A quaranta anni, o poco più, le preoccupazioni dovrebbero essere specifiche: la salute dei tuoi genitori, le rughe che incipiscono, i figli che fanno casini e poi ti chiamano i professori.
Invece, a poco più di quaranta anni, ti ritrovi a parcheggiare, spegni l’auto, accendi la sigaretta, riaccendi l’auto, tira giù il finestrino, rispegni l’auto, prendi la cartelletta, aprila, controllane il contenuto, chiudila, tira via la chiave dal nottolino d’accensione, apri la portiera, esci dall’auto, rientra nell’auto, reinserisci la chiave nell’accensione, accendi, chiudi il finestrino, togli la chiave, esci dall’auto, fanne la circumnavigazione, apri la portiera dal lato passeggero, prendi la borsa, prendi il libro di analisi strumentale, prendi la cartelletta, chiudi la portiera, rifai il giro dell’auto, chiudi la portiera del guidatore, pigia il tasto di chiusura, sentire le luci che scattano assieme ai nottolini, starnutire, cercare il fazzoletto in borsa, soffiarsi il naso, appalottolarlo, riporlo nella quinta taschina dei jeans, cercare i guanti, trovarli e posare le chiavi, infilarsi i guanti, ricordarsi di fumare la sigaretta accesa, guardare la sigaretta poggiata nel posacenere dentro l’auto.
La cartelletta è arancione salmonato.
C’è un freddo primaverile che ti porta gli ultimi raffreddori invernali; una scuola poco distante accentra anziani con pettorine giallo fosforescente indosso, così che uno possa individuarli meglio per stirarli.
Manca poco alle otto e mezza ed è pieno di bambini che accompagnano i genitori, e i nonni, per lasciarli di fronte all’ingresso liberi di svolgere i loro compiti d’adulti: andare a prendere il caffè, fare la spesa al discount dietro la scuola, la posta, il pane, il macellaio, la verdura, il chiosco dell’acqua comunale, cinque centesimi la bottiglia di frizzantina.
Nel bar ci sono le nonne e le mamme che non hanno più il permesso di portare i piccoli fino all’ingresso scolastico, perché poi li prendono in giro. Scavano con il cucchiaino i rimasugli di zucchero impregnato di latte schiumato. I cucchiaini fanno un rumore di povertà e di pettegolezzi.
Davanti al portone del palazzo dove devo entrare io c’è un camion che si infila, in retromarcia. Sul cassone, alcune piante. Aspetto che entri, seguo il muso del furgone, il guidatore ha mille occhi per controllare di non strisciare contro i muri.
Salgo, conosco ormai bene le scale. Danno su un balcone grande, chiuso a serra, ovattato. I fogli, sui muri, recitano orari e indirizzi. Sono seconda, c’è uno con il mio stesso sguardo che attende camminando in circolo; apro il libro di analisi, studio, pagina dopo pagina la fila si allunga dietro me e mi interrompe sempre più spesso per sapere chi sia ultimo.
Qui non si passa davanti agli altri.
Qui si rispetta la fila.
Potresti persino essere incinta, potresti essere su una carozzina, potresti svenire con un’epistassi degna di Kubrik: no, non passi avanti. Tutti i nuovi arrivati, se neofiti, vanno davanti all’ingresso dell’ufficio, guardano i fogli attaccati con lo scotch. Si accorgono degli sguardi di controllo, si rendono conto che se si aprisse la porta potrebbero entrare per primi e morire ancor prima di prendere il numerino della fila. Indietreggiano con lo sguardo basso, quasi a scusarsi.
Poi, l’ufficio apre.
Si entra.
Io sono la seconda a prendere il numerino.
Sono la seconda ad aprire una cartelletta, a compilare un modulo, a esser chiamata per completare la procedura.
Fuori, il sole è più caldo.
La scuola ha chiuso il cancello, genitori e nonni sono dispersi, gli anziani vigilantes sono a lucidare la pettorina e la paletta in attesa dell’ora di fine lezioni.
Entro in auto: la sigaretta s’è consumata e c’è come una nebbia di fumo davanti al parabrezza.
