Archive for the ‘périferiche’ Category
Vorrei chiederle: di cosa ti illudi, ancora?
Ma il glaucoma, nonché una recente botta fortuita all’occhio destro, rende il suo sguardo ottuso, bovino.
Già non capisce non sia il caso che prenda due volte di tutto, le tagliatelle al ragù, il coniglio ai peperoni, la rolata col prosciutto, i finocchi impanati, un po’ di formaggio -mac na frisa- e i pasticcini.
Mi si riempe e mi si rivolta e mi si svuota lo stomaco a guardare non tanto come ma quanto mangi.
Dicono sia una pecurialità della vecchiaia. Dicono. A me passa la fame, dico.
Compie ottant’anni e quando dichiara di voler arrivare ai cento il gelo scende tra i piatti sporchi e i bicchieri lavati di vino per festeggiare il suo compleanno.
Che arrivi ai novanta, o ai cento o foss’anche i centocinquanta, mi importa poco: non amo questa donna, mi infastidisce eppoi mi chiama sempre col nome di una delle mie cugine o di mia zia o mia madre. Ci fosse stata una volta, in tutti questi anni, che avesse detto il mio nome giusto al primo colpo. Mai. La cosa dovrebbe far sorridere, invece fa incazzare: è pur sempre tua nonna, dalle un colpo di telefono!
Pronto?
Ciao, sono Barbara.
Ah, sei te, MonicaLauraDeliaLidia?
Vaffanculo, nonna.
Mio nonno era più saggio. Affetto anche lui dalla sindrome di Sparonomiacaso, aveva imparato la tecnica del nomignolo buono per tutte le stagioni. A l’à mangià la cita? Da da ment à la cita. A la cita aj scapa al pisìn. Pijia al maròc pe la cita.
Cita, bambina, comprendeva anche lontane parenti bolognesi che non vedeva da oltre cinquant’anni. Tanto per andar sul sicuro.
Abbiamo tutti un prezzo. Il nostro prezzo è quanto crediamo alle illusioni.
Ci illudiamo di esser belli sia dentro ce fuori, ma soprattutto fuori. Trucchi, parrucchi, vestiario e armamentario.
Ci illudiamo l’amore sia lì pronto ad esplodere, il nostro cavaliere salti a cavallo e ci dica: non m’importa del tuo trucco e neppure del parrucco, amo il tuo barbatrucco e tu mi ami se io rutto.
Ci illudiamo del perdono di chi ci ama, dell’accettazione, ci illudiamo di aver superato quella voglia immensa e collosa di morire in un istante, in silenzio.
L’illusione di aver fatto un buon affare a comperare un paio di scarpe a due giorni dai saldi e la lattuga questa volta non era bagnata.
Ci illudiamo che l’impasto degli hamburger sia fresco di mezz’ora appena e che al ristorante il cuoco abbia cambiato i guanti usa e getta ogni otto minuti.
Illudersi è che lo scrittore famoso abbia speso notti e giorni chino sul libro che ho appena comperato e che l’assemblatore ikea sia stato felice di imballare la libreria che comprerò tra una decina di giorni.
Che prezzo ha l’illusione che tre nipoti femmina abbiano il nome intercambiabile con la propria madre e che l’unico a salvarsi da questa marea di appelli sbagliati sia il nipote maschio che però non vedi e non senti da oltre un anno, perso nelle faide famigliari vecchie di recriminazioni?
L’illusione costa l’ultimo finocchio impanato che giace nella ciotola trovata trent’anni fa in una soffitta a Nizza Monferrato, di ceramica segnata dal craquelé e sporca di minuscole tracce di impanatura.
Se non lo vuole nessuno lo finisco io.
E grazie al cazzo che non lo vuole nessuno, lo stai già addentando.
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Da bambina, un giorno, mi portò in giro per negozi d’arredamento.
C’era da scegliere la cameretta per me: finimmo in zona Corso Rosselli, o corso Orbassano, non so, non son mai riuscita a orientarmi lì, da quelle parti.
Anche se il sabato pomeriggio, i sabati di turno suo, quando ormai la neve per sciare era sciolta ed era ancora troppo freddo per le passeggiate d’alta quota e, comunque, la scuola al mattino era un impedimento a gite, ero sempre in piazza d’Armi a pattinare.
Sui pattini a quattro ruote, rossi, con le fasce regolabili attorno alla scarpa da ginnastica. In rettangolo, uno, due, tre, quattro, prova ad andare all’indietro, no, ho paura, prova, nonono, prova, provo uh guarda c’è ziopadrino uh sono caduta.
