La prima cosa che mi fece capire di non esser destinata a questo posto furono le mani.
Le mani della gente.
Dita schiacciate da presse abusive in garage per stampare ranelle la notte. Unghie scardinate da martelli in cantieri dove il casco protettivo era, è e sempre sarà un miraggio. Pelle dei palmi e delle falangi reticolata da freddo, polvere, calcina, grasso, petrolio.
Non son mani pulite, quelle di questa gente.
Non sono le stesse mani che avevano le persone di campagna dove sono cresciuta nei week-end bucolici affittando una cascina nel Monferrato.
Là vedevi terra, vedevi concime, vedevi vino, vedevi verdura. Non che fossero persone migliori della gente di qua. Forse era solo una visione da bambina che rendeva tutto più poetico, più bello.
Fatto sta che le mani di questa gente mi fa inorridire, gridare di spavento, ritrarre d’orrore: non toccarmi, non indicarmi, non sfiorare l’aria attorno a me.
Mesi fa ho incontrato quella persona che ti fa dire: casa-figli-vecchiaia.
Le sue mani son perfette. Le unghie curate, corte ma non troppo; il polso leggermente velato dalla peluria dell’avambraccio; niente anelli, nessun bracciale, neppure l’orologio. Tutto lo spazio dell’universo per le mie, di mani, nelle sue.
Mi guardavo le unghie, mi chiedevo se non avesse preferito una mia manicure perfetta.
Così son andata, per la prima volta in vita mia, a farmi fare le mani.
Cosa mettiamo? Un bel ROSSO!
Ma anche no.
FUCSIA!
Un qualcosa di trasparente…?
BISOGNA OSARE NELLA VITA!
E sia, osiamo. Va’ va’ che bel bianchiccio perlato. Questo, sì.
Tu non devi toccarmi le dita. Nessuno può, solo lui. Nessuno può sfiorarmi le mani. Nessuno è autorizzato. Solo S. Non salutarmi con dita sudate. Non stritolarmi le ossa. Non infilarmi tra le dita le tue ingioiellate, molli, scarne, tozze, paffute.
Non toccarmi.
Non storcermi le falangi, non rigarmi l’unghia, non piegarmi il pollice, non girarmi il polso.
Non infilarmi anelli, non scivolarmi bracciali, non chiedermi l’ora.
Leggo un libro. Sento la pressione degli ossi delle falangi attraverso la pagina. Odio i fogli in risma. I taglietti sulle cuticole che provocano. Non voglio infilare i biglietti d’auguri nelle buste e sentire la fitta della ferita sui lati dell’unghia. Non farmi infilare cose in scatole di cartone, quando questo si pianta tra carne e sott’unghia.
È inverno. Il freddo apre screpolature che bruciano sotto le creme sempre più grasse, nutrienti, protettive.
È estate. Il sudore si aggrappa al volante infuocato dell’auto, sposto le mani spaventata.
È mattino presto, ma son già cinque ore e mezzo che lavoriamo. Quando siamo entrati le uniche macchine a passare lungo la strada davanti il negozio erano camion di lunga percorrenza. C’è un ora particolare, un po’ prima dell’alba, in cui il freddo svanisce e il sonno mancato si trasforma in vuoto allo stomaco. È la terza mattina che attacchiamo alle quattro e trenta. Sembra impossibile considerare di tornare a orari umani.
La calca, in quella mattinata alle dieci e passa, è inverosimile. Impressionante. Il caldo dell’alito, dei cappotti, dei guanti sovrasta l’odore del pesce. Scioglie il ghiaccio del bancone, persino.
Servo un tizio, che chiede una piovra. Servo un altro, che chiede tonno e platessa. Sbaglio a consegnare i sacchetti, quando tornano dopo aver pagato. Corro a rincorrerli.
Corro.
Scivolo.
Mi aggrappo a un pezzo di ferro che sorregge una mensola, lì affianco.