A casa, mi chiedono come sia andata. Rispondo: come volete sia andata? È andata come al solito, che a quaranta anni e poco più al mattino dovresti preoccuparti del trucco che si rovina a soffiarti troppo il naso per questo dannato raffreddore che non vuole passare, invece di andare per l’ennesima volta a iscriverti all’ufficio di collocamento, come lo chiamiamo noi di un’altra generazione.
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Sòlenne, sòlerte, sòlivo
Soleggiato sotto soltanto soli solitari
Slegati stolti snaturati slabbrati slavi
Sanno sapere sapendo saputi
Schivi schegge schiodate
Seriamente senti sentimenti seri
La ragazza del capo si finge incinta e piange perché per quest’anno s’è giocata il bonus.
Il ragazzo grasso dice che studiare non serve e piange perché quella che gli piace non gli parla.
L’aiuto macellaio fa l’acido ossalico in cantina e diserba l’edera che cresce sui muri della sua cascina centenaria.
La dipendente mobbizzata mette al banco merce avariata per dispetto
Il capo contratta per l’acquisto di un camper dell’84, diesel, a poche migliaia di euro e conta quante notti d’albergo risparmierebbe.
La sorella del capo ha orecchini nuovi.
Le mail si accavallano: come stai? Rispondimi dalle 9,15 alle 13,30 il martedì, il giovedì e il sabato ma solo di novilunio, negli altri giorni sono impossibilitato a leggere la tua risposta e comunque basta anche solo un ciao.
Ciao.
Non ho più tue notizie, come stai? Sto bene, sto bene, mangio nutella e bevo caffè e le dita corrono nervose su libri che riprendo a fatica.
Venerdì quattordici ore.
Sabato quattordici ore.
Domenica quattordici ore.
Lunedì quattordici ore.
Pina come stai, Pina come va, Pina che hai fatto ieri sera, Pina domattina vieni a far colazione con noi: alle sei e mezza, al bar e poi ci mettiamo lì, con il grembiale sporco del giorno prima a sistemar vitello e pollo e coniglio e maiale e salumi e formaggi e pasta e pane.
Sòlenne non sòlenne, la società secondo l’art. 2247 del Codice civile è il contratto con cui due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di un’attivitàeconomica allo scopo di dividerne gli utili.
La vita, in pratica.
Giuseppe, detto Dentino, ha i denti nuovi che Marisa gli deve aver regalato in questi due anni di mia lontananza dalla macelleria.
Beppe mi abbraccia per gli auguri, un po’ impacciato, la sua compagna aspetta fuori. Non è dell’Est, questa volta: fuma lenta appoggiata al carrello della spesa, mi guarda, la guardo, le sorrido.
Sono nati bambini, in questi due anni; è morta la madre ubriacona dei due gemelli detti Shining: sono molto più lavati e puliti da quando son orfani.
Sòlenne, il sabato il pane di pezzatura grande vien messo in alto. A metà, il taglio piccolo. In basso, i grissini.
Sòlenni, le briciole cadono nei cassettoni del mobile in legno che sa di farina e crusca e molliche rapprese.
Le mail si raggruppano, auguri da padrino e madrina, auguri da zio e zia, le metastasi han preso i polmoni e nonna Elena non parla più.
Non vai a trovarla? No, perché non vado e non vado e non vado. Tanto non si ricorda mai come io mi chiami, cosa vado a fare, son anche in riserva di gasolio, devo fare benzina, non ne ho voglia.
Sòlenne, studio diritto societario, rimando d’aspettare a rispondere a mail e messaggi, ascolto musica, vendo pane e mi sistemo la cuffietta sui capelli.
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Pina fai questo, Pina fai quello, Pina è tornata.
[una volta era Priscilla]
I clienti mi riconoscono, sorridono, come stai, come mai.
La mano migliora, la fettina non è più storta come il [secondo] primo giorno.