Si provava poi anche ad andare sullo sterrato, i sentierini attorno alla pista, e c’era il laghetto artificiale sempre vuoto, la vasca dipinta di un azzurro verdastro sporco fino alla spalletta e poi bianca. Il baracchino delle bibite, in legno, mi piacerebbe avere una cingomma, ma non si può ché fa male ai denti. E poi pattinare - schettinare - fino a casa, incuranti di cartacce, cacche di cane, i buchi, fermati al semaforo sì mi fermo, e i pennoni dello stadio poco lontano e una sera ci fu musica reggae anche se io non sapevo che musica reggae, non sapevo di vedere le luci di uno dei concerti del secolo.
Stand up, give up, e tutte quelle luci che volavano nel cielo e io ero da dietro il tendone del salotto con il divano di vellutino marrone che toglievi i cuscini rigidi, pesanti, tozzi e dormivi.
Che lenzuola usavo? Di che colore? Ricordo solo che per tirare fuori il letto si spostavano una pianta, ficobeniamigno, e il tavolino per appoggiare le tazzine del caffè se c’erano ospiti non abbastanza in confidenza da stare al tavolo della cucina.
Che tovaglie c’erano? Che piatti usavamo? C’era il cucinotto, un po’ nascosto da un mezzo muro, e il televisore così vicino, era luglio e faceva caldo ed era il suo mese di vacanze e si sposavano i due in Inghilterra e aveva quello strascico così bello, così di panna. E la corona in testa. Avevo ricevuto una Barbie, con la coroncina. L’avevo messa a fare la regina degli alieni quando seduta al divano giocavo alla plancia di comando dell’astronave. Questo bracciolo è la barra di velocità, Comandante, più veloce, verso lo spazio.
Com’era quella casa? E i vicini chi erano? Quante persone ho incontrato e continuo a sfiorare per strada?
Quel sabato pomeriggio non andammo a pattinare, non ci sarebbe stato ziopadrino all’improvviso a farmi ciao dai corrimano attorno alla pista.
E ti piace questa? Uh.
E questa? Questa? Questa è ARANCIONE. Questa è bella, ha i cassetti ARANCIONE.
Ti prende un groppo. Una pietra ti si deposita. Dovrei dirti che, ma come faccio. So che dovrei dirtelo, e a me piace tanto quella cameretta con i cassetti ARANCIONE, capperi, è proprio bella, adesso che ci penso c’erano le luci ANCHE arancione al concerto che hanno fatto tutto quel rumore e mi chiedo come glielo hanno detto a quel signore che sarebbe morto di un male brutto? Il male brutto, lo chiamano, è morto di un male brutto: forse era un male arancione, ecco, se ti dicessero: lei ha un male ma è ARANCIONE forse uno si angoscerebbe di meno a dirlo, a comunicarlo, sarebbe più facile.
Glielo dissi la sera quando mi riportò dalla famiglia designata dal tribunale, uno dei due finesettimana a lui riservati era terminato, mi riportò e glielo dissi: scusami ma io non abito con te e allora non posso comperare la cameretta arancione, non ho i soldi.
Glielo dissi in fretta, sperando che una volta fatto il pietrone dallo stomaco si sarebbe sgretolato in biglie leggere.
Invece.
Invece diventò una montagna, come le montagne che mi obbligava a scalare quando io sarei voluta andare a schettinare sui sentieri sterrati e magari provare dei parchi nuovi, anzi, andarci pattinando fino ai parchi che non avevo ancora visto.
Oggi questo pietrisco arancione mi seppellisce e sento le unghie scheggiarsi dal mio uscirne fuori per respirare.
Scusa ma non posso.
Scusa ma non.
Scusa.
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Ma in che negozio lavori? mi chiede R., giocherellando con il suo iPhone collo schermo opaco di ditate.
Guardo le nuvole in alto, fingo che non ho sentito. Guarda, un cane a forma di nuvola!
Copiona! Mi rubi le frasi dei miei libri! mi dice R. dandomi una spinta sulla spalla. Sorrido, e il mio sguardo si poggia su una squama che m’è rimasta appiccicata all’avambraccio.
Ad alzare gli occhi m’accorgo che non è più un cane, quella nuvola, ma un’orata. Mi si paralizza la faccia.
Subito dietro, un polpo.
Diosantobenedetto, uno stormo di spìgole si spiega come vele, le piume remano nell’aria, i becchi son rostri.
Anche al di là del bancone, lontana dal ghiaccio, senza le mani tra il freddo, sento l’odore attorno a me.
Ma tu sai che uccelli siano? mi domanda R., anche lui distratto da tutte quelle ali che nuotano nel cielo.
