, anche solo uno squillo. Lui no, non fa nulla di tutto ciò. Non raggiungibile. Ero al supermercato. Riprovi più tardi. Ero in palestra. Prema 5 per la linea libera. Ero qui ed ero là, la sostanza non cambia, tu lavori e io no e non mi faccio trovare. Tagliamo la testa al toro facendo io ed E. cambio di turno di riposo.
Lei per controllare, io per andare. A Genova.
Dicono che Genova o la ami o la odi. E, se la ami, ami anche la sua sporcizia infinita, i suoi rigagnoli di percolato, la sua eleganza vorrei ma non posso, le sue spiagge tristi con lo stradone che domina gli ombrelloni. Avere il mare in città sfasa, come avere il lago oppure una caterva di monumenti e musei assaltati dai turisti. Andiamo agli Uffizi? Ora che son finiti i giapponesini sei diventato un rotolino di alga. Una visita ai Musei Vaticani? Prevedi anche una pajata in diretta e con le trippe di qualche tedesco particolarmente grasso. Un giretto in gondola? Volentieri, dopo aver abbattuto con i remi l’ennesima americana tirata dal lifting.
A Genova, come a Milano e a Torino, non c’è niente di turistico da vedere. Gli eventi, i musei, le statue, son lì per dare un risvolto culturale, ma non per attirare. Il Castello Sforzesco noi ce lo abbiamo perché ci va e se non ci va lo buttiamo giù e ci facciamo un ipermercato con il parcheggio a silos. Se ci va. Se non ci va ci teniamo tutto l’ambaradan con i preraffaelliti nascosti nei sottotetti dei torrioni.
A Genova ci vai a trovare qualcuno. Ci vai per un funerale. Prendo il treno delle cinque e ventisette e spero non faccia ritardi o cose strane. E. gongola, ha la giornata giusta per stare attaccata al fidanzato, controllarlo, soffocarlo, comprimerlo in uno spazio tutto suo creato ad arte per avere una propria dimensione di felicità che, mi auguro mai, prima o poi si accorgerà non corrispondere alle visuali altrui. Io invece vado a un funerale, e mi stupisco di sentire questo caldo nel vagone, questo tepore lasciato dai corpi umani per andare a vedere il freddo di un corpo che ora di umano ha solo più l’involucro.
Penso alle persone che son rimaste. Vado lì per loro. Vorrei andarci per loro. Non lo so perché ci vado. Vedo con ore di anticipo la valle Scrivia aprirsi su una città che mi dà il suo bentornata, non te ne eri mai andata.
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La signora ha le mani storte. Il pollice è spostato sull’asse x rispetto all’asse y delle altre dita. L’unghia larga, con righe bianche, è girata verso me invece del sacchetto che le porgo. La pelle è abbronzata, con qualche macchia di vecchiaia. Gli occhi si stringono al peso del sacchetto, di fatica. Suo nipote, nipote perché la signora ha un’età da nonna, allunga una manina a tirare la giacca. Le dita con la carne che si piega si chiudono sull’orlo della tasca e lo tirano lentamente verso il basso. La signora si piega verso il bambino e dalla tasca escono delle chiavi e un blister di medicine. La madre, o la zia, con un braccio cinge il piccolo e con una mano aiuta a raccogliere da terra. Le sue dita affusolate, con le unghie smaltate di un rosso vivo, si incontrano sul mazzo di chiavi con l’artrite che devasta quelle dell’anziana a cui ho dato il sacchetto.
Non so cosa mi farà più male, da vecchia. Se il seno che si appoggia sugli addominali ormai vuoti, oppure perdere la vista o l’udito. Camminare lenta sulle strisce pedonali, le macchine ferme al semaforo sperano io sia già al di là, al verde, giusto per non perder tempo a denigrarmi perché ritardo la loro sgommata alla partenza.
Le mani che non ci sono più.
Macchie sul dorso. Le rughe nel palmo. Le falangi ossute premono contro le nocche e le rialzano come colline brusche.