[eppure, quando il maslé mi aveva chiesto di andare di nuovo a lavorare in macelleria, per tutta risposta avevo fatto il gesto dell’ombrello]
[solo che in mano avevo il telefonino e, fantozziana, col colpo contro il poplite del braccio ho fatto volare il cellulare]
I capelli sfuggono al cappellino, le mani pulite sul grembiale, la felpa [rossa] blu si sporca facilmente e se la lavi si restringe, perché non han bagnato il tessuto prima del confezionarla. Ho una felpa taglia anni 12 e una taglia 10. Erano una M e una S.
[càpita]
Il pollo ti brucia le dita, il maiale è simpatico, la coscia è sempre una boccia da sette od otto chili per forza. Mi stendo a prenderla, le ciabatte antinfortunistiche che svolazzano dietro di me.
Mi faccia un etto di prosciutto sottile, non importa se si rompe [un etto di sbriciolato, ma sai la soddisfazione di dodici fettine di roba rosa] e anche la bresaola mi raccomando sottile.
Alle sei e mezza il cielo è nero e i sacchi della spazzatura sono rovesciati, aperti e stuprati da cani e gatti affamati.
Alle nove, il cielo è chiaro e l’aria punge la sigaretta del caffè.
Se càpita, esco a buttar cartoni o ad aprire ai fornitori oppure agli zingari che vengono a prendere la roba marcia: il cielo è sempre lì, fermo, assolato, solo.
Sullo sfondo del cortile, si muovono i vecchietti che ràvanano nei cassoni, in cerca del cibo buttato per legge, qualcosa da riutilizzare, qualcosa da fare pur di non restare in casa a fissare la propria disperazione.
Alle tredici, il cielo mi fa fretta per correre a casa a mangiare, a studiare, a guardare con le lacrime il letto comodo, riposante.
Solo di sabato il cielo, quando esco, è di nuovo nero come al mattino.
Fa meno freddo, però, anche se il parabrezza è ghiacciato
[il bòcia del maslé tenta di scrivermi Pina sul cofano, rimane attaccato alla carrozzeria per il ghiaccio]
fumo la sigaretta mentre la ventola del riscaldamento tenta di sciogliere il bianco che non mi fa vedere il nero, il lampione a guardia dei cieli che cambiano.
vi sono mancata? ci sei mancata, Pina.

[clicca sulla foto per la musichina]
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Quando abbiamo iniziato mi son dimenticata di dirti una cosa.
[no, non me ne sono dimenticata, è che me ne vergogno]
[me ne vergognavo]
Come stai?
Sto bene, cambio parrucca e ho un paio di tette favolose.
Com’è?
Son passati quasi due anni da quando è mancato, ma sto tornando a vivere, forse mi sono innamorata di nuovo.
Novità?
La mia ditta chiude tra massimo sei mesi, saremo a spasso in due perché la regola del non si mangia nello stesso piatto ce la siamo scordata e adesso il piatto s’è rotto.
Dimmi come te la passi.
Adesso che viene l’inverno mi tengono chiusa in casa ed è un peccato perché ho quattordici anni, vivo su una sedia a rotelle, non so parlare e in giardino almeno mi divertivo, ma adesso che fa freddo non posso più.
Ma da quanto non ci sentiamo?
Non so, ero ancora sposato? E chi hai conosciuto, dopo? La bionda o le due castane?
Mi son dimenticata di dirti che non mi ero iscritta a scuola per un obiettivo, ma per una scadenza.
Era sera, giravo per strada tra le colline, avevo il diavolo seduto accanto.
E, mi son detta.
Prendo la maturità e poi me ne vado.
Qui c’è un canale, svasato. Con il cemento sul fondo, il cemento sui lati, liscio, lo puliscono d’estate e quando devono recuperare qualche persona. Se ci cadi, arrivi alla centrale elettrica.
Prendo la maturità e poi vado, tanto non so nuotare e anche se lo sapessi non servirebbe. Diventi luce per le lampadine.
Prendo la maturità e vado.
Vado.
Dopodomani inizierà il nuovo anno scolastico.
Guardare il nuovo diario e sapere come vada davvero il mondo, sapere che ci son cazzi molto più amari dei tuoi non sposta di una goccia l’entropia del flusso di acqua che scorre.