Corro. Scivolo. Afferro.
Sangue.
Che hai fatto! Cos’è successo! Fai vedere! Togli il guanto!
No. Non lo tolgo. Non voglio vedere. Le mie unghie. I miei polpastrelli. Il sangue. C’è sangue, troppo.
Il 118. Non sento le mie dita. Scoppio a piangere addosso a G., mentre lui mi affonda a forza la mano nel mucchio di ghiaccio che s’arrossa indecentemente. Non sento le mie dita, G. Sono come quella gente, sono segnata, piango dal dolore.
In ospedale aspetto. Sono fasciata d’emergenza. Aspetto. Un vecchio sulla barella accanto la mia russa fragorosamente.
I punti. Sento il filo sotto la carne. Penso a un arrosto.
Mia madre fa la cima. La fa spesso, per il mio patrigno, che è ligure e spesso ha di mangiare cose solo sue. Guardo mia madre cucire la tasca di carne, con il filo bianco e spesso, l’ago enorme.
Sono gente, ora, son quella gente là.
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E così, in silenzio e senza troppo agitarsi, è di nuovo Natale.
Lo sai quando E. sparisce in magazzino, quello piccolo, la porta dopo lo spogliatoio nostro, e ne riemerge sporca di polvere e con scatoloni smossi più grossi di lei.
Scatoloni che riconosci subito perché, come il Natale stesso, non cambiano mai.
Gli angoli son arrotondati, vedi sbavature di acqua asciugata che arricciano il cartone accoppiato, la scritta col pennarello è ormai sbiadita.
Decoraz NATA
Le misure, le proporzioni, tutto viene schiacciato in boa di lamé e carte argentate straccionate: piccoli bambini nudi affianco a palle di resina gigantesche; muschi sfatti che si sbriciolano su babbi natale fissi nei loro stivali neri.
E. ha gli occhi lucenti, ride, la vedi che si diverte, addobba il ficus beniamino che sta morendo di freddo con fiocchi dorati e spezza le foglie ormai arrotolate su sé stesse con decorazioni di gesso pesantissime.
M. mangia di nascosto pezzi di branzino scongelato e ricongelato e scongelato di nuovo, si riempe la bocca e dà indicazioni su dove sistemare le scritte d’auguri.
“Attacca questa palla sopra la bilancia”.
Il senso dell’umorismo è l’unica cosa che non si surgela, in questo posto: attaccare una palla di vetro a un piantone alto un metro e novanta per chi, come me, è meno di uno e sessanta è uno scherzo. Crudele.
Salgo sul bancone, affondo i piedi nel ghiaccio e all’improvviso mi sento, io sento, io so, io ora so cosa vuol dire.
Sono sul bancone del ghiaccio, potrei scivolare, batter la testa e addormentarmi.
Potrei scivolare e adagiarmi senza vita accanto agli scampi della Norvegia che mi guardano invidiosi.
Ma con un salto aggancio la palla al piantone, atterro sui cristalli di ghiaccio che si compattano sotto il carrarmato degli stivali e nulla è accaduto, nulla è successo, non son caduta, non mi si è sfondata la testa contro lo spigolo, non ho frantumato la faccia addosso i vetri, non sono morta, non ho un cartellino sulla fronte con prezzo e regione di pesca e il codice di battitura in bilancia.
Sono viva ed è Natale.
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Son così stanca, amoremio, così stanca.
Sì, lo so, non dovrei: son in ferie da un mese, ormai.
No, amoremio, non mi far pensare a chi lavora dodici ore al giorno e la pausa pranzo la trascorre seduto azzannando un panino mentre fa scorrere dati sullo schermo di un computer.
Son stanca. Stanchissima.
Oh, no, no: non è giusto, amoremio, dirmi di chi lavora nei cantieri edili, oppure lucida pavimenti, o piuttosto vende merce all’aperto con qualunque tempo infuri sulla sua testa.
