10 Settembre

# 72 Money

E i capelli, Priscilla.
Legateli, fai qualcosa. Van da tutte le parti, un cliente si è lamentato che hai i ricci ovunque. Tagliateli, metti le forcine, fai tu.
E la maglia, Priscilla.
Stirala. Va bene, è successo solo una volta in cinque mesi. Però. Ecco. Non sta bene.
E i bambini, Priscilla. Io capisco che rompono i coglioni. Che quando si mettono a fare la sirena dell’ambulanza, corrono in cerchio, attaccano la lingua ai vetri del bancone sono fastidiosi, però non fare le facce.
E i clienti rompicazzo, Priscilla.
Se ti chiedono la rolata lontana che devi salire sul bancone per prenderla quando ce ne sono sei uguali vicine a te, non importa, tu stenditi e prendi quella lontana.
E poi, Priscilla.
Ci sono due clienti, madre e figlia, che si sono lamentate. Lo hanno detto a E. e poi a me, che sì, tu hai insistito per sapere chi servire per prima e loro facevano un po’ per una e un po’ per l’altra pretendendo poi tu segnassi cosa era di una e cosa dell’altra, sì, ma mi hanno detto che se ci sei tu non si fanno servire. Perché sei antipatica.

Ecco, forse la cosa che più fa male, dopo ventidue anni di bancone, è proprio quella parola: sei antipatica.
Che due stronze, che si fanno servire da tre commessi contemporaneamente, che fino a qualche anno fa avevano il cesso dietro il cortile e poi han dovuto metterlo in casa per ordinanza comunale, che vogliono i conti separati ma il concetto di “la bilancia fa un conto alla volta” non lo comprendono neppure se glielo incidi con un piede di porco sull’amigdala: due stronze aspettano tu non ci sia per farti il culo con il tuo titolare.

Priscilla, questa è l’anima del commercio.
Che tu spenda centottanta euro come due, chi ti serve non è un essere umano che stai facendo impazzire per un etto di tacchino arrosto: è un giocattolo, un servetto, spazzatura di cui parlare male quando vai poi a prendere il caffè dopo la messa che ti ha fatto sentire buona, gentile ed ecumenica.

E tu arrivi, lavori, saltelli, corri, vuole questo? che ne dice di quello? ma certo signora, le prendo la coscia di pollo e gliela pulisco se vuole anche gliela cucino, se proprio insiste gliela mangio e gliela cago anche e, senta, ha del cif ammoniacal che le pulisco il water e le cambio il rotolo di carta igienica?

Centottanta euro come due, tu non conti un cazzo, perché la persona dall’altra parte contribuisce al tuo stipendio e tu non hai diritto a nulla, solo a prendere quella coscia di pollo e far sentire il cliente come se fosse da damiani a comperare tutti gli anelli firmati da brad pitt, in blocco, la jolie in omaggio nel sacchetto.

E non importa se tuo figlio corre come un pazzo dove sono esposte le bottiglie di vino, apre le patatine, urla, passa a ditate tutte le vetrine. Non importa se vuoi la roba tagliata finissima così in un etto ci stanno sei fette di prosciutto anziché quattro e puoi sentirti un gran riccone colla tavola imbandita. Non importa se vuoi la fettina tagliata da qui e il tacchino battuto di là e la costina tagliata in tre e già che ci siamo regalami i fondini del salame.

Non importa.

Quel che è davvero importante e necessario è che tu, coi tuoi due euro ti credi più padrone della mia vita di uno che ne spende centottanta e si scusa se ti fa affettare più di tre tipi di salumi.

Per i capelli, metterò una fascia sotto il cappellino.
Per la maglia, eviterò che diluvi universalmente e che la roba lavata impieghi due giorni ad asciugare impedendomi di stirarla in tempo.
Per i bambini, pregherò un dio erodiadico che, alla seconda occasione, faccia il suo lavoro per bene.
Per  le madri e figlie che attendono io non ci sia e lamentarsi, posso far ben poco.
Attendere che soffochino con un boccone di fettina al burro, forse.
Sì, potrebbe essere un’idea.
Ma, temo, il pezzente non usa il burro, semmai la margarina che costa di meno.

7 Settembre

# 71 Bubbles

Dal mattino fino il tardo pomeriggio, gli urli si susseguono provocandomi brividi lungo i bracci.
Non le braccia, ché la pelle di cappone si ferma misteriosamente ai gomiti.
Ma l’orrore mi prende ugualmente, e la tristezza, e la goduria.

I vicini di casa sono sardi. Non so se questo sia un elemento a favore o a scapito, tanto è che non parlano come nelle migliori macchiette televisive, avanzando i verbi e raddoppiando le consonanti. No. Perché i vicini di casa urlano. Così tanto e così forte e così violenti che non c’è tempo di creare un’atmosfera di carasau e pecorino e mare verde.

Urlano al mattino per andare a scuola: Lorenzostronzodovesei.
Urlano a mezzogiorno di ritorno da scuola: Lorenzostronzovieniamangiare.
Urlano il pomeriggio durante la pennichella: Lorenzostronzovaiadormire.
Urlano la sera prima di chiudere le finestre: Lorenzostronzovainbagnoalavartidenti.

Lorenzostronzo ha un fratello, chiamato Gabrielecretino, solo chiamato e non urlato, forse perché è alto un metro e novanta per i suoi sedici anni e l’ingombro muscolare di una saracinesca per doppie vetrine. Ma di sicuro finché è stato più basso di suo padre gli urli se li è presi anche lui.

Il resto della famiglia è composto da una nonna, una madre, un padre. Tutti che urlano.

Io non urlo mai. Quasi, mai.

Se urlo, lo faccio con la bocca chiusa, attorcigliandomi lo stomaco con le mani, come le lavanderine che lavan i fazzoletti.
Se urlo, è di notte ché nessuno possa sentirmi.