Se, però, mi insegni a nuotare non mi tuffo.

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Dopo la carne c’è stata l’acqua, e la terra.
Passato un anno di sudore di carta, mi hanno detto: vai lì e impara com’è fatta l’acqua. E com’è la terra.
Ci sono andata e ci son rimasta per molti mesi.
Avevo un armadietto di ferro, il penultimo della fila prima dell’angolo: una buona posizione ma neanche troppo.
Avevo delle magliette di cotone grigio, dei pantaloni e dei camici sul cui bavero avevo scritto una B. Perché si appendevano tutti assieme, e vai a ritrovare il tuo.
Nel bagno c’era un bidet e chissà chi lo usava.
La terra la apri che è nel barattolo, infili un cucchiaio di acciaio, mescoli, pesi, aggiungi l’acqua e mescoli e poi ci trovi tutte le cose che stanno nell’acqua e nella terra.
L’acqua la apri che è nel barattolo, la mescoli con un cucchiaio, aggiungi delle cose e mescoli e ci trovi tutte le robe che stanno nell’acqua e nella terra quando l’acqua va via.
Se invece apri il barattolo del percolato hai poco da far poesia.
Se apri il barattolo delle fogne nere la poesia proprio te la scordi.
Invece il barattolo delle fogne bianche è meglio perché c’è tutta la schiuma dei saponi e dei detersivi e dei detergenti e ci sono le storie che i tensioattivi han portato via.
Ha fatto caldo, poi ha piovuto, poi ha nevicato.
Poi ho salutato tutti.
Nel mentre c’era la terra e l’acqua di libri e l’aria da guardare fuori dalla finestra.
Nel dopo è suonato il telefono e sono arrivati i colori da miscelare, da creare, da pitturare.
Ho di nuovo un armadietto, e delle magliette, e un camice che però fa troppo caldo per poterlo mettere.
Fino a quando pioverà di nuovo e, come dicono nei film di tempo che passa, le foglie diventeranno gialle.
Dopo, vedremo.
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E i capelli, Priscilla.
Legateli, fai qualcosa. Van da tutte le parti, un cliente si è lamentato che hai i ricci ovunque. Tagliateli, metti le forcine, fai tu.
E la maglia, Priscilla.
Stirala. Va bene, è successo solo una volta in cinque mesi. Però. Ecco. Non sta bene.
E i bambini, Priscilla. Io capisco che rompono i coglioni. Che quando si mettono a fare la sirena dell’ambulanza, corrono in cerchio, attaccano la lingua ai vetri del bancone sono fastidiosi, però non fare le facce.
E i clienti rompicazzo, Priscilla.
Se ti chiedono la rolata lontana che devi salire sul bancone per prenderla quando ce ne sono sei uguali vicine a te, non importa, tu stenditi e prendi quella lontana.
E poi, Priscilla.
Ci sono due clienti, madre e figlia, che si sono lamentate. Lo hanno detto a E. e poi a me, che sì, tu hai insistito per sapere chi servire per prima e loro facevano un po’ per una e un po’ per l’altra pretendendo poi tu segnassi cosa era di una e cosa dell’altra, sì, ma mi hanno detto che se ci sei tu non si fanno servire. Perché sei antipatica.
Ecco, forse la cosa che più fa male, dopo ventidue anni di bancone, è proprio quella parola: sei antipatica.
Che due stronze, che si fanno servire da tre commessi contemporaneamente, che fino a qualche anno fa avevano il cesso dietro il cortile e poi han dovuto metterlo in casa per ordinanza comunale, che vogliono i conti separati ma il concetto di “la bilancia fa un conto alla volta” non lo comprendono neppure se glielo incidi con un piede di porco sull’amigdala: due stronze aspettano tu non ci sia per farti il culo con il tuo titolare.
Priscilla, questa è l’anima del commercio.
Che tu spenda centottanta euro come due, chi ti serve non è un essere umano che stai facendo impazzire per un etto di tacchino arrosto: è un giocattolo, un servetto, spazzatura di cui parlare male quando vai poi a prendere il caffè dopo la messa che ti ha fatto sentire buona, gentile ed ecumenica.