Poléne, rispondo.
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Fatico ad arrivare in orario. Chiamo E. per avvertire. C’è la strada chiusa, che è accaduto, un tombino è esploso e tutto il magma della città s’è lanciato a forza di razzomissile contro la paura e la crudeltà? Un blob a combattere l’inciviltà?
“Sì, c’è stato un incidente, anche F. è in ritardo”.
I vigili urbani chiudono l’ingresso alla strada, vedo in lontananza persone piegate o che camminano, un carro attrezzi.
Seguo la corrente, risaliamo la via in senso contrario, adocchio una strada laterale, quasi quasi giro e parcheggio lì, poi mi perdo l’attimo di insubordinazione e mi allineo agli altri. Semaforo. Altro semaforo. Freccia a destra. Tutti che svoltiamo a destra.
E i minuti scorrono, i quattro che ho in più sull’orologio del cruscotto erodono la tranquillità dell’anticipo, inesorabili.
Dovevo parcheggiare a cazzo, in giro, e correre giù, con il fiato grosso cambiarmi, buttare la borsa nell’armadietto, che quando sei di fretta le cose ti cadono di mano, si accavallano, la maglia si rovescia, gli occhiali s’agganciano ai capelli, il badge lo dimentico, il tempo si dilata e si restringe e provo La Sensazione.
La Sensazione.
La Sensazione ti prende all’improvviso, anche se sai che c’è sempre, ogni istante, in agguato.
Arriva quando piove e hai due sacchetti di spesa in una mano e sei cocacole da un litro e mezzo nell’altro, le chiavi si attorcigliano e la sigaretta perde la cenere.
Compare quando sei in fila al supermercato e il portafogli si apre nella borsa e non trovi la tessera dei punti con una riga nella banda magnetica che ci provi ogni volta a pagare con quella ma tanto non va e allora cerca la carta di credito e la carta d’identità perché io la firma non la metto che se me la rubano si industrino a copiare la sigla, com’è che si chiama la firma depositata del contocorrente? Spesmen, spasman, spaceman, non mi ricordo, io faccio una sigla stupenda, anni e anni di allenamento fino al giorno che ho aperto il mio primo conto e l’ho disegnata sulle apposite righe sul contratto; e nella borsa tutto naviga, non si fa prendere, si apre la scatolina di cicles e i centesimi si arrotolano tra le dita e La Sensazione arriva, la senti in gola.
La Sensazione è quando cucini qualcosa di più complicato dello scongelare il pesto e buttare gli gnocchi nell’acqua salata bollente. La Sensazione ti fa stringere le dita attorno il collo dei gatti, fino a sentire un tà-tlàk e vedere gli occhi vetrarsi e spegnersi. La Sensazione ti fa picchiare tuo fratello di due anni senza poggiare le mani sulla sua pelle, La Sensazione ti fa dire alla tua amica che odi tutti, odi tutte, odi te stessa e il mondo e in un barlume di lucidità le chiedi di aiutarti. Dopo Natale. Perché adesso non c’è tempo. Dopo l’Epifania. Dopo la Befana mi aiuti, ve’? Per Pasqua mi aiuti, perché questa sensazione, La Sensazione, ti brucia dentro, ti incasina, fa disordine ovunque e i pensieri si incavallano l’un l’altro e ti lasciano senza forze, al punto che quando arrivo in negozio e mi dicono che il ragazzino in moto ha superato a sinistra un’auto che svoltava in quella direzione, che il ragazzino non aveva il casco, che il ragazzino è volato contro il pilone del cavalcavia sopra la strada, che il cemento gli ha aperto la testa in due tu non senti nulla. Senti solo il disordine della borsa dove la carta di credito scappa per non farsi prendere.
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Mi raccontano di quando era pulito. Che in tre, il giorno di chiusura, si armavano di scopa e spazzolone, e detersivi.
Ora la direttiva è: se svieni, non svenire. Perdere conoscenza in piedi è meglio che contrarre il colera. Se ci rapinanassero e ci ordinassero di stenderci a terra io preferirei la pallottola, dico. M. mi dà ragione.
L’altro giorno ho spostato uno scatolone di polistirolo. C’era un mucchietto grigio. L’ho spazzato via e quello s’è mosso, è corso ovunque, s’è sparso in ordine geometrico. I vermi hanno una loro eleganza matematica.
Mi passa la fame. Non riesco più a mangiare. Prendo un panino, mi chiedo chi lo abbia toccato. Che cosa avesse toccato prima di toccare il pane che tocco io.