So di quanto sia sciocco e stupido non urlare, ma: mi han insegnato così. Non urlare. Stai zitta. Stai ferma. Non ci interessa la tua opinione. Stai nell’angolo. Ecco, è colpa tua se si litiga.  Zitta. Vattene. Addio.

E, allora, se sento urlare o anche solo litigare o persino una variazione d’umore, mi zittisco. Non urlare. Fai silenzio. Le parole che premono contro il naso, io vorrei urlare e dire le mie ragioni, giuste o sbagliate che siano, ma le parole stan lì, ferme, ché non posso urlare a mia volta, arrabbiarmi, perché non ne ho il diritto. Mi hanno insegnato così. E, se non imparavo, erano gli schiaffi. In qualche occasione anche calci. Una volta, un pugno. Ultimamente, disprezzo e umiliazione verbale. Tu, non conti niente. Tu, non sei nessuno. Tu, stai zitta. Tu, addio.

Le parole premono contro il naso e le lascio uscire soffiandomelo col fazzoletto pieno di lacrime.

Per questo amo tanto i miei vicini di casa. Anche se sentirli sbraitare isterici alle otto del mattino non è la cosa più gradevole di questo mondo. Anche se sentirli insultarsi, ascoltare un bambino di otto anni appellare la nonna e la mamma con troiastronzanonrompermicoglioni non è il massimo della cultura.

Ma li amo.

Perché urlano. E poi si abbracciano.

31 Agosto

# 70 Colorblind

Quanto impiega un giorno a esistere?
La risposta, logica, sarebbe ventiquattr’ore.
In realtà il concetto di tempo è molto più elastico. Si allunga, si restringe. Un attimo ci mette una vita a terminare, una vita ci sta un attimo a finire. È così che il viaggio d’andata è sempre più lungo di quello di ritorno, pur percorrendo la stessa strada, sebbene si vada alla stessa velocità, anche se ci fermiamo a prendere un caffè all’autogrill. E la maglietta. E la raccolta di  quattro cd a sei euro e novantanove, tutti i duecentocinquanta successi degli Eagles.

Duecentocinquanta?

Due mesi trascorrono in due ore.
Forse è per questo motivo che temo d’aspettare un figlio: che il tempo di gestazione voli, che i pannolini passino da rigagnolo infiltrato ovunque a reperto di elefante. Che il cavalluccio della chicco di tuo fratello, plastica dura e colorata vecchia di trent’anni e inscalfibile, diventi la hornet con la retina porta oggetti sul serbatoio. E tu dal raccogliere da terra tuo figlio urlante per il bozzo sulla fronte sei già a guardare i servizi del tg sugli incidenti stradali.

In due mesi impari gli stati d’animo altrui, li previeni, li gestisci. Ti stupisci della sciocchezza umana, ti ripari dall’idiozia. Sai ormai quando è tempo di parlare e quando di ascoltare.

L’unica cosa che ancora ti stupisce è come il tempo passi in fretta e come tutto cambi in due mesi.

Il pezzo di carne nell’angolo sinistro della cella l’ho lanciato due mesi fa, in un attimo di pallacanestro sfigato.
E. aveva detto qualcosa, una battuta delle sue, di quelle che ti uccidono il cervello e fatichi a recuperare una motivazione intelligente per l’umanità. In risposta gli avevo lanciato il pezzo di carne. Per la precisione, un tocchetto di lonza del peso non superiore ai centoventi grammi.

I primi giorni era ancora rosa. Non più tanto brillante, non più tanto virato sul giallo. La ruota di munsell, applicata alla carne, è molto più noiosa che riferita ai pesci. Non ci sono variazioni. Non cadiamo nel cyan. Il magenta è sempre presente. Il giallo quasi non esiste. La totalizzazione di colore non è prevista. L’assenza di colore significa necrosi.

Dopo una settimana era rosso scuro, con una piccola punta di marrone. La saturazione era in atto.

Poi, mi son dimenticata di guardare. Era in un angolo lontano, tra muro e cella del pollame, dietro la scatolina per le blatte e quella dei roditori. In mezzo a polvere faticosamente raggiungibile. E io avevo altre cose da considerare.

Imparare che quando il discorso inizia con “ti posso dire una cosa?” allora c’è l’insulto velato pronto. Imparare che avere iniziative non è tanto vietato quanto fastidioso. Imparare che il pettegolezzo, le alleanze, i do ut des esistono sia in aziende di trecento dipendenti quanto di tre.

Ho imparato a non prendermela: ho quasi quarant’anni, son quasi quarant’anni che spalo merda, me la cucino, me la servo e me la mangio. In silenzio. P. mi dice, stupendomi: sei la persona che meno si lamenta io abbia mai conosciuto. Ah. Temevo di lamentarmi troppo, in realtà. Di essere noiosa. Di esser pedante. E, invece, mi si dice questo. Che non mi lamento abbastanza. Sbaglio sempre tutto. Forse è giunto il momento di accettare la realtà: sono una persona cretina.

Dopo un mese, per combinazione o per disegno divino, guardo nell’angolo lontano impolverato. Il pezzo di maiale ormai è marrone scuro. Ha punte rossastre agli angoli vivi, per effetto gravitazionale in basso è più scuro che nella parte alta.

Penso al mio alloggio in affitto equo e solidale. Penso al cibo in scatola negli stipetti. Penso alla batteria di pentole ikea nei cassettoni portavivande. Penso al frigor, con le sue bevande, il pezzo di burro aperto da troppo tempo, il barattolo di marmellata a metà. Penso al cibo dei gatti, di marca per L., più da battaglia per T., perché L. non mangia la roba del discount, viziata e curata meglio che una figlia.

Penso se io fossi in strada. Col culo per terra. In attesa di un intervento divino per combinare pranzo con la cena, nel frattempo vendendo la fica per sopravvivere e facendo pulizie negli uffici.