E tu arrivi, lavori, saltelli, corri, vuole questo? che ne dice di quello? ma certo signora, le prendo la coscia di pollo e gliela pulisco se vuole anche gliela cucino, se proprio insiste gliela mangio e gliela cago anche e, senta, ha del cif ammoniacal che le pulisco il water e le cambio il rotolo di carta igienica?
Centottanta euro come due, tu non conti un cazzo, perché la persona dall’altra parte contribuisce al tuo stipendio e tu non hai diritto a nulla, solo a prendere quella coscia di pollo e far sentire il cliente come se fosse da damiani a comperare tutti gli anelli firmati da brad pitt, in blocco, la jolie in omaggio nel sacchetto.
E non importa se tuo figlio corre come un pazzo dove sono esposte le bottiglie di vino, apre le patatine, urla, passa a ditate tutte le vetrine. Non importa se vuoi la roba tagliata finissima così in un etto ci stanno sei fette di prosciutto anziché quattro e puoi sentirti un gran riccone colla tavola imbandita. Non importa se vuoi la fettina tagliata da qui e il tacchino battuto di là e la costina tagliata in tre e già che ci siamo regalami i fondini del salame.
Non importa.
Quel che è davvero importante e necessario è che tu, coi tuoi due euro ti credi più padrone della mia vita di uno che ne spende centottanta e si scusa se ti fa affettare più di tre tipi di salumi.
Per i capelli, metterò una fascia sotto il cappellino.
Per la maglia, eviterò che diluvi universalmente e che la roba lavata impieghi due giorni ad asciugare impedendomi di stirarla in tempo.
Per i bambini, pregherò un dio erodiadico che, alla seconda occasione, faccia il suo lavoro per bene.
Per le madri e figlie che attendono io non ci sia e lamentarsi, posso far ben poco.
Attendere che soffochino con un boccone di fettina al burro, forse.
Sì, potrebbe essere un’idea.
Ma, temo, il pezzente non usa il burro, semmai la margarina che costa di meno.
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Dal mattino fino il tardo pomeriggio, gli urli si susseguono provocandomi brividi lungo i bracci.
Non le braccia, ché la pelle di cappone si ferma misteriosamente ai gomiti.
Ma l’orrore mi prende ugualmente, e la tristezza, e la goduria.
I vicini di casa sono sardi. Non so se questo sia un elemento a favore o a scapito, tanto è che non parlano come nelle migliori macchiette televisive, avanzando i verbi e raddoppiando le consonanti. No. Perché i vicini di casa urlano. Così tanto e così forte e così violenti che non c’è tempo di creare un’atmosfera di carasau e pecorino e mare verde.
Urlano al mattino per andare a scuola: Lorenzostronzodovesei.
Urlano a mezzogiorno di ritorno da scuola: Lorenzostronzovieniamangiare.
Urlano il pomeriggio durante la pennichella: Lorenzostronzovaiadormire.
Urlano la sera prima di chiudere le finestre: Lorenzostronzovainbagnoalavartidenti.
Lorenzostronzo ha un fratello, chiamato Gabrielecretino, solo chiamato e non urlato, forse perché è alto un metro e novanta per i suoi sedici anni e l’ingombro muscolare di una saracinesca per doppie vetrine. Ma di sicuro finché è stato più basso di suo padre gli urli se li è presi anche lui.
Il resto della famiglia è composto da una nonna, una madre, un padre. Tutti che urlano.
Io non urlo mai. Quasi, mai.
Se urlo, lo faccio con la bocca chiusa, attorcigliandomi lo stomaco con le mani, come le lavanderine che lavan i fazzoletti.
Se urlo, è di notte ché nessuno possa sentirmi.
So di quanto sia sciocco e stupido non urlare, ma: mi han insegnato così. Non urlare. Stai zitta. Stai ferma. Non ci interessa la tua opinione. Stai nell’angolo. Ecco, è colpa tua se si litiga. Zitta. Vattene. Addio.
