Archive for the ‘vìtale’ Category
A quaranta anni, o poco più, le preoccupazioni dovrebbero essere specifiche: la salute dei tuoi genitori, le rughe che incipiscono, i figli che fanno casini e poi ti chiamano i professori.
Invece, a poco più di quaranta anni, ti ritrovi a parcheggiare, spegni l’auto, accendi la sigaretta, riaccendi l’auto, tira giù il finestrino, rispegni l’auto, prendi la cartelletta, aprila, controllane il contenuto, chiudila, tira via la chiave dal nottolino d’accensione, apri la portiera, esci dall’auto, rientra nell’auto, reinserisci la chiave nell’accensione, accendi, chiudi il finestrino, togli la chiave, esci dall’auto, fanne la circumnavigazione, apri la portiera dal lato passeggero, prendi la borsa, prendi il libro di analisi strumentale, prendi la cartelletta, chiudi la portiera, rifai il giro dell’auto, chiudi la portiera del guidatore, pigia il tasto di chiusura, sentire le luci che scattano assieme ai nottolini, starnutire, cercare il fazzoletto in borsa, soffiarsi il naso, appalottolarlo, riporlo nella quinta taschina dei jeans, cercare i guanti, trovarli e posare le chiavi, infilarsi i guanti, ricordarsi di fumare la sigaretta accesa, guardare la sigaretta poggiata nel posacenere dentro l’auto.
La cartelletta è arancione salmonato.
C’è un freddo primaverile che ti porta gli ultimi raffreddori invernali; una scuola poco distante accentra anziani con pettorine giallo fosforescente indosso, così che uno possa individuarli meglio per stirarli.
Manca poco alle otto e mezza ed è pieno di bambini che accompagnano i genitori, e i nonni, per lasciarli di fronte all’ingresso liberi di svolgere i loro compiti d’adulti: andare a prendere il caffè, fare la spesa al discount dietro la scuola, la posta, il pane, il macellaio, la verdura, il chiosco dell’acqua comunale, cinque centesimi la bottiglia di frizzantina.
Nel bar ci sono le nonne e le mamme che non hanno più il permesso di portare i piccoli fino all’ingresso scolastico, perché poi li prendono in giro. Scavano con il cucchiaino i rimasugli di zucchero impregnato di latte schiumato. I cucchiaini fanno un rumore di povertà e di pettegolezzi.
Davanti al portone del palazzo dove devo entrare io c’è un camion che si infila, in retromarcia. Sul cassone, alcune piante. Aspetto che entri, seguo il muso del furgone, il guidatore ha mille occhi per controllare di non strisciare contro i muri.
Salgo, conosco ormai bene le scale. Danno su un balcone grande, chiuso a serra, ovattato. I fogli, sui muri, recitano orari e indirizzi. Sono seconda, c’è uno con il mio stesso sguardo che attende camminando in circolo; apro il libro di analisi, studio, pagina dopo pagina la fila si allunga dietro me e mi interrompe sempre più spesso per sapere chi sia ultimo.
Qui non si passa davanti agli altri.
Qui si rispetta la fila.
Potresti persino essere incinta, potresti essere su una carozzina, potresti svenire con un’epistassi degna di Kubrik: no, non passi avanti. Tutti i nuovi arrivati, se neofiti, vanno davanti all’ingresso dell’ufficio, guardano i fogli attaccati con lo scotch. Si accorgono degli sguardi di controllo, si rendono conto che se si aprisse la porta potrebbero entrare per primi e morire ancor prima di prendere il numerino della fila. Indietreggiano con lo sguardo basso, quasi a scusarsi.
Poi, l’ufficio apre.
Si entra.
Io sono la seconda a prendere il numerino.
Sono la seconda ad aprire una cartelletta, a compilare un modulo, a esser chiamata per completare la procedura.
Fuori, il sole è più caldo.
La scuola ha chiuso il cancello, genitori e nonni sono dispersi, gli anziani vigilantes sono a lucidare la pettorina e la paletta in attesa dell’ora di fine lezioni.
Entro in auto: la sigaretta s’è consumata e c’è come una nebbia di fumo davanti al parabrezza.
A casa, mi chiedono come sia andata. Rispondo: come volete sia andata? È andata come al solito, che a quaranta anni e poco più al mattino dovresti preoccuparti del trucco che si rovina a soffiarti troppo il naso per questo dannato raffreddore che non vuole passare, invece di andare per l’ennesima volta a iscriverti all’ufficio di collocamento, come lo chiamiamo noi di un’altra generazione.
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Pina fai questo, Pina fai quello, Pina è tornata.