Lo mangerei, quel pezzo di carne ormai nerastro?

Sì.

Forse piangerei, nel mangiarlo.
Piangerei per le occasioni mancate o disperse, piangerei per le vite sprecate o distrutte. Mangerei masticando a fatica, è carne secca ormai, forse Tex willer non mangia carne secca da più di sessant’anni? Mangerei sperando di non rompermi i denti indeboliti dalle giornate di fatica.

E invece.

Ho un alloggio. Ho vestiti. Ho un frigor di cibo che va a male, inutilizzato. Ho un’automobile. Ho due gatti, un divano, un armadio ad ante scorrevoli, un cappello di lino acquistato perché mi sta molto bene. Ho libri, cd, calzini antiscivolo, un caminetto e una decina di piante grasse.

Il pezzo di carne, ho visto sabato scorso, è ormai accartocciato su se stesso. La ruota di munsell è implosa fino all’assenza di colore, raggiungendo il nero. A guardare bene, forse, c’è ancora una punta di magenta. Ma è impercettibile, dovremmo avere uno spettofotometro per individuarla e, comunque, il tempo passa così in fretta che non ci facciamo caso.

23 Giugno

# 69 Una rosa è una rosa è una rosa

“È un impasto di tritato di bovino scelto con aromi e prezzemolo e sale con pomodoro pachino, mozzarella fresca e prosciutto tritati. E basilico a guarnizione. Il pirottino è di carta forno, accende il forno a 180°, cottura dai quindici ai diciotto minuti”.

Dunque.

Che cos’è? Allora. È un coso di carne con il prezzemolo con il pomodoro, la mozzarella, il prosiutto e il basilico che lo metti in forno che la carta non brucia per diciotto minuti a 180°.

“No. È un impasto tritato di bovino scelto con aromi e prezzemolo e sale, con pomodoro pachino, mozzarella fresca e prosiutto tritati sopra e basilico. Il pirottino è di carta forno, devi accendere il forno a 180°,quando è caldo inforni per quindici, diciotto minuti”.

Okay.

Allora.

È un impasto come quello delle svizzerine che tu lo metti in forno e sopra c’è il pomodorino con la mozzarella il basilico e il prosiutto rosa, te accenditi il forno e ficcacelo dentro per venti minuti e poi lo servi al massimo lo sali.

“Ma mi ascoltate quando parlo? Ho detto che è tritato scelto con aromi, sale, prezzemolo, guarnito con pomodorini di Pachino, mozzarella fresca e prosciutto, da infornare a 180° già caldi per massimo diciotto minuti!”

Pinodeipalazzi oh, ciai un pirottino? Pinodeipalazzi metti lì nel piatto e te lo mangi crudo ciai il prezzemolino, il prosiuttino, il pomodorino, se proprioproprio insisti lo ficchi nel fornino già bello caldino e assieme ti scòfani un panino

“Vi licenzio”.

Cazzo, ho dimenticato di dire alla cliente che il prosiutto era quello rosa.
Era rosa? A me pareva un po’ grigio.
Pure a me, e pure tanto.

24 Maggio

# 68 Another One Bites The Fennel

Vorrei chiederle: di cosa ti illudi, ancora?
Ma il glaucoma, nonché una recente botta fortuita all’occhio destro, rende il suo sguardo ottuso, bovino.
Già non capisce non sia il caso che prenda due volte di tutto, le tagliatelle al ragù, il coniglio ai peperoni, la rolata col prosciutto, i finocchi impanati, un po’ di formaggio -mac na frisa- e i pasticcini.
Mi si riempe e mi si rivolta e mi si svuota lo stomaco a guardare non tanto come ma quanto mangi.
Dicono sia una pecurialità della vecchiaia. Dicono. A me passa la fame, dico.
Compie ottant’anni e quando dichiara di voler arrivare ai cento il gelo scende tra i piatti sporchi e i bicchieri lavati di vino per festeggiare il suo compleanno.
Che arrivi ai novanta, o ai cento o foss’anche i centocinquanta, mi importa poco: non amo questa donna, mi infastidisce eppoi mi chiama sempre col nome di una delle mie cugine o di mia zia o mia madre. Ci fosse stata una volta, in tutti questi anni, che avesse detto il mio nome giusto al primo colpo. Mai. La cosa dovrebbe far sorridere, invece fa incazzare: è pur sempre tua nonna, dalle un colpo di telefono!
Pronto?
Ciao, sono Barbara.
Ah, sei te, MonicaLauraDeliaLidia?
Vaffanculo, nonna.

Mio nonno era più saggio. Affetto anche lui dalla sindrome di Sparonomiacaso, aveva imparato la tecnica del nomignolo buono per tutte le stagioni. A l’à mangià la cita? Da da ment à la cita. A la cita aj scapa al pisìn. Pijia al maròc pe la cita.
Cita, bambina, comprendeva anche lontane parenti bolognesi che non vedeva da oltre cinquant’anni. Tanto per andar sul sicuro.

Abbiamo tutti un prezzo. Il nostro prezzo è quanto crediamo alle illusioni.
Ci illudiamo di esser belli sia dentro ce fuori, ma soprattutto fuori. Trucchi, parrucchi, vestiario e armamentario.
Ci illudiamo l’amore sia lì pronto ad esplodere, il nostro cavaliere salti a cavallo e ci dica: non m’importa del tuo trucco e neppure del parrucco, amo il tuo barbatrucco e tu mi ami se io rutto.
Ci illudiamo del perdono di chi ci ama, dell’accettazione, ci illudiamo di aver superato quella voglia immensa e collosa di morire in un istante, in silenzio.
L’illusione di aver fatto un buon affare a comperare un paio di scarpe a due giorni dai saldi e la lattuga questa volta non era bagnata.
Ci illudiamo che l’impasto degli hamburger sia fresco di mezz’ora appena e che al ristorante il cuoco abbia cambiato i guanti usa e getta ogni otto minuti.
Illudersi è che lo scrittore famoso abbia speso notti e giorni chino sul libro che ho appena comperato e che l’assemblatore ikea sia stato felice di imballare la libreria che comprerò tra una decina di giorni.
Che prezzo ha l’illusione che tre nipoti femmina abbiano il nome intercambiabile con la propria madre e che l’unico a salvarsi da questa marea di appelli sbagliati sia il nipote maschio che però non vedi e non senti da oltre un anno, perso nelle faide famigliari vecchie di recriminazioni?
L’illusione costa l’ultimo finocchio impanato che giace nella ciotola trovata trent’anni fa in una soffitta a Nizza Monferrato, di ceramica segnata dal craquelé e sporca di minuscole tracce di impanatura.