Smettila di dirmi che è solo il primo giorno dopo una lunga pausa: non m’interessa di esser stata negli statiuniti, non m’interessa di aver la pelle splendente, non m’interessa.
Guarda come sono stanca, amoremio, guarda: le mani mi si muovono lente, gli occhi mi si appannano, i piedi si trascinano.
E no, amoremio, no, davvero: non m’importa di chi cerca disperato questa mia vita, questo 27 del mese così necessario.
Amoremio, io ora salgo sul bancone, mi distendo sul ghiaccio e dormo un po’ accanto al gronco con l’amo ancora impiantato tra le fauci.
Dormo solo un po, amore mio, mi riposo solo un po’.
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La spiaggia è solitaria, da cartolina, da catalogo di vacanze.
La sabbia è un tritume finissimo di conchiglie e coralli e poggia su acqua che imbeve tutto. Tu poggi un piede e ti senti affondare in una piccola voragine bianco rosata da cui emergono pezzetti di barriera corallina.
Sullo sfondo delle palme sfrangiate, degli ammassi di rovi come oleandri, come rosmarini. Dietro te delle rocce laviche, davanti a te l’acqua oceanica.
Sembra persino finto.
Cammino a rincorrere una piccola quaglia che non si decide a volar via ma si allontana isterica prima che l’ondata l’investa.
Papereggia verso l’acqua, becchetta qualcosa, si allontana senza bagnarsi, mentre la schiuma mi investe il bordo del prendisole.
Credo sia tutto finto. Credo sia tutto finto! urlo. Da dietro alcuni scogli s’affacciano due teste ricce: son due ragazzi che compaiono mano nella mano. Un lui ha una maglietta bianca, l’altro lui ha un cappellino nero. Maglietta bianca fa alcuni balzi come la quaglia di mare, salta sulla battigia senza farsi toccare dalla schiuma. Cappellino nero affoga le sue caviglie così come me.
Non ci posso credere! mi urla di rimando Cappellino nero.
Appunto, dicevo io, è finto, non ci son pesci nell’acqua.
Solo quaglie, e non nuotano neppure.
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Oggi ha fatto il pazzo, G.
Rideva, faceva le smorfie alle spalle di chi perculava. Faceva allegria vederlo per una volta non imbronciato, il viso era finalmente quello di un giovane ventisettenne che fatica la sua giornata, stretto nei giacconi e nei pantaloni da sci ormai sporchi.
Di solito è triste. Oppure assorto. Almeno, così pare. Ma, se hai tempo, scorgi nei suoi occhi l’assenza di qualcosa.
La prima cosa che pensi è che sia stupido. Non stupido in senso spregiativo: stupido che non ci arriva, non ce la fa.
“Dov’è lo scolapasta?” chiede agitato perché deve portarlo velocemente giù, nelle cucine, che sennò la platessa per le crocchette di pesce si sfalda troppo.
“Lì nell’armadio, apri, è in basso”.
“…”
“Apri l’armadio, sul ripiano basso c’è uno scolapasta da 12 kg di capienza”.
“…”
“G. criste d’na madona, disbrojite n’atim, su, dumse da fè!”
G. ha passato molti anni in val Susa, come istruttore di sci. Conosce il piemontese: gli parlo secca e in dialetto e vedo che, come un automa, si china a prendere lo scolapasta. Si ferma un attimo con quel pentolone forato tra le braccia, mi guarda.
“Va nàn, va nàn, to pare al te ciama, allez”.
Il mischio di patois e monferrino lo inchioda definitivamente. Un urlo dalle scale, suo padre lo chiama a squarciagola, lo fa muovere come una mangusta che sente il pericolo all’ultimo istante.
Non è sciocco. Forse neanche stupido. Forse ha una carenza di vitamine, chi lo sa. Forse si ferma a pensare alla bellezza delle parole, oppure a ricordare chissà quali momenti speciali della sua vita, mentre ti fissa stolido. È un poeta, è uno scrittore, è un genio incompreso, lo immagino seduto in veranda, i piedi sulla ringhiera, un sigaro in bocca, il sole che sorge sul fiume paludoso tinto di rosso.