Non si può vivere, così, non si può, dice M. Gli do ragione. Lancio detersivo per i piatti ovunque, sul pavimento. Con la canna faccio schiuma, la spargo anche negli angoli più lontani. I tensioattivi combattono contro pattume, macchie, intestini secchi incollati alle piastrelle. Ma perdono.
Eppure il mare dovrebbe essere così asettico. La concentrazione di sale automaticamente dovrebbe disinfettare. Nel Mar Morto i germi sono i più puliti del mondo, credo.
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Stamattina, appena sveglia, ho pensato, in un percorso tutto mio, di quelli che è difficile seguire già se li si pensano, figuriamoci a spiegarli, spiegarli poi a chi, quando in fondo il mio letto, che è un letto a una piazza e mezza antico, del primo barocco piemontese, del milleottocento, di certo non un letto ikea, dove prima di scegliere un materasso devi sorbirti i tovaglioli, i bicchieri, i pelouches, il self-service svedese, dove trovi anche le piadine col salmone, di quei salmoni che ti chiedi erano ancora nel mare o già risalivano il fiume, perché se risalgono il fiume si trasformano, la mascella si uncina, diventano dei mostri, come in un film dell’orrore, di quelli che al cinema non vorresti mai vedere ma il fidanzato ti ci porta, non aveva alternative per la serata, io invece la sera amo stare sul divano, mi piace la televisione, avere a portata di mano da smangiucchiare, anche se dovrei tenermi per la linea, ho ormai quarant’anni e devo iniziare a risparmiarmi, mentre a venti l’imperativo era regalarmi anche se non mi si voleva, del resto nessuno mi ha mai rifiutato e, come una spirale perversa, più mi davo più mi prendevano, e io prendevo a mia volta, prendevo di tutto, come all’ikea, dopo le cucine, le maniglie, le scrivanie, trovi il ristorante e, se ci sono ancora, ordini la piadina al salmone e poi, come stamattina, mi sveglio e mi chiedo: ma se non la digerisco, cosa cazzo continuo a mangiarla, ’sta piadina?
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Puoi fare cambio di giorno con me? E. dice di sì. In fondo aveva già in mente di chiedermelo lei stessa, perché han spostato il turno di riposo del suo ragazzo al giovedì anziché al mercoledì. E ora si ritrova a fissare il cellulare di nascosto in attesa di una chiamata, un messaggino, anche solo uno squillo. Lui no, non fa nulla di tutto ciò. Non raggiungibile. Ero al supermercato. Riprovi più tardi. Ero in palestra. Prema 5 per la linea libera. Ero qui ed ero là, la sostanza non cambia, tu lavori e io no e non mi faccio trovare. Tagliamo la testa al toro facendo io ed E. cambio di turno di riposo.
Lei per controllare, io per andare. A Genova.
Dicono che Genova o la ami o la odi. E, se la ami, ami anche la sua sporcizia infinita, i suoi rigagnoli di percolato, la sua eleganza vorrei ma non posso, le sue spiagge tristi con lo stradone che domina gli ombrelloni. Avere il mare in città sfasa, come avere il lago oppure una caterva di monumenti e musei assaltati dai turisti. Andiamo agli Uffizi? Ora che son finiti i giapponesini sei diventato un rotolino di alga. Una visita ai Musei Vaticani? Prevedi anche una pajata in diretta e con le trippe di qualche tedesco particolarmente grasso. Un giretto in gondola? Volentieri, dopo aver abbattuto con i remi l’ennesima americana tirata dal lifting.
A Genova, come a Milano e a Torino, non c’è niente di turistico da vedere. Gli eventi, i musei, le statue, son lì per dare un risvolto culturale, ma non per attirare. Il Castello Sforzesco noi ce lo abbiamo perché ci va e se non ci va lo buttiamo giù e ci facciamo un ipermercato con il parcheggio a silos. Se ci va. Se non ci va ci teniamo tutto l’ambaradan con i preraffaelliti nascosti nei sottotetti dei torrioni.
A Genova ci vai a trovare qualcuno. Ci vai per un funerale. Prendo il treno delle cinque e ventisette e spero non faccia ritardi o cose strane. E. gongola, ha la giornata giusta per stare attaccata al fidanzato, controllarlo, soffocarlo, comprimerlo in uno spazio tutto suo creato ad arte per avere una propria dimensione di felicità che, mi auguro mai, prima o poi si accorgerà non corrispondere alle visuali altrui. Io invece vado a un funerale, e mi stupisco di sentire questo caldo nel vagone, questo tepore lasciato dai corpi umani per andare a vedere il freddo di un corpo che ora di umano ha solo più l’involucro.