[una volta era Priscilla]
I clienti mi riconoscono, sorridono, come stai, come mai.
La mano migliora, la fettina non è più storta come il [secondo] primo giorno.
[eppure, quando il maslé mi aveva chiesto di andare di nuovo a lavorare in macelleria, per tutta risposta avevo fatto il gesto dell’ombrello]
[solo che in mano avevo il telefonino e, fantozziana, col colpo contro il poplite del braccio ho fatto volare il cellulare]
I capelli sfuggono al cappellino, le mani pulite sul grembiale, la felpa [rossa] blu si sporca facilmente e se la lavi si restringe, perché non han bagnato il tessuto prima del confezionarla. Ho una felpa taglia anni 12 e una taglia 10. Erano una M e una S.
[càpita]
Il pollo ti brucia le dita, il maiale è simpatico, la coscia è sempre una boccia da sette od otto chili per forza. Mi stendo a prenderla, le ciabatte antinfortunistiche che svolazzano dietro di me.
Mi faccia un etto di prosciutto sottile, non importa se si rompe [un etto di sbriciolato, ma sai la soddisfazione di dodici fettine di roba rosa] e anche la bresaola mi raccomando sottile.
Alle sei e mezza il cielo è nero e i sacchi della spazzatura sono rovesciati, aperti e stuprati da cani e gatti affamati.
Alle nove, il cielo è chiaro e l’aria punge la sigaretta del caffè.
Se càpita, esco a buttar cartoni o ad aprire ai fornitori oppure agli zingari che vengono a prendere la roba marcia: il cielo è sempre lì, fermo, assolato, solo.
Sullo sfondo del cortile, si muovono i vecchietti che ràvanano nei cassoni, in cerca del cibo buttato per legge, qualcosa da riutilizzare, qualcosa da fare pur di non restare in casa a fissare la propria disperazione.
Alle tredici, il cielo mi fa fretta per correre a casa a mangiare, a studiare, a guardare con le lacrime il letto comodo, riposante.
Solo di sabato il cielo, quando esco, è di nuovo nero come al mattino.
Fa meno freddo, però, anche se il parabrezza è ghiacciato
[il bòcia del maslé tenta di scrivermi Pina sul cofano, rimane attaccato alla carrozzeria per il ghiaccio]
fumo la sigaretta mentre la ventola del riscaldamento tenta di sciogliere il bianco che non mi fa vedere il nero, il lampione a guardia dei cieli che cambiano.
vi sono mancata? ci sei mancata, Pina.

[clicca sulla foto per la musichina]
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Quando abbiamo iniziato mi son dimenticata di dirti una cosa.
[no, non me ne sono dimenticata, è che me ne vergogno]
[me ne vergognavo]
Come stai?
Sto bene, cambio parrucca e ho un paio di tette favolose.
Com’è?
Son passati quasi due anni da quando è mancato, ma sto tornando a vivere, forse mi sono innamorata di nuovo.
Novità?
La mia ditta chiude tra massimo sei mesi, saremo a spasso in due perché la regola del non si mangia nello stesso piatto ce la siamo scordata e adesso il piatto s’è rotto.
Dimmi come te la passi.
Adesso che viene l’inverno mi tengono chiusa in casa ed è un peccato perché ho quattordici anni, vivo su una sedia a rotelle, non so parlare e in giardino almeno mi divertivo, ma adesso che fa freddo non posso più.
Ma da quanto non ci sentiamo?
Non so, ero ancora sposato? E chi hai conosciuto, dopo? La bionda o le due castane?
Mi son dimenticata di dirti che non mi ero iscritta a scuola per un obiettivo, ma per una scadenza.
Era sera, giravo per strada tra le colline, avevo il diavolo seduto accanto.
E, mi son detta.
Prendo la maturità e poi me ne vado.
Qui c’è un canale, svasato. Con il cemento sul fondo, il cemento sui lati, liscio, lo puliscono d’estate e quando devono recuperare qualche persona. Se ci cadi, arrivi alla centrale elettrica.
Prendo la maturità e poi vado, tanto non so nuotare e anche se lo sapessi non servirebbe. Diventi luce per le lampadine.
Prendo la maturità e vado.
Vado.
Dopodomani inizierà il nuovo anno scolastico.
Guardare il nuovo diario e sapere come vada davvero il mondo, sapere che ci son cazzi molto più amari dei tuoi non sposta di una goccia l’entropia del flusso di acqua che scorre.
Se, però, mi insegni a nuotare non mi tuffo.