E quando alla posta porgo una busta? Se mi cade, se la fede matrimoniale balla contro il ripiano mentre recupero la raccomandata da spedire? Se mi trema il borsellino con le monetine, signora ha trentadue centesimi? Aspetti che guardo.
E ai giardinetti, se ci passo per sbaglio andando all’università della terza età, se quei due bambini che si rincorrono senza guardare, mi sbattono addosso e io con la mia mano li tocco, se loro si ritraggono schifati, se la madre arriva e mi guarda le dita e il bracciale d’oro rosso che mi ciondola al polso me li sposta da dosso? Non è successo niente, stia tranquilla.
So’ raga-a-azzi, diceva mio marito per farmi ridacchiare.
E quando la sera, al lavandino, vedo nello specchio la mia mano sorreggere lo spazzolino da denti e sento la fatica del movimento veloce, assi cartesiani, dentifricio alla menta, ascissa, sputare, ordinata, mi cade lo spazzolino, lo riprendo, col dito raccolgo il pezzetto di dentifricio, sbatto le setole contro gli incisivi, sciacquo la bocca, sorrido, a chi sorrido, dopo tanti anni di solitudine, sì c’era l’ingegnere del terzo piano, che dopo il funerale di sua moglie mi ha accompagnata qualche volta a fare la spesa alla pescheria ma che devo fare, ha quelle mani così mosce, così tristi, senza applicazione, senza fatica, senza nulla, una volta che mi sono cadute le chiavi a terra non ha fatto mezzo passo, mentre la signora col bambino che mi si era attaccato alla giacca subito è corsa ad aiutarmi e ci siamo cozzate le dita sul pavimento, le sue lisce e forti, le mie a picchiare la vecchiaia.
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Vado a cambiarmi. Cammino coi jeans. Prima il giaccone. Di lana. È primavera ma fa freddo. Gli occhiali. Li poggio sul ripiano alto. Dell’armadietto. Su quello basso il cellulare. Le chiavi dell’auto. La borsa. Sfilo una scarpa. Poi l’altra. I calzini, dentro. Rimetto gli occhiali. Li tolgo di nuovo. La maglia. La rivolto. la metto sull’appendi abiti. Gli occhiali a guardare. I pantaloni. Ho un reggiseno nero. Gli slip neri. Via gli occhiali. La maglia. I calzettoni. I pantoloni di pile. Gli occhiali. Uno stivale. Sistemo nell’armadietto le scarpe. Un altro stivale. Il camice. Mi giro. M. è sulla porta. Che bel seno che hai. Sì, lo so.
Vado a cambiarmi. Mi trascino nei pantaloni. Tolgo gli occhiali. Li pulisco dagli schizzi. Apro l’acqua nella doccia. Sfilo uno stivale. Rimetto gli occhiali. Controllo il cellulare. Levo l’altro stivale. Tolgo gli occhiali. Sbottono il camice. Mi strappo la maglia. Mi scalcio i calzettoni. Esco dai pantaloni. Sgancio il reggiseno. Resto in slip. Metto gli occhiali. Prendo l’accappatoio. Poggio gli occhiali sul ripiano. Tolgo le mutandine. Corro nella doccia. Faccio pipì nell’acqua. Lo shampoo. Mi insapono la faccia. Sciacquo gli occhi. Il bagnoschiuma. Mi gratto le braccia. L’acqua è troppo calda. Mi sposto dal getto. Mi lavo in mezzo alle gambe. Mi insapono la pancia. Salgo sullo sterno. Passo sulle ascelle. Le spalle. La schiena per quel che posso. Mi lavo via la schiuma. Apro il box. Esco saltellando. Mi asciugo nell’accappatoio. Mi vesto. Il gel nei capelli bagnati. Il giaccone. Controllo gli orari dell’indomani.
M. è in boxer. Lo saluto. Mi chiede se gli piaccio. Gli rispondo che mi piacciono le sue mutande. Se le abbassa. Mi chiede se gli piaccio. Non guardo. Esco ridendo. Ho le chiavi dell’auto in mano.