E, allora, se sento urlare o anche solo litigare o persino una variazione d’umore, mi zittisco. Non urlare. Fai silenzio. Le parole che premono contro il naso, io vorrei urlare e dire le mie ragioni, giuste o sbagliate che siano, ma le parole stan lì, ferme, ché non posso urlare a mia volta, arrabbiarmi, perché non ne ho il diritto. Mi hanno insegnato così. E, se non imparavo, erano gli schiaffi. In qualche occasione anche calci. Una volta, un pugno. Ultimamente, disprezzo e umiliazione verbale. Tu, non conti niente. Tu, non sei nessuno. Tu, stai zitta. Tu, addio.
Le parole premono contro il naso e le lascio uscire soffiandomelo col fazzoletto pieno di lacrime.
Per questo amo tanto i miei vicini di casa. Anche se sentirli sbraitare isterici alle otto del mattino non è la cosa più gradevole di questo mondo. Anche se sentirli insultarsi, ascoltare un bambino di otto anni appellare la nonna e la mamma con troiastronzanonrompermicoglioni non è il massimo della cultura.
Ma li amo.
Perché urlano. E poi si abbracciano.
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Quanto impiega un giorno a esistere?
La risposta, logica, sarebbe ventiquattr’ore.
In realtà il concetto di tempo è molto più elastico. Si allunga, si restringe. Un attimo ci mette una vita a terminare, una vita ci sta un attimo a finire. È così che il viaggio d’andata è sempre più lungo di quello di ritorno, pur percorrendo la stessa strada, sebbene si vada alla stessa velocità, anche se ci fermiamo a prendere un caffè all’autogrill. E la maglietta. E la raccolta di quattro cd a sei euro e novantanove, tutti i duecentocinquanta successi degli Eagles.
Duecentocinquanta?
Due mesi trascorrono in due ore.
Forse è per questo motivo che temo d’aspettare un figlio: che il tempo di gestazione voli, che i pannolini passino da rigagnolo infiltrato ovunque a reperto di elefante. Che il cavalluccio della chicco di tuo fratello, plastica dura e colorata vecchia di trent’anni e inscalfibile, diventi la hornet con la retina porta oggetti sul serbatoio. E tu dal raccogliere da terra tuo figlio urlante per il bozzo sulla fronte sei già a guardare i servizi del tg sugli incidenti stradali.
In due mesi impari gli stati d’animo altrui, li previeni, li gestisci. Ti stupisci della sciocchezza umana, ti ripari dall’idiozia. Sai ormai quando è tempo di parlare e quando di ascoltare.
L’unica cosa che ancora ti stupisce è come il tempo passi in fretta e come tutto cambi in due mesi.
Il pezzo di carne nell’angolo sinistro della cella l’ho lanciato due mesi fa, in un attimo di pallacanestro sfigato.
E. aveva detto qualcosa, una battuta delle sue, di quelle che ti uccidono il cervello e fatichi a recuperare una motivazione intelligente per l’umanità. In risposta gli avevo lanciato il pezzo di carne. Per la precisione, un tocchetto di lonza del peso non superiore ai centoventi grammi.
I primi giorni era ancora rosa. Non più tanto brillante, non più tanto virato sul giallo. La ruota di munsell, applicata alla carne, è molto più noiosa che riferita ai pesci. Non ci sono variazioni. Non cadiamo nel cyan. Il magenta è sempre presente. Il giallo quasi non esiste. La totalizzazione di colore non è prevista. L’assenza di colore significa necrosi.
Dopo una settimana era rosso scuro, con una piccola punta di marrone. La saturazione era in atto.
Poi, mi son dimenticata di guardare. Era in un angolo lontano, tra muro e cella del pollame, dietro la scatolina per le blatte e quella dei roditori. In mezzo a polvere faticosamente raggiungibile. E io avevo altre cose da considerare.
Imparare che quando il discorso inizia con “ti posso dire una cosa?” allora c’è l’insulto velato pronto. Imparare che avere iniziative non è tanto vietato quanto fastidioso. Imparare che il pettegolezzo, le alleanze, i do ut des esistono sia in aziende di trecento dipendenti quanto di tre.