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Dal mattino fino il tardo pomeriggio, gli urli si susseguono provocandomi brividi lungo i bracci.
Non le braccia, ché la pelle di cappone si ferma misteriosamente ai gomiti.
Ma l’orrore mi prende ugualmente, e la tristezza, e la goduria.
I vicini di casa sono sardi. Non so se questo sia un elemento a favore o a scapito, tanto è che non parlano come nelle migliori macchiette televisive, avanzando i verbi e raddoppiando le consonanti. No. Perché i vicini di casa urlano. Così tanto e così forte e così violenti che non c’è tempo di creare un’atmosfera di carasau e pecorino e mare verde.
Urlano al mattino per andare a scuola: Lorenzostronzodovesei.
Urlano a mezzogiorno di ritorno da scuola: Lorenzostronzovieniamangiare.
Urlano il pomeriggio durante la pennichella: Lorenzostronzovaiadormire.
Urlano la sera prima di chiudere le finestre: Lorenzostronzovainbagnoalavartidenti.
Lorenzostronzo ha un fratello, chiamato Gabrielecretino, solo chiamato e non urlato, forse perché è alto un metro e novanta per i suoi sedici anni e l’ingombro muscolare di una saracinesca per doppie vetrine. Ma di sicuro finché è stato più basso di suo padre gli urli se li è presi anche lui.
Il resto della famiglia è composto da una nonna, una madre, un padre. Tutti che urlano.
Io non urlo mai. Quasi, mai.
Se urlo, lo faccio con la bocca chiusa, attorcigliandomi lo stomaco con le mani, come le lavanderine che lavan i fazzoletti.
Se urlo, è di notte ché nessuno possa sentirmi.
So di quanto sia sciocco e stupido non urlare, ma: mi han insegnato così. Non urlare. Stai zitta. Stai ferma. Non ci interessa la tua opinione. Stai nell’angolo. Ecco, è colpa tua se si litiga. Zitta. Vattene. Addio.
E, allora, se sento urlare o anche solo litigare o persino una variazione d’umore, mi zittisco. Non urlare. Fai silenzio. Le parole che premono contro il naso, io vorrei urlare e dire le mie ragioni, giuste o sbagliate che siano, ma le parole stan lì, ferme, ché non posso urlare a mia volta, arrabbiarmi, perché non ne ho il diritto. Mi hanno insegnato così. E, se non imparavo, erano gli schiaffi. In qualche occasione anche calci. Una volta, un pugno. Ultimamente, disprezzo e umiliazione verbale. Tu, non conti niente. Tu, non sei nessuno. Tu, stai zitta. Tu, addio.
Le parole premono contro il naso e le lascio uscire soffiandomelo col fazzoletto pieno di lacrime.
Per questo amo tanto i miei vicini di casa. Anche se sentirli sbraitare isterici alle otto del mattino non è la cosa più gradevole di questo mondo. Anche se sentirli insultarsi, ascoltare un bambino di otto anni appellare la nonna e la mamma con troiastronzanonrompermicoglioni non è il massimo della cultura.
Ma li amo.
Perché urlano. E poi si abbracciano.
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La strada è sbagliata.
Correttamente: non è errata, semmai è quella non giusta.
Si allunga, di parecchio, basterebbe andare per la tangenziale. Ma sappiamo tutti cosa accade in tangenziale in certi orari: procedi a passo di lumaca, fai a gara col tuo vicino di corsia. Due macchine avanti, tre macchine indietro. Il tizio nuovo si infila un dito nel naso, meccanico, tanto chi può vederti? Il sensore aumenta e diminuisce il volume dell’autoradio a seconda della velocità. Premo il comando al volante, alzo, è una canzone di quando ero adolescente.
Saltando la tangenziale e il dubbio che t’attanaglia, se siano un euro e dieci oppure uno e quaranta, percorro la città.
Mi stupisco di quanto tempo si impieghi: eppure fino a dodici anni fa la facevo tutti i giorni. Due volte. Andata e ritorno. Col cane nel bagagliaio a ridere nello specchietto retrovisore.
Supero l’incrocio del mio vecchio posto di lavoro. Hanno cambiato i sensi di marcia, nella viuzza scalcinata ora c’è un divieto d’accesso. Alla parallela seguente un senso unico. Proseguo.
Hanno fatto un sottopasso. Seguo la corrente, mi ci inabisso alla folle velocità di una bicicletta arruginita.