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Dodici giorni d’assenza. Ben dodici. Cambia una vita, in dodici giorni.
Fai le ferie, quasi imposte, aggiunte a qualche pomeriggio in cui ti sbattono letteralmente fuori dal negozio perché starnutisci addosso ai clienti e sei sorda, totalmente. Così, passano dodici lunghissimi giorni, in cui scordare tutto: i codici di vendita, il tipo di gambero da scongelare, quale tonno usare per il paté. Assumi nuove abitudini, in dodici giorni. Per esempio, l’orario della pennichella pomeridiana. Quando sei in ferie ti permetti il lusso, il gioco di addormentarti all’ora e dove preferisci. Tipo le sette del pomeriggio, sulla mia sedia in cucina, a fissare il gas sotto la pentola d’acqua per la pasta.
Stamattina è stato difficoltoso svegliarmi. Ho ancora nelle orecchie il silenzio del primo mattino, al mare. Dodici giorni passano velocissimi, quando le tue ferie diventano vacanza, inaspettata, con una spiaggia che si tuffa in mare sotto un sole ventoso. In ferie di solito mi sveglio presto, molto presto. Anche prima dell’alba. Stamattina, al suono della sveglia, ho sentito un macigno risalirmi la gola, la faccia, piazzarsi nel cervello e dirmi: sono il tuo mal di testa quotidiano.
Gettando le gambe fuori dalle coperte non ho riconosciuto il colore scuro delle mie gambe. Più su, il segno bianco del costume da bagno. Ancora più su, di nuovo scuro frammezzato dal bianco.
In bagno ho guardato la mia pelle non più chiara, le efelidi sul naso. Non sono io. Ho sonno.
Vestirsi. Non dimenticare il sacchetto con i calzettoni da alta montagna lavati. Me li han venduti per un freddo da cinquemila metri: devo metterne due paia e ho freddo ugualmente.
Il cellulare tace. È senza parole, anche scritte. Tace da dodici giorni. Ha squillato un’ultima volta, E. mi chiedeva se avessi preparato la valigia. Beata te che vai in Africa: nella valigia non avevo né il casco coloniale né la carabina, ma tre paia di bikini e il set pinne e occhiali. Niente bermuda caki, ma un vestito leggero di mischio azzurro con fiori beige. Mi raccomando dai la caccia agli animatori: sempre meglio che un leone oppure un elefante, le rispondo. La ringrazio per la telefonata. Chiudo la valigia. Parto.
Lavo i denti. Bevo il caffè, il terzo da quando mi son svegliata. Ho sonno. Non trovo le chiavi della macchina. Non la uso da dodici giorni. Metto il giaccone. Non lo indosso da dodici giorni.
Parcheggiare, passare il badge, cambiarmi, ho dimenticato a casa la canotta di lana, mi arrangio come posso, doppie calze, la cuffietta, il camice: avrò freddo. Fuori piove. M. mi saluta. Gli sorrido. Mi dice che sono bellissima, abbronzata. Gli rispondo che lui lo è anche se bianco come un budino alla vaniglia. Entro in negozio e quasi svengo dall’odore di pesce: da dodici giorni mi nutro solo di carne rossa e verdure. Ci impiego dodici minuti a ritrovare i ritmi e ricordare i codici dei pesci, digitando sulla bilancia.
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La vita, l’amore, le vacche, anzi no: i pinguini.
Pinguini che corrono. Pinguini che cacciano. Pinguini che mangiano, pinguini che si corteggiano, pinguini che fanno l’amore.
Pinguini che covano l’uovo, pinguini che nutrono, pinguini che proteggono.
Pinguini che ballano con l’aringa, pinguini che osservano il tramonto ogni sei mesi, pinguini che si rincorrono sul ghiaccio.
Pinguini che si ammalano, pinguini assaltati, pinguini che muoiono.
Pinguini, pinguini, pinguini ovunque.