Ho imparato a non prendermela: ho quasi quarant’anni, son quasi quarant’anni che spalo merda, me la cucino, me la servo e me la mangio. In silenzio. P. mi dice, stupendomi: sei la persona che meno si lamenta io abbia mai conosciuto. Ah. Temevo di lamentarmi troppo, in realtà. Di essere noiosa. Di esser pedante. E, invece, mi si dice questo. Che non mi lamento abbastanza. Sbaglio sempre tutto. Forse è giunto il momento di accettare la realtà: sono una persona cretina.
Dopo un mese, per combinazione o per disegno divino, guardo nell’angolo lontano impolverato. Il pezzo di maiale ormai è marrone scuro. Ha punte rossastre agli angoli vivi, per effetto gravitazionale in basso è più scuro che nella parte alta.
Penso al mio alloggio in affitto equo e solidale. Penso al cibo in scatola negli stipetti. Penso alla batteria di pentole ikea nei cassettoni portavivande. Penso al frigor, con le sue bevande, il pezzo di burro aperto da troppo tempo, il barattolo di marmellata a metà. Penso al cibo dei gatti, di marca per L., più da battaglia per T., perché L. non mangia la roba del discount, viziata e curata meglio che una figlia.
Penso se io fossi in strada. Col culo per terra. In attesa di un intervento divino per combinare pranzo con la cena, nel frattempo vendendo la fica per sopravvivere e facendo pulizie negli uffici.
Lo mangerei, quel pezzo di carne ormai nerastro?
Sì.
Forse piangerei, nel mangiarlo.
Piangerei per le occasioni mancate o disperse, piangerei per le vite sprecate o distrutte. Mangerei masticando a fatica, è carne secca ormai, forse Tex willer non mangia carne secca da più di sessant’anni? Mangerei sperando di non rompermi i denti indeboliti dalle giornate di fatica.
E invece.
Ho un alloggio. Ho vestiti. Ho un frigor di cibo che va a male, inutilizzato. Ho un’automobile. Ho due gatti, un divano, un armadio ad ante scorrevoli, un cappello di lino acquistato perché mi sta molto bene. Ho libri, cd, calzini antiscivolo, un caminetto e una decina di piante grasse.
Il pezzo di carne, ho visto sabato scorso, è ormai accartocciato su se stesso. La ruota di munsell è implosa fino all’assenza di colore, raggiungendo il nero. A guardare bene, forse, c’è ancora una punta di magenta. Ma è impercettibile, dovremmo avere uno spettofotometro per individuarla e, comunque, il tempo passa così in fretta che non ci facciamo caso.
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“È un impasto di tritato di bovino scelto con aromi e prezzemolo e sale con pomodoro pachino, mozzarella fresca e prosciutto tritati. E basilico a guarnizione. Il pirottino è di carta forno, accende il forno a 180°, cottura dai quindici ai diciotto minuti”.
Dunque.
Che cos’è? Allora. È un coso di carne con il prezzemolo con il pomodoro, la mozzarella, il prosiutto e il basilico che lo metti in forno che la carta non brucia per diciotto minuti a 180°.
“No. È un impasto tritato di bovino scelto con aromi e prezzemolo e sale, con pomodoro pachino, mozzarella fresca e prosiutto tritati sopra e basilico. Il pirottino è di carta forno, devi accendere il forno a 180°,quando è caldo inforni per quindici, diciotto minuti”.
Okay.
Allora.
È un impasto come quello delle svizzerine che tu lo metti in forno e sopra c’è il pomodorino con la mozzarella il basilico e il prosiutto rosa, te accenditi il forno e ficcacelo dentro per venti minuti e poi lo servi al massimo lo sali.
“Ma mi ascoltate quando parlo? Ho detto che è tritato scelto con aromi, sale, prezzemolo, guarnito con pomodorini di Pachino, mozzarella fresca e prosciutto, da infornare a 180° già caldi per massimo diciotto minuti!”