Quando è che devo girare? Aspetta. Non mi ricordo. La radio trasmette un altro successo dei miei anni giovanili, ma rifatto in chiave dance. Disco. Dub. Umz umz umz umz. Alla mia destra il deposito dei tram. All’incrocio seguente, a sinistra, il palazzo dove abitavano i miei genitori, novelli sposi. Di nuovo, a destra, il parco dove mi portavano. Le recinzioni son le stesse di allora. Verniciate di verde. Come allora.
Appena fatto il cavalcavia, a destra. Vai avanti. Trovi la rotonda. Segui per il centro commerciale. Parcheggio. Parcheggio, parcheggio, dove parcheggio, vediamo, un po’ più vicino, ecco, uhm, quello, sì.
Appare incredibile la qualità di alcuni di trovar posto praticamente davanti all’ingresso di qualunque posto essi vi si debbano recare. La loro costanza nell’attendere, la loro simmetria nel girare attorno come un branco di squali.
Altrettanto incredibile è come io, invece, abbia la capacità di infilarmi nei posti auto più lontani possibile dagli ingressi.
Carico scarico, parking di riserva, quattro isolati più in là: io ci finisco. E poi scarpino, arranco fino alle porte automatiche. Mi dico sia un modo per fumare l’ultima sigaretta, come una condannata a morte che si inventa un ultimo desiderio incredibile.
Gli ipermercati generano in me una sorta di ansia mista a invidia. So cosa significhi lavorarci. So che la divisa, a un’occhiata superficiale, appare bella lustra mentre in realtà è lurida e strappata. So che i turni sono capestri. So che negli spogliatoi ci si odia. So che le prime due file son ben esposte e le rimanenti messe con odio, negli scaffali.
Se devo chiedere qualcosa mi sento in colpa. Mi scusi. Scusi se la disturbo. Mi potrebbe aiutare?
I negozi satellite sorridono di un’aura malsana di superiorità. Marche improbabili affiancate a grandi firme, le commesse si scrutano e si tengono da parte il capo della taglia giusta.
Devo comperare almeno un paio di cose estive. Son andata via con solo roba invernale. Mettere il maglioncino rosa lungo alle ginocchia oltre che fuori moda sarebbe una pessima idea con le temperature che annunciano l’estate.
Devo prendere almeno un paio di cose. Una camicetta. Una maglietta. Una borsetta.
Trovo tutto in pochissimo tempo, esibisco la mia carta di credito. La. Mia. Carta. Mia. Digito il codice segreto con orgoglio. Pigio il tasto verde, mostro il documento d’identità. Nella foderina, piegata, c’è la ricevuta della richiesta di cambio residenza. Con un bel timbro circolare blu, sopra. Io. Ho il timbro. Blu.
Potrei comperarmi dei calzini.
Oppure cercare ancora una maglietta. Ma quest’anno va di moda il fiorato, sblusato, svasato, gonfiato. Vorrei poter dire che non mi piace, come stile, ma in realtà non ho abbastanza tette per indossarlo.
Potrei comperare un libro. In questo mese e mezzo ho letto circa ventotto libri. L’opera omnia presente in casa di Stephen King. Ho inziato un tomo, foderato di carta lucida blu pavone, sui Savoia. Un libro, mi ci vuole. Voglio. Con le pagine bianche e non giallastre di anni, di sigarette, di polvere.
Avete i Meridiani?
Nel settore Viaggi e Guide Turistiche.
Non spreco a salutare, mentre esco di gran carriera. Magari li assumono anche laureati. In Letteratura. Con la lode. E il bacio accademico. Dovrebbero legarli a tralicci della luce e dar loro un candelotto di dinamite, invece dello stipendio.
Signora? Le borse, prego.
Il tizio all’ingresso dell’altra libreria, computeria, cd e dvd, cazzi e mazzi hi-tech è alto quasi due metri, calvo. Indossa giacca e cravatta, è abbronzato, ai polsi ha molti braccialetti d’argento. Un Saviano da discoteca che mi sigilla i miei preziosissimi acquisti, due camicie e una borsa, quarantotto euro. Gli altoparlanti diffondono un successo di quando ero molto giovane, lo canticchio tra le scansie.
Avete i Meridiani?
Qualcuno.
Pavese?
Controllo, ma non credo lo abbiano mai fatto, per lui.
Per forza, è Einaudi. Nato, vissuto, morto come uno struzzo.
Lo vedo in basso, per sbaglio: due volumi. Li prendo. Assieme ad altri due libri. Un torinese. Un ebreo.
Alle casse l’addetto della sicurezza è diverso. Ha i capelli ricci e neri, un po’ di pancetta. Anche lui in giacca e cravatta, ma senza braccialetti camorristici. Mi fissa, io mi ritrovo davanti alla postazione dei dvd.