“Io non penso sia scemo. È solo molto timido”.
“Guarda che ho visto il suo profilo su facebook”.
“Be’? Anche io l’ho…”
“Nei dati personali ha scritto che ama sentire l’odore della benzina al mattino”.
“Ah”.
Non è stupido.
Riconosco adesso quella scintilla ferma nel fondo dei suoi occhi.
È Kurtz.
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Viviamo giorno per giorno.
Senza aspettative. Senza prospettive.
E. allarga le braccia, F. ha uno sguardo imbarazzato. M. è rassegnato.
Li guardo, a chiedere spiegazioni: ma le lotte sindacali? L’orgoglio del lavoratore? La purezza sindacale?
Tutto via, tutto spazzato.
Se domani ti dicessero: togliti la parannanza e vai a pulire le turche degli spogliatoi, tu ti togli la cerata e vai.
La tua arma non è più una molotov, bensì una bottiglia di lisoformio.
Se domani ti dicessero: prendi la scopa e passa tutto il piazzale del parcheggio, tu imbracci la saggina e fai mucchi di foglie secche, pezzi di muschio strappato all’asfalto, mozziconi di sigarette, insetti morti.
Se domani ti dicessero: tu non conti un cazzo, tu non conti un cazzo. Abbassi la testa, lo sguardo, le spalle.
Non so cosa ci abbia portato a questo livello di striusciume indefesso. Dieci, quindici anni fa potevo permettermi ancora di contrattare, sindacare e, comunque, pretendere il rispetto dovutomi come persona e come lavoratore. Sì, mi dai uno stipendio: ma io lavoro, per quei soldi. Non mi paghi perché io respiri aria e basta.
Ora, invece, no. Ringrazi che ti paghino. Ringrazi che ti diano il lavoro. Ringrazi che si ricordino come ti chiami.
Cosa ci ha portati a questo livello di sudiciume infinito? Il televisore? Il cellulare? Il rumeno che diceva sì al posto nostro? Risposte che scalfiscono con graffi di qualunquista populismo le mie certezze. Ho davvero detto sì, vado a pulire il cesso in cambio di un televisore? Abbiamo davvero permesso che la legittima fame di alcuni diventasse l’arma per affamare illegittimamente?
Mi guardano imbarazzati quando chiedo gli orari della prossima settimana.
“Vivremo giorno per giorno” dice piano M.
“Ma siete pazzi? devo restare chiusa in casa in attesa di sapere cosa farò nel pomeriggio, il giorno dopo, sabato?”
“Sì”.
Comprendo, all’improvviso, capisco quelli che ritengono il lavoro una galera.
Non so neanche in che orari apriranno le celle e ci lasceranno fare l’ora d’aria.
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Ho davanti a me circa quarantacinque persone.
In questi casi l’unica via di sopravvivenza è sfoderare il mio miglior sorriso e tirare indietro le spalle.
Non che faccia differenza, con addosso parannanza, grembiale, maglioncino di cotone, maglia di lycra. Non è che camminando ritta la mia seconda scarsa si trasformi all’improvviso in una quinta coppa C.
Ma serve a dare un’immagine di efficenza, di velocità. Potrete lamentarvi dell’attesa quanto volete, io sto andando avanti veloce, professionale e indifferente.
Se sorridi, i clienti interagiscono. Collaborano. Partecipano.
Come Radar.
Radar è così chiamato perché i suoi padiglioni auricolari fanno concorrenza al ripetitore di radio Maria.
Quando gli ho appioppato questo soprannome, E. mi ha accusata di essere crudele. Ma il giorno dopo Radar ha cambiato pettinatura. S’è fatto calvo. A quel punto E. ha ammesso il dolo e sconfessato la roulette genetica.