Oggi han messo in funzione il televisore a 42 pollici in negozio. Per intrattenere i clienti. Qualcosa di allegro, mi dicono. Qualcosa che distragga, diverta, faccia passare il tempo dell’attesa per essere serviti.
Sollevo lo sguardo mentre pulisco dei calamari freschi argentini. Alle mie spalle circa trenta persone trattengono all’unisono il respiro. Un bambino sembra sul punto di piangere.
C’è una scena con una tempesta di ghiaccio grazie alla quale almeno un miliardo di pinguini muore di freddo.
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Parliamo delle scelte che ognuno, in quanto soggetto democraticamente civile, può fare nella propria vita.
Uno può scegliere che tipo di macchina acquistare, che giacca indossare d’inverno, cosa mangiare a cena stasera.
Stasera, dice la moglie al marito al telefono, chiamandolo verso le ore quindici mentre lui sta prendendo il caffè con la collega pettoruta e sogno segreto di molti colleghi maschi, stasera quasi quasi ti faccio un bel branzino al sale. Bene, risponde il marito, gli occhi sulla camicetta della collega la quale ci gode di questo suo potere, questo portar via l’attenzione degli uomini dalle loro compagne. Sì, ma mi ascolti? Allora, va in pescheria e prendi un bel branzino, non dimenticarti anche il sale grosso ché l’ho terminato.
Il marito ha opzioni: dire che il branzino al sale gli fa schifo, asserire che non avrà tempo di passare a comperarlo perché avrà da rivedere alcuni lavori con la collega, confermare che appena timbrato correrà in pescheria a prendere la miglior spigola prodotta dalla eugenetica ittica. Tra queste, vorrebbe scegliere la seconda: la collega, coi suoi capelli lisci, neri e lucenti e quell’accento così provocante, un misto tra il nord e il centro Italia, così morbido nonché la sua camicetta che potrebbe saltare in una cascata di bottoncini che si spargono per tutto l’ufficio in un ticchettìo eccitante e pericoloso per la sua sanità ormonale, la gonna al ginocchio stretta a mostrare la zip sul fianco, i collant neri che si immergono nelle scarpe con il tacco quadrato di circa sette centimetri, né volgare né anonimo; una scelta splendida, un’alternativa a un branzino incrostato di sale economico preso dal tabaccaio.
Ovviamente il marito sceglierà di venire da me a prendere il pesce e avrà uno sguardo triste e rassegnato.
Mia madre mi ha chiamato, ieri sera. Che cosa cucini per Pasqua? Nulla, mamma, tu? Coniglio.
Io quasi svengo al solo pensarci, non lo mangio da decenni. Il mio coniglio si chiamava Adelmo, era piccolo, nero e con una macchia bianca intorno al naso rosa. Gli dicevo: salta! E lui saltava, sui zampini posteriori, gli anteriori uniti a quasi pregare di giocare con lui il più possibile. Adelmo finì in un recinto nell’agriturismo dove portavo gli animali selvatici che spesso arrivavano nel giardino dei miei, che abitano in aperta campagna -eccetto il cinghiale che un mattino di primavera, intorno alle cinque, brucava felice le petunie e le margherite di mia madre. Adelmo credo sia stato felice di correre in mezzo ai fagiani, i gatti, le galline, le pecore, le oche.
Il marito mi dice, mentre gli eviscero il branzino: sapesse che costi l’abbacchio, quest’anno, per Pasqua.
Davvero? Io non mangio l’agnello, mi viene il vomito al solo pensiero.
Avete del sale grosso? sembra ricordarsi all’ultimo di chiedermi.
No, ma qui di fianco c’è un tabacchino, lo comperi lì.
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Dopo alcuni giorni di riposo passo in negozio a salutare i miei colleghi. Perché non entrare a salutare. Perché no. No. Non si dovrebbe fare. Ma lo faccio lo stesso anche se. Se sei in riposo, oppure ferie non dovresti farti vedere. Non devi mischiare il riposo col lavoro. I tuoi colleghi lavorano. Tu no.