E faccio la domanda che ripeto, invano, da quasi un anno: avete questo film?
È fuori catalogo, per questo non lo trova.
Ah. Ecco.
Mi spiace.
Pazienza, lo scaricherò, rispondo sorridendo non tanto per l’atto di pirateria quanto per la connessione che mi ritrovo, a casa: senza adsl, con picchi di 35 kbs se il cielo è limpido, gli stormi di uccelli non volano e un omino telecom ha lucidato il cavo telefonico da me alla centralina degli snodi.
Signora?
Sì?
Che sciocchino che sono: lo abbiamo ristampato proprio noi. Ne ho venti copie.
Mi rimane impresso quel “sciocchino”, mentre lui cerca nei cassettoni delle scorte: immagino una sua gentilezza nei gesti, a cena, coi genitori, mamma prova la mousse alla vaniglia, è buonissima.
Mi porge il dvd. Sento un’ondata, dentro, di paura. Il film rappresenta, più che una storia a me sconosciuta perché non l’ho mai visto, un identificarsi. Se vedi questo film mi impari. Se guardi questo film ti insegno.
Prendo tra le mani la custodia incellofanata e sorrido. So di avere le lacrime agli occhi. Mi giro verso le casse, l’addetto alla sicurezza riccioluto assomiglia a un bancario che ha appena concesso il primo mutuo della sua carriera, mi sorride. Lo guardo senza vederlo, mentre pago i libri e il dvd.
Esco.
Mi accendo una sigaretta che terminerò prima di raggiungere la macchina, parcheggiata nell’angolo più lontano possibile e immaginabile.
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4:54 a.m.
È ancora buio. Pesto. Però il gallo del pollaio del vicino ci dà già giù di brutto. Bastardo, pensi di essere il primo della classe dei mattinieri. Invece no, siamo in due. Un gallo e una gallina.
5:17 a.m.
Epperò a me scapperebbe la pipì. Eh. Ma se mi alzo, poi, i cani abbaiano e pensano sia ora di colazione. Cazzo. Colazione. Cibo. Mi prende un fiotto di vomito alla gola, al pensiero di mangiare. E mi scappa la pipì. Sento la pancia gonfiarsi inesorabile: ma cos’è, collegato all’apertura degli occhi? Più la vista va a fuoco e più la vescica dà la stura alle dighe? Maledetti cani che non puoi fare una mossa senza far credere loro sia ora dimangiare. Maledetto gallo mattiniero. Maledetti water così lontani dal letto.
06:08 a.m.
Se qualcuno in questa casa si svegliasse e andasse per primo in bagno e facesse casino con l’acqua e si assumesse la responsabilità di interrompere questo silenzio fatto di russare e mobili che si assestano e cani affamati e galli che rompono il cazzo, ecco, gliene sarei grata.
07:30 a.m.
La televisione ripete l’ennesimo rotolo di notizie flash.
Il pontefice ha festeggiato il compleanno, il vulcano ha chiuso gli spazi aerei come durante la guerra. C’è la bomba atomica? Cosa dovete fare se esplode la bomba? Sotto il banco! C’è la bomba! Esplode! Giù per terra! A che ora ti sei alzato? Alle sei e dieci. Ah, non t’ho sentito. Dormivi della grossa. Sì però io sono stufa di stare sul divano letto del soggiorno. Abbi pazienza qualche giorno, dai. Okay; hai sentito il gallo? Sì, canta ogni mattina prima dell’alba. E…? Non è buono da mangiare il gallo. Ah.
08:45 a.m.
Mamma posso andare in bagno? Sei a posto? Posso lavarmi? Posso? Non dirmi che devo fare come a casa mia, io vorrei solo riuscire a fare pipì tranquilla magari fumandomi una sigaretta e guardando la luce della finestra smerigliata. Posso? Mamma? Mamma, esci da quel bagno. Maledizione.
10:51 a.m.
Che c’è da fare? Stiro? Hai qualcosa da stirare? Ti faccio una lavatrice? Potrei levare le ragnatele dal soffitto del garage. Ti spazzo il cortile? Posso cambiare vaso e terra alle piante? No, non ho il ciclo, non mi dirai che credi alla panzana che una donna in quei giorni non deve toccare le piante. E fare il bagno. E lavarsi i capelli. E toccare gli animali. E… Mamma?
Cristosanto, il medioevo. Il medioevo. Posso leggere un libro o pensi si autodistrugga?
11:58 a.m.