Penso alle persone che son rimaste. Vado lì per loro. Vorrei andarci per loro. Non lo so perché ci vado. Vedo con ore di anticipo la valle Scrivia aprirsi su una città che mi dà il suo bentornata, non te ne eri mai andata.
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Dodici giorni d’assenza. Ben dodici. Cambia una vita, in dodici giorni.
Fai le ferie, quasi imposte, aggiunte a qualche pomeriggio in cui ti sbattono letteralmente fuori dal negozio perché starnutisci addosso ai clienti e sei sorda, totalmente. Così, passano dodici lunghissimi giorni, in cui scordare tutto: i codici di vendita, il tipo di gambero da scongelare, quale tonno usare per il paté. Assumi nuove abitudini, in dodici giorni. Per esempio, l’orario della pennichella pomeridiana. Quando sei in ferie ti permetti il lusso, il gioco di addormentarti all’ora e dove preferisci. Tipo le sette del pomeriggio, sulla mia sedia in cucina, a fissare il gas sotto la pentola d’acqua per la pasta.
Stamattina è stato difficoltoso svegliarmi. Ho ancora nelle orecchie il silenzio del primo mattino, al mare. Dodici giorni passano velocissimi, quando le tue ferie diventano vacanza, inaspettata, con una spiaggia che si tuffa in mare sotto un sole ventoso. In ferie di solito mi sveglio presto, molto presto. Anche prima dell’alba. Stamattina, al suono della sveglia, ho sentito un macigno risalirmi la gola, la faccia, piazzarsi nel cervello e dirmi: sono il tuo mal di testa quotidiano.
Gettando le gambe fuori dalle coperte non ho riconosciuto il colore scuro delle mie gambe. Più su, il segno bianco del costume da bagno. Ancora più su, di nuovo scuro frammezzato dal bianco.
In bagno ho guardato la mia pelle non più chiara, le efelidi sul naso. Non sono io. Ho sonno.
Vestirsi. Non dimenticare il sacchetto con i calzettoni da alta montagna lavati. Me li han venduti per un freddo da cinquemila metri: devo metterne due paia e ho freddo ugualmente.
Il cellulare tace. È senza parole, anche scritte. Tace da dodici giorni. Ha squillato un’ultima volta, E. mi chiedeva se avessi preparato la valigia. Beata te che vai in Africa: nella valigia non avevo né il casco coloniale né la carabina, ma tre paia di bikini e il set pinne e occhiali. Niente bermuda caki, ma un vestito leggero di mischio azzurro con fiori beige. Mi raccomando dai la caccia agli animatori: sempre meglio che un leone oppure un elefante, le rispondo. La ringrazio per la telefonata. Chiudo la valigia. Parto.
Lavo i denti. Bevo il caffè, il terzo da quando mi son svegliata. Ho sonno. Non trovo le chiavi della macchina. Non la uso da dodici giorni. Metto il giaccone. Non lo indosso da dodici giorni.
Parcheggiare, passare il badge, cambiarmi, ho dimenticato a casa la canotta di lana, mi arrangio come posso, doppie calze, la cuffietta, il camice: avrò freddo. Fuori piove. M. mi saluta. Gli sorrido. Mi dice che sono bellissima, abbronzata. Gli rispondo che lui lo è anche se bianco come un budino alla vaniglia. Entro in negozio e quasi svengo dall’odore di pesce: da dodici giorni mi nutro solo di carne rossa e verdure. Ci impiego dodici minuti a ritrovare i ritmi e ricordare i codici dei pesci, digitando sulla bilancia.
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La vita, l’amore, le vacche, anzi no: i pinguini.
Pinguini che corrono. Pinguini che cacciano. Pinguini che mangiano, pinguini che si corteggiano, pinguini che fanno l’amore.
Pinguini che covano l’uovo, pinguini che nutrono, pinguini che proteggono.
Pinguini che ballano con l’aringa, pinguini che osservano il tramonto ogni sei mesi, pinguini che si rincorrono sul ghiaccio.
Pinguini che si ammalano, pinguini assaltati, pinguini che muoiono.
Pinguini, pinguini, pinguini ovunque.
Oggi han messo in funzione il televisore a 42 pollici in negozio. Per intrattenere i clienti. Qualcosa di allegro, mi dicono. Qualcosa che distragga, diverta, faccia passare il tempo dell’attesa per essere serviti.
Sollevo lo sguardo mentre pulisco dei calamari freschi argentini. Alle mie spalle circa trenta persone trattengono all’unisono il respiro. Un bambino sembra sul punto di piangere.
C’è una scena con una tempesta di ghiaccio grazie alla quale almeno un miliardo di pinguini muore di freddo.
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