Se non lo vuole nessuno lo finisco io.

E grazie al cazzo che non lo vuole nessuno, lo stai già addentando.

20 Maggio

# 67 The Adventures of Priscilla, Queen of the T-Bone

Priscilla! Lava questo!
Patrizia, sistema quello!
Pinzimonia, vieni a servire!

Due sono le costanti, di M.: chiederti di fare tre cose contemporaneamente e chiamarti con un nome che inizi per P.

Minchialosai che a militare ci lavavamo una volta alla settimana?
Minchialovedi come piove?
Minchiachestanchezza OOOOOHN OOOOOOOHN OOOOOOOOHN

Due sono le costanti di E.: dire minchia di continuo e fare un verso che pare un raglio d’asino all’improvviso omosessuale.

Le mie di costanti sono perdere la concentrazione quando mi rendo conto di non fumare da oltre cinque ore e spaventarmi se mi parlano all’improvviso. Perché mi perdo in un mondo mio, dove non sto pulendo crosta di carne e altro dal segaossi, non sto tagliando il parma a cazzo di cane, non sto mettendo mediamente un etto in più di quel che m’è stato chiesto di trita da mangiare cruda.

E ci fosse uno schifo di volta che quella dannata mortadella la afferro giusta, quando esce fina fina fina dall’affettatrice.

La mezzena di oggi ha piccole cisti verdastre che fanno abbastanza schifo al tatto: brufoli alieni.

Buongiorno dottore, come sta la sua signora? E i gatti, e questo tempo che non si rimette ancora.

Coscia? Braciole? Sottofiletto?
Non cambia nulla dal pesce alla carne: sempre morbido, fresco, sottile, per bambini e anziani, mi raccomando che sono appena nati, mi raccomando che son malati, mi raccomando che ti raccomando raccomandami raccomandati.

C’è un impianto stereo abbastanza buono, le casse sono dure e i bassi si perdono nella controsoffittatura: la web radio è una bufala, manda le stesse canzoni a rotazione. Però.

Però, la sera, non appena si spengono le luci, si accendono i colori: dub, trip hop, un poco di hard, un pizzico di melodico.
Priscilla vede i guanti da lavare i piatti trasformarsi in mezzo braccio di satin nero, il grembiule di cotone rosso diventa un tubino argento, le crocs a fiori sabot tacco a rocchetto.

Umz umz umz minchia questa spacca di brutto UMZ UMZ UMZ ha suonato il telefono? UMZ UMZ UMZ porcozzzio questa è troppo figa UMZ UMZ IL TELEFONO umz

Lo straccio pesa come me, una volta bagnato, e col manico ho forato un pannello della controsoffittatura. Il secchio sulle ruote, se lo spingi troppo forte, sciaborda acqua saponata ovunque. Almeno copre l’odore della trippa che mi sono rovesciata addosso mentre la mettevo nella bacinella nella cella frigo. Almeno.

Priscilla, sei a posto? UMZ UMZ UMZ
Minchia, hai finito? UMZ UMZ UMZ
Io me ne vado a casa. UMZ UMZ

11 Maggio

# 66 Yeah, Ghost

So raaaigt, fiiils guuud
Canto.
Cosa canti?
Gli Siro Sevn.

In un’altra vita parlavo inglese con svariati accenti. Edmbòro. Neev iourc. In un’altra vita mi vestivo bene. Ascoltavo musica francese.

Ma allora sei stata a niù iòrc?
In pratica no, ma sulla carta sì.
Allora hai il passaporto?
Minchia, ma scherzi? No, a neev iourc io ci sono andata nascosta in una cassa di legno nascosta tra altre tremila, contenenti vestiti cinesi di poliestere.

Curiosi. Gli uomini sono curiosi. Ma mascherano con la rudezza degli spogliatoi dopo la partita di calcetto. Vorrebbero sapere ma mantengono l’aplomb con una puzzetta.
Di tutte le clienti sanno cazzi e mazzi. Poi corrono nel retro del negozio a ridacchiare. Pettegoli con le dita nelle orecchie.

E poi? Dove sei stata?
Ho visto i pesci sotto l’acqua. Ho visto le pietre nascoste tra le rocce. Ho camminato con l’aragosta tra i denti. Sono stata davanti al portone chiuso di Hugo.

Cristina, mi pare Cristina. Il viso con gli occhi tiroidei, il naso e la bocca affogano in mezzo a due guance flaccide.
Maria, devo aver capito Maria, va in palestra e si scopa quello che abita al secondo piano sopra il tabaccaio.
Giovanna può mangiare solo filetto perché lei solo la carne morbida, ha oltre settant’anni. Settanta anni d’inferno, per chi le è stato accanto.
E poi il Tizio Con la Bocca Storta, che chiede un pezzo di bollito con osso e chiede le cose schifose: milza, cervello, polmone, persino gli occhi una volta. La mia faccia s’è stortata ancora di più della sua dall’orrore.