Questo libro l’ho letto a 11 anni. Poi a 13. Poi a 17. Poi a 21. Poi a 26. Poi a 34. Poi oggi. Questo libro fa cagare, è noioso, ci sono i trucchi del mestiere scrittorio, è prevedibile e la storia è stupida.
01:03 p.m.
Lavo i piatti? Prometto di non affogare.
01:07 p.m.
Posso stirare? Ti sistemo i vestiti invernali? Pulisco il camino? Uh, metto a posto le vecchie foto! Daidaidài!
Mamma? Questo libro l’ho appena letto mamma. Ti pulisco i quadri con la cipolla tagliata a metà? Oh, che bel libro. Lo leggo, se proprio insisti.
02:25 p.m.
Cani? Questo è un guinzaglio. Io tengo un capo, l’altro lo aggancio al vostro collare. Io cammino, voi mi affiancate. Portamento fiero e marziale. Fate finta di essere dei dobermann nazisti, dimenticate per qualche minuto la vostra origine incrociata, le vostre zampe arcuate, i vostri peli maculati. Su, avanti. Un-dù, un-dù, paa-a-a-sso!
02:26 p.m.
Il fossato no, CAZZO! La pozza di fango no, CAZZO! Le cacche di altri cani no, CAZZO! Il topo morto no, CAZZO! Il gallo no, CAZZ no, aspetta. Il gallo.
03:11 p.m.
Mica ho sonno. Affatto. Anzi. Ti guardo, sono appoggiata sorniona sul cavalletto. Mi hai appena comprata, piangevi quando mi sei salita sul sellino, sono stata una tua piccola conquista. Mi volevi rossa ma ti sei innamorata del mio telaio canna di fucile metallizzato. Centosessantanove euro e qualche centesimo più il cestino e la catena. Montami, se ne hai coraggio. Andiamo fino in paese a prendere le sigarette. Non ti va il giornale? Un bel settimanale di moda e costume. Una fiera delle vanità a un euro e novanta. Potremmo andare fino in farmacia. Stai terminando le pastigline magiche. Vai dal farmacista con la tua ricetta bianca, con su le tue iniziali. Ah, la privacy. Che bella cosa. Un paesello di trecento anime che san tutto di tutti, ma la tua privacy è protetta astutamente da una sigla: B.D. Che ne dici? Guarda che stasera è l’ultima pastiglina magica, e domani è domenica. La farmacia è chiusa. Certo, nella scatola di vimini hai l’occorrente. Il coltellino opium piccolo. Le cartine. Il tagliere per la mescola. Bigliettini da visita selezionati con cura, bianco senza colori impressi. La pellicola che avvolge la stagnola che ricopre la carta che nasconde la resina. Però la sai, la differenza: la pastiglina ti stende subito. La resina ti fa andare con i pensieri. Poi, lo sai: vedi la piazza con i lastroni di marmo bianco. Vedi il porto e i due ponti. Vedi il teatro ellenico e i viottoli malsani. Vedi il prato dove crescono le gerbere. Vedi. Cammini. Ti strappi la testa e lo stomaco. Ti stritoli il cuore e la figa. Montami, andiamo a prendere le pastigline magiche. Andiamo. Lo so che dicono tutti che poi è una droga, che è un’abitudine, che è una scimmia. Ma domani è domenica e le farmacie sono chiuse. Vieni, scappiamo pedalando.
04:00 p.m.
C’è X-Files! C’è X-Files! Perché cambi canale? Tu l’hai già visto ma IO no. L’apocalittica scomparsa del popolo Krinkrokkio dell’isola Krizzikrani nell’arcipelago Kurdulini. Fantastico. Bellissimo. Guarda quando lo ritrasmetteranno, voglio rivederlo, tutto, dall’inizio alla fine.
05:01 p.m.
Mi scende una lacrima sui titoli finali del documentario. Sono commossa.
06:19 p.m.
Mangiamo?
06:28 p.m.
Lavo i piatti?
06:43 p.m.
Quando tramonta il sole?
06:57 p.m.
No, il tg 4 no. Dio delle città, fulminami. Ti prego.
07:00 p.m.
Quasi quasi leggo un libro.
08:44 p.m.
Senti, preparo il divano letto. Tanto, per leggere qua seduta, accartocciata. E questo libro lo so a memoria. Devi andare in bagno? Vado a lavarmi i denti. La faccia. Pipì. La tapparella è abbassata dietro il vetro smerigliato. Il pigiama di flanella. Tanto vale che mi metta comoda. C’è qualche film, stasera? No, grazie, non mi va il caffè. Metti pure quel che vuoi, tanto io non guardo la tv, finisco questo libro. Certo che si allungano le giornate, ora, vero? Pensa, inizia a far buio solo ora. Un mese fa era già notte pesta ed era bella da abbracciare.