Passo dall’ingrosso. M., bellissimo, alto, svetta nella sua pettorina rossa cogli stivali gialli. Raccoglie da terra dei pezzi di nylon, raddrizzandosi mi vede e mi sorride. Di fianco a lui C. appare come un aborto: basso, grassoccio, la barba sfatta, i denti mancanti, lo sguardo bovino. Eppure una nostra cliente è innamorata pazza di C., del suo accento montanaro incomprensibile, delle sue mani luride con cui al bancone raccoglie i pesci, senza guanti, provocando conati di vomito nelle clienti più sensibili. M. si sbraccia, mi urla di bere un caffè assieme: gli rispondo che magari dopo, prima saluto in negozio.
Al banco i miei colleghi trotterellano da un capo all’altro con in mano pacchetti, sacchetti. L’odore mi prende, è diverso quando anche io ho il camice e la cuffietta bianchi: come se il tessuto facesse da scudo, o da spugna. E fa freddo. Mi sento a disagio, non mi sento parte di loro. Vuoi il caffè? No, grazie, magari dopo.
Dopo quando? Quando sarò a casa, a farmelo con la mia bellissima macchina espresso? Seduta sul divano a guardare il mio giubbotto che avrà interagito colla puzza del negozio? In fondo io non lo voglio quel caffè, è pure cattivo, viene giù bruciato ed è anche caro come il fuoco; in più devi bertelo in piedi, veloce e con lo zucchero che non sa di niente.
Lo zucchero viene imbustato a Nizza Monferrato, come quasi tutto lo zucchero in bustina presente in Italia. Mauro lavorava lì. O ci lavora ancora, non lo so. Mauro aveva quanti anni più di me? Cinque, mi sembra, o sei, e un impianto stereo decente nonché una buona collezione di dischi. Mauro era bruttissimo, una cosa indescrivibile: per imprinting raramente un uomo molto bello mi avrebbe attratta in seguito. Mauro fu il mio primo amore ed ebbe la sfortuna di rischiare calci nel sedere da Nizza ad Asti se mai avesse fatto tanto di dichiararsi. Ero troppo piccola. Non avevo neanche finito la seconda media. Quando comperai la mia prima gonna.
Alcune cose caratterizzano gli anni ‘80: la musica, i film adolescenziali e i colori violenti nella moda. Più violenta della gonna che mi comperai quel giorno, la prima di mia precisa scelta e abbinata a una blusa blu, c’era ben poco: era gialla girasole. Gonna girasole e blusa blu elettrico: un segnale stradale visibile da almeno trecento metri oppure una fan sfegatata del Verona Calcio.
Al mercoledì a Nizza Monferrato c’è il mercato: io comprai la gonna, la blusa e una volta a casa dei genitori di Mauro, carissimi amici dei miei, ne approfittai per indossare i nuovi acquisti. Quando uscii dalla camera da letto, Mauro sbiancò. Io arrossìi. Mia madre divenne viola. La mamma di Mauro si ingrigì. Io tornai in camera a rimettere i miei levi’s più stretti di due taglie perché di moda e, per effetto contrazione improvvisa della circolazione, svenni.
Grazie al lavoro di Mauro, in quella casa circolavano più bustine di zucchero che soldi: me ne fecero ingerire a forza tre e io con abili mosse, senza farmi vedere, sbottonai i jeans una volta rinvenuta. Sua madre mi diede una bustina da tenere in tasca nel caso per strada fossi andata di nuovo giù. Salutai tutti, con uno sguardo a Mauro particolarmente intenso e soprattutto ricambiato, due dita nel taschino piccolo dei miei levi’s a toccare lo zucchero e il pensiero che magari lui stesso l’avesse confezionato.
M. arriva con una cialda e mi trascina a bere il caffè, prende un bicchierino, la paletta, la bustina su cui legge il nome del produttore. Chiede a nessuno, ad alta voce, dove si trovi Nizza Monferrato.
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