Minchiasiamotroppofighi, vero?
Euuhu, hai voglia.
Ma sai che qui c’è un virus? Sono tutti pazzi.
A me lo dici? Sono scappata da qua undici anni fa, lo so, c’è qualcosa nell’acqua.

Il prosciutto lo vogliono sottile, ma se è troppo sottile non va bene perché si impasta. La fettina la vogliono sottile, ma se è troppo sottile diventa dura e non va bene. I grissini li vogliono sottili ma se lo sono troppo poi si rompono e non è che vada tanto bene.

Adesso mi vendo tutto e mi compro la prosce.
Guarda che comprarla è il meno, è il mantenimento che son cazzi.
Certo che tu sei un’iniezione di fiducia, eh?
E rimorchi solo quelle vecchie. Dammi retta. Prenditi un motorino, così abbassi l’età delle zinne.

La pancia di fuori. Le tette sospinte. Le gambe negli stivali, nude senza calze, bianche venate di blu. Incinte che veleggiano attorno alle carni bianche. La donna della provincia a poco dal centro città non smentisce mai il suo essere cofana fuori e rottame dentro.

Un nome sul pannello di sughero dove attacchiamo gli ordini, con piccoli spilli dalla capocchia di plastica a forma di cuoricino. È lilla fluorescente quello che trattiene il suo. Trenta costine, trenta tomini, venti braciole. Era un uomo corpulento, sui sessanta, che non sta mai zitto? Oppure uno magro, che assomiglia all’ispettore Callaghan? O una tizia segaligna, cagacazzi, con la tipica espressione da budino fatto con il latte di soia? No, né lui né suo padre e neppure sua madre: ritira il tutto una bionda slavata, con gli occhi chiari, il viso fisso in una paresi da botulino, il seno cascante trattenuto da una blusa fiorata da grande magazzino a diciannove euro e novantanove. Il fantasma peggiore della regione non mi si presenta davanti, almeno questa volta. Non rischio di esser presa per il collo attraverso il bancone in una vendetta tardiva di dodici anni.

Ma dove lavoravi prima com’era?
Freddo.
Ma più di qui?
Tra lo zero e il sette gradi.

2 Maggio

# 65 U garzun-a du maxelàa

Carolina si accorge che i suoi capelli non crescono più veloci come una volta. Indisciplinati, ricci, si arrendono alla legge del ricciolo termodinamico da rivista di moda solo per poche ore dopo lo shampoo. Poi, riprendono la loro vita, si fanno i cazzi loro.

Carolina, seduta sul divano con le gambe ripiegate sotto il sedere, una postura che sa pagherà da qui a qualche minuto con crampi, insensibilità e le formiche lungo i polpacci, toglie la mano dalla settimana enigmistica e se la passa sulla nuca, stupendosi che in un solo mese e due settimane siano ancora così corti.
Eppure, un tempo, Carolina si sarebbe ritrovata una criniera leonina il tempo di tre shampoo, quattro pigiate di spuma e una sfarfugliata di vento.

Come si invecchia, Carolina: pochissime rughe, evidenziate solo se sorridi scoprendo i denti, sotto gli occhi, e i vestiti di quando ancora avevi venticinque anni. Che ne dici, Carolina, la buttiamo la maglietta con l’emblema CCCP, la falce e il martello bianchi sbiaditi sul rosso ormai stinto? E questi jeans, strappati malamente sulle cosce, lo infiliamo nel sacco della spazzatura?

Carolina segretamente si compiace di quando non le danno l’età giusta, e dorme abbracciata a un pelouche rosa shocking. Ha un orsetto appoggiato al comodino, affianco a una madonnina di gesso fatta alle elementari per una festa della mamma. Da quanche parte, negli scatoloni ancora da aprire, pieni di soprammobili da sistemare su mensole ancora da comprare, c’è anche un posacenere a forma di foglia. Fatto all’asilo, per la festa del papà. Nella gentilezza delle maestre, le mamme pregano e proteggono, i padri fumano e lavorano.

Carolina ripensa alle settimane passate e si accorge che son state velocemente lente, affaticate, trema ancora al ricordo dei fogli piegati in tre e infilati nelle buste bianche e anonime che saranno state riciclate senza scrupolo.

Carolina odia una cosa: fare pena.
Carolina, quando aveva circa dodici anni, o forse tredici, era seduta sul divano, con le gambe ripiegate sotto il culo mentre leggeva un libro. La signora delle pulizie, nel frattempo, era abbarbicata alla scala e spolverava con intenzione il lampadario del soggiorno e si faceva raccontare di padri che proteggono, madri che fumano e disse solo: mi fai pena.
Carolina avrebbe imparato in seguito, con pietà, che quel mi fai pena non era cattiveria o scherno: la signora, con tre figli e un marito guardia giurata davanti a una banca, provava davvero pena, dolore, pietas.
Ma Carolina sentì le formiche salire dalle gambe alla pancia, infiammare i polmoni, inchiodarsi nella fronte. Per moltissimi anni chiunque le avesse detto, in seguito, o dimostrato di provare pena per lei sarebbe stato eliminato dalla sua vita senza rimorso, anzi, con crudeltà.

Carolina consegna i curricula, mostrando il suo sorriso più dignitoso e la fermezza più cortese: i pescivendoli che incrocia sulla strada guardano golosi la busta intonsa da riciclare al più presto. I supermercati debbono usare le loro, marchiate, e butteranno la sua senza troppi problemi. Contenuto compreso.

Carolina gira per le corsie, chiede dove sia il reparto dei libri e, una volta trovato, rabbrividisce alla sfilza di etichette supersconti offertissime incredibile appiccicate alle copertine. Una miriade di libri stuprati, irregalabili, impresentabili. Carolina sente suonare il suo telefonino e si stupisce che prenda, lì in mezzo a ricettari e guide turistiche e chick-lit.