08:48 p.m.
Ciao. Sei piccola. Sei azzurra. Sei veleno. Sei salvifica. Sei l’ultima. Domani è domenica, hanno chiuso gli spazi aerei perché è esploso un vulcano, lassù, al nord. Non succedeva dall’ultima guerra. Se esplode la bomba devi nasconderti sotto il banco di scuola, il maestro mima il gesto, bambini in calzoncini e calze al ginocchio eseguono pronti. E se sei per strada, gettati sul marciapiede, fetale. Ti salvi dalla bomba comunista, se ti raggomitoli per terra. Era un bel documentario, quello, è da tanto che non lo trasmettono in tv.
Domani è domenica e non sei andata in paese a far scorta. Prendi l’ultima, tempo un quarto d’ora il cervello si spegne. Sonno. Dormire. Galli nel pollaio che ridono e si gettano sull’aia quando esplode la bomba.
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Sto bene, sto benissimo.
Davvero.
Certo che potreste telefonarmi, ogni tanto.
Potreste.
Invece son io che, al venerdì, vi telefono.
Come va?
Salutami tutti.
State bene?
Io sto bene.
La prossima settimana? Niente?
Recupero, ferie, vabbe’, poi sistemeremo.
Vesto colori che si dimenticano.
Il bianco si dimentica in fretta.
Come va?
Novità?
Nessuna?
Manco da tre mesi, successo nulla?
Nulla.
La casa implose. Le finestre fecero entrare la sabbia, dentro, la quale coprì i soprammobili dimenticati perché non è che fossero così belli.
Le macchie di cenere delle sigarette rimasero sui tappeti.
C’è dell’acqua che fa un cerchio di calcare sul contenitore della macchinetta del caffè.
Quando posso passare? Devo parlarle di una cosa molto grave.
Ma tu adesso dove sei? Passa sabato.
Sì, sabato mattina vengo.
Aspettami in ufficio, arrivo.
Intanto vado in spogliatoio.
M. mi segue. Chiede. Rispondo.
Prendo due sacchetti abbandonati sul tavolo della stanza dei maschi.
La scatola dell’hard disk esterno, preso durante una pausa pranzo.
Assorbenti, deodorante, la spuma per i capelli.
Magliette. Le salopettes e i camici ben piegati, su una sedia, per chi avrà la mia taglia.
Monete da dieci, venti centesimi scivolate via nei batuffoli di polvere e capelli.
Questi scaldamuscoli di lana li ho dall’età di otto anni. Mi iscrissero a ginnastica artistica, ricevetti una maglietta del comune di Torino. Il quadro svedese, il materasso dove affondavi con violenza. Li metto nell’armadietto di C., lei ha sempre freddo alle gambe.
Le cuffiette. I guanti di cotonina. Questo lo butto. Questo lo tengo. L’accappatoio coi fili tirati, che non asciuga più dopo vent’anni di lavaggi. Gli stivali con scritto B., la mia iniziale. Le ciabattine per uscire dalla doccia, da quando misi il piede male e scivolai all’indietro come nei film muti dove camminano sulle bucce di banana.
Sono spiacente, la carta della lettera mi asciuga i polpastrelli.
Sei sicura di non venire tra una settimana a chiedermi di cambiare idea?
Sì.
In negozio l’odore ti uccide i polmoni.
Che è successo?
Finalmente, per la prima volta in tre anni, posso rispondere: Fatti i cazzi tuoi, F.
Lo dico sorridendo triste, per mitigare la soddisfazione di mandarla affanculo.
Ciao E. Bacio.
Ciao I., bacio.
Ciao M., auguri.
Ciao F., vattene a fare in culo, baciobacio.
A. sta parcheggiando il camion refrigerato. Scende giù facendo la faccia sorpresa, come se non fosse già tutto deciso quando la vigilia di Natale mi son tagliata all’osso le dita, un mese di infortunio, un mese di ferie, un mese di recupero straordinari non pagati.
Tre mesi durante i quali l’imperativo era approfittare del tempo a disposizione per preparare gli scatoloni. Tre mesi dove le abitudini erano dettate dal telefono e dal computer per la mia vita con S. La sera, la cena, scaldata con rifiuto.
A. mi bacia sulle guance, buona fortuna. La sua barba rossiccia mi fa il solletico sulle labbra.
Cosa faccio la prossima settimana?
Hai ancora nove ore da recuperare. È ora di ritornare.