Pinodeipalazzi oh, ciai un pirottino? Pinodeipalazzi metti lì nel piatto e te lo mangi crudo ciai il prezzemolino, il prosiuttino, il pomodorino, se proprioproprio insisti lo ficchi nel fornino già bello caldino e assieme ti scòfani un panino
“Vi licenzio”.
Cazzo, ho dimenticato di dire alla cliente che il prosiutto era quello rosa.
Era rosa? A me pareva un po’ grigio.
Pure a me, e pure tanto.
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Vorrei chiederle: di cosa ti illudi, ancora?
Ma il glaucoma, nonché una recente botta fortuita all’occhio destro, rende il suo sguardo ottuso, bovino.
Già non capisce non sia il caso che prenda due volte di tutto, le tagliatelle al ragù, il coniglio ai peperoni, la rolata col prosciutto, i finocchi impanati, un po’ di formaggio -mac na frisa- e i pasticcini.
Mi si riempe e mi si rivolta e mi si svuota lo stomaco a guardare non tanto come ma quanto mangi.
Dicono sia una pecurialità della vecchiaia. Dicono. A me passa la fame, dico.
Compie ottant’anni e quando dichiara di voler arrivare ai cento il gelo scende tra i piatti sporchi e i bicchieri lavati di vino per festeggiare il suo compleanno.
Che arrivi ai novanta, o ai cento o foss’anche i centocinquanta, mi importa poco: non amo questa donna, mi infastidisce eppoi mi chiama sempre col nome di una delle mie cugine o di mia zia o mia madre. Ci fosse stata una volta, in tutti questi anni, che avesse detto il mio nome giusto al primo colpo. Mai. La cosa dovrebbe far sorridere, invece fa incazzare: è pur sempre tua nonna, dalle un colpo di telefono!
Pronto?
Ciao, sono Barbara.
Ah, sei te, MonicaLauraDeliaLidia?
Vaffanculo, nonna.
Mio nonno era più saggio. Affetto anche lui dalla sindrome di Sparonomiacaso, aveva imparato la tecnica del nomignolo buono per tutte le stagioni. A l’à mangià la cita? Da da ment à la cita. A la cita aj scapa al pisìn. Pijia al maròc pe la cita.
Cita, bambina, comprendeva anche lontane parenti bolognesi che non vedeva da oltre cinquant’anni. Tanto per andar sul sicuro.
Abbiamo tutti un prezzo. Il nostro prezzo è quanto crediamo alle illusioni.
Ci illudiamo di esser belli sia dentro ce fuori, ma soprattutto fuori. Trucchi, parrucchi, vestiario e armamentario.
Ci illudiamo l’amore sia lì pronto ad esplodere, il nostro cavaliere salti a cavallo e ci dica: non m’importa del tuo trucco e neppure del parrucco, amo il tuo barbatrucco e tu mi ami se io rutto.
Ci illudiamo del perdono di chi ci ama, dell’accettazione, ci illudiamo di aver superato quella voglia immensa e collosa di morire in un istante, in silenzio.
L’illusione di aver fatto un buon affare a comperare un paio di scarpe a due giorni dai saldi e la lattuga questa volta non era bagnata.
Ci illudiamo che l’impasto degli hamburger sia fresco di mezz’ora appena e che al ristorante il cuoco abbia cambiato i guanti usa e getta ogni otto minuti.
Illudersi è che lo scrittore famoso abbia speso notti e giorni chino sul libro che ho appena comperato e che l’assemblatore ikea sia stato felice di imballare la libreria che comprerò tra una decina di giorni.
Che prezzo ha l’illusione che tre nipoti femmina abbiano il nome intercambiabile con la propria madre e che l’unico a salvarsi da questa marea di appelli sbagliati sia il nipote maschio che però non vedi e non senti da oltre un anno, perso nelle faide famigliari vecchie di recriminazioni?
L’illusione costa l’ultimo finocchio impanato che giace nella ciotola trovata trent’anni fa in una soffitta a Nizza Monferrato, di ceramica segnata dal craquelé e sporca di minuscole tracce di impanatura.
Se non lo vuole nessuno lo finisco io.
E grazie al cazzo che non lo vuole nessuno, lo stai già addentando.
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