Carolina fatica a credere di essere richiesta, utile e non oggetto di pena. Abiti vicino, le dice, mi sembra tu abbia una buona esperienza. Carolina porge la mano, gliela stringe, gli dice ci vediamo dopodomani.

Carolina scopre che la mannaia pesa come lei, che il segaossi è pericolosissimo, che la carne di maiale è più scura di quella di vitello, che quella bianca è viscida, appiccicosa e brucia i taglietti sulle dita.

Carolina scopre che il lardo va affettato sull’uno e qualcosa, la mortadella sull’uno, il cotto sull’uno meno un poco e il crudo sul rompimento di coglioni allucinante.

Carolina assaggia pecorino sardo, toma nostrana; sistema sugli scaffali maionese, insaporitori, succo di limone concentrato, gelatina ideale per il prosciutto e uova da mangiare le domeniche d’estate assieme al pane e i grissini stirati.

Carolina indossa un grembiule rosso lungo come lei, indossa un cappellino con la visiera gialla, si mette i jeans sdruciti e un paio di finte crocs colorate di margherite arancioni e rosa e lilla ai piedi, che le distruggono la schiena e rendono doloroso l’arco dei piedi.

Carolina si misura la lunghezza delle ciocche di capelli e poi porta le mani sui calzini e si massaggia la pianta dei piedi lentamente, con soddisfazione, lungo l’arco, per lenirne la pena.

28 Aprile

# 64 A Woman Under Influence

La strada è sbagliata.
Correttamente: non è errata, semmai è quella non giusta.
Si allunga, di parecchio, basterebbe andare per la tangenziale. Ma sappiamo tutti cosa accade in tangenziale in certi orari: procedi a passo di lumaca, fai a gara col tuo vicino di corsia. Due macchine avanti, tre macchine indietro. Il tizio nuovo si infila un dito nel naso, meccanico, tanto chi può vederti? Il sensore aumenta e diminuisce il volume dell’autoradio a seconda della velocità. Premo il comando al volante, alzo, è una canzone di quando ero adolescente.
Saltando la tangenziale e il dubbio che t’attanaglia, se siano un euro e dieci oppure uno e quaranta, percorro la città.
Mi stupisco di quanto tempo si impieghi: eppure fino a dodici anni fa la facevo tutti i giorni. Due volte. Andata e ritorno. Col cane nel bagagliaio a ridere nello specchietto retrovisore.
Supero l’incrocio del mio vecchio posto di lavoro. Hanno cambiato i sensi di marcia, nella viuzza scalcinata ora c’è un divieto d’accesso. Alla parallela seguente un senso unico. Proseguo.
Hanno fatto un sottopasso. Seguo la corrente, mi ci inabisso alla folle velocità di una bicicletta arruginita.
Quando è che devo girare? Aspetta. Non mi ricordo. La radio trasmette un altro successo dei miei anni giovanili, ma rifatto in chiave dance. Disco. Dub. Umz umz umz umz. Alla mia destra il deposito dei tram. All’incrocio seguente, a sinistra, il palazzo dove abitavano i miei genitori, novelli sposi. Di nuovo, a destra, il parco dove mi portavano. Le recinzioni son le stesse di allora. Verniciate di verde. Come allora.
Appena fatto il cavalcavia, a destra. Vai avanti. Trovi la rotonda. Segui per il centro commerciale. Parcheggio. Parcheggio, parcheggio, dove parcheggio, vediamo, un po’ più vicino, ecco, uhm, quello, sì.

Appare incredibile la qualità di alcuni di trovar posto praticamente davanti all’ingresso di qualunque posto essi vi si debbano recare. La loro costanza nell’attendere, la loro simmetria nel girare attorno come un branco di squali.
Altrettanto incredibile è come io, invece, abbia la capacità di infilarmi nei posti auto più lontani possibile dagli ingressi.
Carico scarico, parking di riserva, quattro isolati più in là: io ci finisco. E poi scarpino, arranco fino alle porte automatiche. Mi dico sia un modo per fumare l’ultima sigaretta, come una condannata a morte che si inventa un ultimo desiderio incredibile.

Gli ipermercati generano in me una sorta di ansia mista a invidia. So cosa significhi lavorarci. So che la divisa, a un’occhiata superficiale, appare bella lustra mentre in realtà è lurida e strappata. So che i turni sono capestri. So che negli spogliatoi ci si odia. So che le prime due file son ben esposte e le rimanenti messe con odio, negli scaffali.
Se devo chiedere qualcosa mi sento in colpa. Mi scusi. Scusi se la disturbo. Mi potrebbe aiutare?
I negozi satellite sorridono di un’aura malsana di superiorità. Marche improbabili affiancate a grandi firme, le commesse si scrutano e si tengono da parte il capo della taglia giusta.

Devo comperare almeno un paio di cose estive. Son andata via con solo roba invernale. Mettere il maglioncino rosa lungo alle ginocchia oltre che fuori moda sarebbe una pessima idea con le temperature che annunciano l’estate.
Devo prendere almeno un paio di cose. Una camicetta. Una maglietta. Una borsetta.
Trovo tutto in pochissimo tempo, esibisco la mia carta di credito. La. Mia. Carta. Mia. Digito il codice segreto con orgoglio. Pigio il tasto verde, mostro il documento d’identità. Nella foderina, piegata, c’è la ricevuta della richiesta di cambio residenza. Con un bel timbro circolare blu, sopra. Io. Ho il timbro. Blu.

Potrei comperarmi dei calzini.
Oppure cercare ancora una maglietta. Ma quest’anno va di moda il fiorato, sblusato, svasato, gonfiato. Vorrei poter dire che non mi piace, come stile, ma in realtà non ho abbastanza tette per indossarlo.
Potrei comperare un libro. In questo mese e mezzo ho letto circa ventotto libri. L’opera omnia presente in casa di Stephen King. Ho inziato un tomo, foderato di carta lucida blu pavone, sui Savoia. Un libro, mi ci vuole. Voglio. Con le pagine bianche e non giallastre di anni, di sigarette, di polvere.