La carta della lettera, in duplice copia, mi accarezza oscena le dita lungo le cicatrici dell’infortunio. Questo è il mio indirizzo. Questi i miei numeri di telefono. Ti farò sapere il nuovo conto corrente. Ti farò sapere. Ti farò sapere.
L’automobile è carica di scatoloni svedesi con su stampigliate le istruzioni per ottenere una perfetta cassa di cartone dal peso massimo trasportabile di trenta chilogrammi.
Infilo a raffica cose inutili, i suoi libri, la rivista con su la sua intervista.
Cd, dvd, calzini, fotografie incorniciate, stacco dal frigorifero calamite prese in giro per il mondo.
Tocco con rammarico il mobile preso per me e lui, un piccolo mobile con decine di piccoli cassetti. La promessa era che li avremmo aperti uno a uno assieme. Porterò via il mobile, ma i cassetti so che non li aprirò mai. Mai.
Durante il viaggio mi fa compagnia l’odore della pescheria che s’è attaccato gommoso ai miei capelli e il pensiero fisso di aver messo assieme le calamite ai dvd. So per certo che mi si cancelleranno tutti i film riversati con noia che non vedrò mai perché S. non ci sarà a guardarli con me.
Perché quando tagli così netto tutti si dispiacciono tanto del tuo dolore ma hanno uno schifo sotterraneo a guardare il giallo del betadine e il nero del filo rappreso di sangue coagulato. E distolgono lo sguardo. Tu ti tagli e tutti se ne vanno. Resta soltanto il dottore, che ti dà qualche medicinale e guarda in sala d’attesa i vecchi speranzosi in una nuova cura.
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Non fumo da anni.
Non è vero, in realtà: c’è stato quell’episodio un inverno scorso durante una partita a risiko. Quando ho vinto.
Però non era il fumare che intendo io.
Che una volta lo raccontai a R. e i suoi amici risero. R, no. Allo JocoPoco. Seduti sulla panca, il risiko sparso sul fratino, la Jacuzia e l’Oceania a far la differenza nella conta del turno successivo. A. non rideva, neanche lui, come R.
Allo JocoPoco potevi bere birra spillata e leggere. O giocare. A scarabeo, e volavano i dizionari. A risiko, e volavano i carrarmatini. A pinnacola, e volavano le scatole di DalNegro vuote.
Avevo da prendere le armate con le carte ed era il mio turno. E già nel pieno dello sfasamento temporale tra pensare e fare, il gap tra dire e ascoltare, confessai che preferivo lo stare da sola, possibilmente a letto, preferibilmente al buio.
Alcuni, non tutti, eccetto A. ed R., risero. Mi presero in giro, quasi vergognosi di un qualcosa che magari non avevano mai provato oppure provavano ma per differenti motivi non avrebbero mai confessato.
R. e A. non risero.
R. perché era il mio compagno non ufficiale, vendeva abiti usati e io ero la sua modella bulimica, quella che indossava camicie Ralph Lauren taglia anni dodici e Levi’s sanificati taglia38 altrimenti invenduti.
A. perché da lì a poco sarebbe morto da solo, nel caldo del ferragosto all’ultimo piano di un condominio svuotato, l’odore ad arrivare all’androne, R. a tenermi lontana e fuori ché lui già sapeva, già sentiva, già vedeva a sei piani di distanza.
In questo ferragosto due giorni dopo chiudo gli occhi nel buio, mi distendo a letto e ascolto.
Sento il rombo della moto da trial che passa nella strada smarmittando secca. Ascolto la sirena dell’ambulanza allontanarsi. Vedo la boiserie di marmo travertino beige venare le pareti dell’ingresso con il portone a doppia battuta con i vetri smerigliati tra le decorazioni finto liberty in ferrobattuto. Corro sul pavimento in klinker rosso mattone intarsiato di piastrelline avorio posate a rombo.
E nuoto.
Nuoto tra i pàgari e i pagelli che si rubano le gradazioni di rosa e viola. Ballo con un cane mentre scivola attorno a naselli dai denti aguzzi. Salto sui lupini che spalancano le valve e mi lanciano in alto a rompere il banco di acciughe.
E ti spruzzo di acqua salata, A., prendendo in giro i tuoi quarant’anni che avresti passato giù in calabria, a pescare e a ritrovare il dialetto, tua madre curva a cucinare, tuo padre secco e alto e biondo a stare zitto, le tue sorelle a pigòlare.
E tu che mi ridi assieme a R. perché quando fumo voglio stare da sola al buio in silenzio distesa sul letto.
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