Radar mi insegue lungo il bancone. Fa battute se mi cade un’acciuga dal pacchetto, sorride alle mie bestemmie silenziose verso l’inventore della carta accoppiata a velina e il suo utilizzo nel campo ittico.
Radar interagisce con i sacchetti che si rompono, l’orata che scivola verso il fondo del bancone e non si fa acchiappare, la vecchia milanese che insiste nel volere una spigola e fissa sdegnata il branzino che brandisco minacciosa.
Radar controlla l’andamento della palina segnanumeri, calcola chi lo servirà. E mi corre parallelo, un oceano mare tra me e le sue orecchie.
Radar ha il numero quarantadue.
Come spesso accade nella casualità della vita, M. mi lascia andare a fumare la sigaretta quando termino di servire il numero quarantuno.
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Entra che pare avere gravi problemi alla schiena.
E che indossi un busto a tenerlo ritto dalla nuca al coccige.
Cammina come se le ginocchia fossero chiuse in protezioni da football americano, in mano tiene chiavi della macchina, cellulare, accendino, sigarette, occhiali da sole. Un paio diverso da quello che ha sugli occhi.
Porta una collana di sfere di legno, in varie venature. Una camicia nera rigata d’oro, jeans chiari tenuti su da una cintura colorata da triangoli policromatici.
Le scarpe son sneakers a suola bassa, non vedo calzini.
Al polso porta un orologio grosso, un braccialetto en pendant con la collana.
La voce è greve, impostata, modulare.
La pelle è abbronzata, liscia; i capelli son artisticamente biondicci e spettinati.
Chiede poche cose, senza spine, da mangiare crude.
Mi fa lo sciusci di tonno?
Ho finito il tonno per il sashimi.
Vorrei dello spada per lo sciusci.
Lo spada è decongelato, non va bene per il sashimi.
Ha il salmone per lo sciusci?
Alle diciotto e trenta del sabato sera i salmoni son già sul bateaux mouche a risalire il fiume. Non ne ho per IL SASHIMI.
Si risolve a prendere una busta di misto surgelato per risotto allo scoglio.
Il tutto sortisce l’effetto opposto a quello che otterrebbe in una discoteca riminese la notte di ferragosto.
Quando esce ridiamo a crepapelle.
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Quando è entrato, veloce con in mano il casco e indosso il giubbotto da moto, sulle prime mi son dimenticata di passare il mio sorriso dalla modalità “l’umanità deve estinguersi nei prossimi 3 minuti” a “oh, cielo, le mie ovaie”.
È entrato veloce, affrettato, molleggiandosi sulle scarpe da ginnastica, il sorriso allegro.
“Oh, ciao!”
Ma i miei occhi son corsi alla sua testa.
Ricordavo quei capelli molto più scuri. Più castani. Più da padre di famiglia.
S’è fatto le meches.
Sculettava un po’, anche.
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Ma in che negozio lavori? mi chiede R., giocherellando con il suo iPhone collo schermo opaco di ditate.
Guardo le nuvole in alto, fingo che non ho sentito. Guarda, un cane a forma di nuvola!
Copiona! Mi rubi le frasi dei miei libri! mi dice R. dandomi una spinta sulla spalla. Sorrido, e il mio sguardo si poggia su una squama che m’è rimasta appiccicata all’avambraccio.
Ad alzare gli occhi m’accorgo che non è più un cane, quella nuvola, ma un’orata. Mi si paralizza la faccia.
Subito dietro, un polpo.
Diosantobenedetto, uno stormo di spìgole si spiega come vele, le piume remano nell’aria, i becchi son rostri.
Anche al di là del bancone, lontana dal ghiaccio, senza le mani tra il freddo, sento l’odore attorno a me.
Ma tu sai che uccelli siano? mi domanda R., anche lui distratto da tutte quelle ali che nuotano nel cielo.
Poléne, rispondo.
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