Avete i Meridiani?
Nel settore Viaggi e Guide Turistiche.

Non spreco a salutare, mentre esco di gran carriera. Magari li assumono anche laureati. In Letteratura. Con la lode. E il bacio accademico. Dovrebbero legarli a tralicci della luce e dar loro un candelotto di dinamite, invece dello stipendio.

Signora? Le borse, prego.
Il tizio all’ingresso dell’altra libreria, computeria, cd e dvd, cazzi e mazzi hi-tech è alto quasi due metri, calvo. Indossa giacca e cravatta, è abbronzato, ai polsi ha molti braccialetti d’argento. Un Saviano da discoteca che mi sigilla i miei preziosissimi acquisti, due camicie e una borsa, quarantotto euro. Gli altoparlanti diffondono un successo di quando ero molto giovane, lo canticchio tra le scansie.

Avete i Meridiani?
Qualcuno.
Pavese?
Controllo, ma non credo lo abbiano mai fatto, per lui.

Per forza, è Einaudi. Nato, vissuto, morto come uno struzzo.
Lo vedo in basso, per sbaglio: due volumi. Li prendo. Assieme ad altri due libri. Un torinese. Un ebreo.

Alle casse l’addetto della sicurezza è diverso. Ha i capelli ricci e neri, un po’ di pancetta. Anche lui in giacca e cravatta, ma senza braccialetti camorristici. Mi fissa, io mi ritrovo davanti alla postazione dei dvd.
E faccio la domanda che ripeto, invano, da quasi un anno: avete questo film?

È fuori catalogo, per questo non lo trova.
Ah. Ecco.
Mi spiace.
Pazienza, lo scaricherò, rispondo sorridendo non tanto per l’atto di pirateria quanto per la connessione che mi ritrovo, a casa: senza adsl, con picchi di 35 kbs se il cielo è limpido, gli stormi di uccelli non volano e un omino telecom ha lucidato il cavo telefonico da me alla centralina degli snodi.

Signora?
Sì?
Che sciocchino che sono: lo abbiamo ristampato proprio noi. Ne ho venti copie.

Mi rimane impresso quel “sciocchino”, mentre lui cerca nei cassettoni delle scorte: immagino una sua gentilezza nei gesti, a cena, coi genitori, mamma prova la mousse alla vaniglia, è buonissima.

Mi porge il dvd. Sento un’ondata, dentro, di paura. Il film rappresenta, più che una storia a me sconosciuta perché non l’ho mai visto, un identificarsi. Se vedi questo film mi impari. Se guardi questo film ti insegno.

Prendo tra le mani la custodia incellofanata e sorrido. So di avere le lacrime agli occhi. Mi giro verso le casse, l’addetto alla sicurezza riccioluto assomiglia a un bancario che ha appena concesso il primo mutuo della sua carriera, mi sorride. Lo guardo senza vederlo, mentre pago i libri e il dvd.

Esco.
Mi accendo una sigaretta che terminerò prima di raggiungere la macchina, parcheggiata nell’angolo più lontano possibile e immaginabile.

17 Aprile

# 63 Running Up That Hill

4:54 a.m.
È ancora buio. Pesto. Però il gallo del pollaio del vicino ci dà già giù di brutto. Bastardo, pensi di essere il primo della classe dei mattinieri. Invece no, siamo in due. Un gallo e una gallina.

5:17 a.m.
Epperò a me scapperebbe la pipì. Eh. Ma se mi alzo, poi, i cani abbaiano e pensano sia ora di colazione. Cazzo. Colazione. Cibo. Mi prende un fiotto di vomito alla gola, al pensiero di mangiare. E mi scappa la pipì. Sento la pancia gonfiarsi inesorabile: ma cos’è, collegato all’apertura degli occhi? Più la vista va a fuoco e più la vescica dà la stura alle dighe? Maledetti cani che non puoi fare una mossa senza far credere loro sia ora dimangiare. Maledetto gallo mattiniero. Maledetti water così lontani dal letto.

06:08 a.m.
Se qualcuno in questa casa si svegliasse e andasse per primo in bagno e facesse casino con l’acqua e si assumesse la responsabilità di interrompere questo silenzio fatto di russare e mobili che si assestano e cani affamati e galli che rompono il cazzo, ecco, gliene sarei grata.

07:30 a.m.
La televisione ripete l’ennesimo rotolo di notizie flash.
Il pontefice ha festeggiato il compleanno, il vulcano ha chiuso gli spazi aerei come durante la guerra. C’è la bomba atomica? Cosa dovete fare se esplode la bomba? Sotto il banco! C’è la bomba! Esplode! Giù per terra! A che ora ti sei alzato? Alle sei e dieci. Ah, non t’ho sentito. Dormivi della grossa. Sì però io sono stufa di stare sul divano letto del soggiorno. Abbi pazienza qualche giorno, dai. Okay; hai sentito il gallo? Sì, canta ogni mattina prima dell’alba. E…? Non è buono da mangiare il gallo. Ah.

08:45 a.m.
Mamma posso andare in bagno? Sei a posto? Posso lavarmi? Posso? Non dirmi che devo fare come a casa mia, io vorrei solo riuscire a fare pipì tranquilla magari fumandomi una sigaretta e guardando la luce della finestra smerigliata. Posso? Mamma? Mamma, esci da quel bagno. Maledizione.

10:51 a.m.
Che c’è da fare? Stiro? Hai qualcosa da stirare? Ti faccio una lavatrice? Potrei levare le ragnatele dal soffitto del garage. Ti spazzo il cortile? Posso cambiare vaso e terra alle piante? No, non ho il ciclo, non mi dirai che credi alla panzana che una donna in quei giorni non deve toccare le piante. E fare il bagno. E lavarsi i capelli. E toccare gli animali. E… Mamma?
Cristosanto, il medioevo. Il medioevo. Posso leggere un libro o pensi si autodistrugga?

11:58 a.m.
Questo libro l’ho letto a 11 anni. Poi a 13. Poi a 17. Poi a 21. Poi a 26. Poi a 34. Poi oggi. Questo libro fa cagare, è noioso, ci sono i trucchi del mestiere scrittorio, è prevedibile e la storia è stupida.

01:03 p.m.
Lavo i piatti? Prometto di non affogare.

01:07 p.m.
Posso stirare? Ti sistemo i vestiti invernali? Pulisco il camino? Uh, metto a posto le vecchie foto! Daidaidài!
Mamma? Questo libro l’ho appena letto mamma. Ti pulisco i quadri con la cipolla tagliata a metà? Oh, che bel libro. Lo leggo, se proprio insisti.

02:25 p.m.
Cani? Questo è un guinzaglio. Io tengo un capo, l’altro lo aggancio al vostro collare. Io cammino, voi mi affiancate. Portamento fiero e marziale. Fate finta di essere dei dobermann nazisti, dimenticate per qualche minuto la vostra origine incrociata, le vostre zampe arcuate, i vostri peli maculati. Su, avanti. Un-dù, un-dù, paa-a-a-sso!

02:26 p.m.
Il fossato no, CAZZO! La pozza di fango no, CAZZO! Le cacche di altri cani no, CAZZO! Il topo morto no, CAZZO! Il gallo no, CAZZ no, aspetta. Il gallo.

03:11 p.m.
Mica ho sonno. Affatto. Anzi. Ti guardo, sono appoggiata sorniona sul cavalletto. Mi hai appena comprata, piangevi quando mi sei salita sul sellino, sono stata una tua piccola conquista. Mi volevi rossa ma ti sei innamorata del mio telaio canna di fucile metallizzato. Centosessantanove euro e qualche centesimo più il cestino e la catena. Montami, se ne hai coraggio. Andiamo fino in paese a prendere le sigarette. Non ti va il giornale? Un bel settimanale di moda e costume. Una fiera delle vanità a un euro e novanta. Potremmo andare fino in farmacia. Stai terminando le pastigline magiche. Vai dal farmacista con la tua ricetta bianca, con su le tue iniziali. Ah, la privacy. Che bella cosa. Un paesello di trecento anime che san tutto di tutti, ma la tua privacy è protetta astutamente da una sigla: B.D. Che ne dici? Guarda che stasera è l’ultima pastiglina magica, e domani è domenica. La farmacia è chiusa. Certo, nella scatola di vimini hai l’occorrente. Il coltellino opium piccolo. Le cartine. Il tagliere per la mescola. Bigliettini da visita selezionati con cura, bianco senza colori impressi. La pellicola che avvolge la stagnola che ricopre la carta che nasconde la resina. Però la sai, la differenza: la pastiglina ti stende subito. La resina ti fa andare con i pensieri. Poi, lo sai: vedi la piazza con i lastroni di marmo bianco. Vedi il porto e i due ponti. Vedi il teatro ellenico e i viottoli malsani. Vedi il prato dove crescono le gerbere. Vedi. Cammini. Ti strappi la testa e lo stomaco. Ti stritoli il cuore e la figa. Montami, andiamo a prendere le pastigline magiche. Andiamo. Lo so che dicono tutti che poi è una droga, che è un’abitudine, che è una scimmia. Ma domani è domenica e le farmacie sono chiuse. Vieni, scappiamo pedalando.

04:00 p.m.
C’è X-Files! C’è X-Files! Perché cambi canale? Tu l’hai già visto ma IO no. L’apocalittica scomparsa del popolo Krinkrokkio dell’isola Krizzikrani nell’arcipelago Kurdulini. Fantastico. Bellissimo. Guarda quando lo ritrasmetteranno, voglio rivederlo, tutto, dall’inizio alla fine.

05:01 p.m.
Mi scende una lacrima sui titoli finali del documentario. Sono commossa.

06:19 p.m.
Mangiamo?

06:28 p.m.
Lavo i piatti?

06:43 p.m.
Quando tramonta il sole?

06:57 p.m.
No, il tg 4 no. Dio delle città, fulminami. Ti prego.

07:00 p.m.
Quasi quasi leggo un libro.

08:44 p.m.
Senti, preparo il divano letto. Tanto, per leggere qua seduta, accartocciata. E questo libro lo so a memoria. Devi andare in bagno? Vado a lavarmi i denti. La faccia. Pipì. La tapparella è abbassata dietro il vetro smerigliato. Il pigiama di flanella. Tanto vale che mi metta comoda. C’è qualche film, stasera? No, grazie, non mi va il caffè. Metti pure quel che vuoi, tanto io non guardo la tv, finisco questo libro. Certo che si allungano le giornate, ora, vero? Pensa, inizia a far buio solo ora. Un mese fa era già notte pesta ed era bella da abbracciare.

08:48 p.m.
Ciao. Sei piccola. Sei azzurra. Sei veleno. Sei salvifica. Sei l’ultima. Domani è domenica, hanno chiuso gli spazi aerei perché è esploso un vulcano, lassù, al nord. Non succedeva dall’ultima guerra. Se esplode la bomba devi nasconderti sotto il banco di scuola, il maestro mima il gesto, bambini in calzoncini e calze al ginocchio eseguono pronti. E se sei per strada, gettati sul marciapiede, fetale. Ti salvi dalla bomba comunista, se ti raggomitoli per terra. Era un bel documentario, quello, è da tanto che non lo trasmettono in tv.
Domani è domenica e non sei andata in paese a far scorta. Prendi l’ultima, tempo un quarto d’ora il cervello si spegne. Sonno. Dormire. Galli nel pollaio che ridono e si gettano sull’aia quando esplode la bomba.