Archive for the ‘bànco’ Category

16 Dicembre

# 75 Pina, the Queen of the Wings [di pollo]

Pina fai questo, Pina fai quello, Pina è tornata.

[una volta era Priscilla]

I clienti mi riconoscono, sorridono, come stai, come mai.
La mano migliora, la fettina non è più storta come il [secondo] primo giorno.

[eppure, quando il maslé mi aveva chiesto di andare di nuovo a lavorare in macelleria, per tutta risposta avevo fatto il gesto dell’ombrello]

[solo che in mano avevo il telefonino e, fantozziana, col colpo contro il poplite del braccio ho fatto volare il cellulare]

I capelli sfuggono al cappellino, le mani pulite sul grembiale, la felpa [rossa] blu si sporca facilmente e se la lavi si restringe, perché non han bagnato il tessuto prima del confezionarla. Ho una felpa taglia anni 12 e una taglia 10. Erano una M e una S.

[càpita]

Il pollo ti brucia le dita, il maiale è simpatico, la coscia è sempre una boccia da sette od otto chili per forza. Mi stendo a prenderla, le ciabatte antinfortunistiche che svolazzano dietro di me.

Mi faccia un etto di prosciutto sottile, non importa se si rompe [un etto di sbriciolato, ma sai la soddisfazione di dodici fettine di roba rosa] e anche la bresaola mi raccomando sottile.

Alle sei e mezza il cielo è nero e i sacchi della spazzatura sono rovesciati, aperti e stuprati da cani e gatti affamati.

Alle nove, il cielo è chiaro e l’aria punge la sigaretta del caffè.

Se càpita, esco a buttar cartoni o ad aprire ai fornitori oppure agli zingari che vengono a prendere la roba marcia: il cielo è sempre lì, fermo, assolato, solo.

Sullo sfondo del cortile, si muovono i vecchietti che ràvanano nei cassoni, in cerca del cibo buttato per legge, qualcosa da riutilizzare, qualcosa da fare pur di non restare in casa a fissare la propria disperazione.

Alle tredici, il cielo mi fa fretta per correre a casa a mangiare, a studiare, a guardare con le lacrime il letto comodo, riposante.

Solo di sabato il cielo, quando esco, è di nuovo nero come al mattino.
Fa meno freddo, però, anche se il parabrezza è ghiacciato

[il bòcia del maslé tenta di scrivermi Pina sul cofano, rimane attaccato alla carrozzeria per il ghiaccio]

fumo la sigaretta mentre la ventola del riscaldamento tenta di sciogliere il bianco che non mi fa vedere il nero, il lampione a guardia dei cieli che cambiano.

vi sono mancata? ci sei mancata, Pina.

[clicca sulla foto per la musichina]

23 Giugno

# 69 Una rosa è una rosa è una rosa

“È un impasto di tritato di bovino scelto con aromi e prezzemolo e sale con pomodoro pachino, mozzarella fresca e prosciutto tritati. E basilico a guarnizione. Il pirottino è di carta forno, accende il forno a 180°, cottura dai quindici ai diciotto minuti”.

Dunque.

Che cos’è? Allora. È un coso di carne con il prezzemolo con il pomodoro, la mozzarella, il prosiutto e il basilico che lo metti in forno che la carta non brucia per diciotto minuti a 180°.

“No. È un impasto tritato di bovino scelto con aromi e prezzemolo e sale, con pomodoro pachino, mozzarella fresca e prosiutto tritati sopra e basilico. Il pirottino è di carta forno, devi accendere il forno a 180°,quando è caldo inforni per quindici, diciotto minuti”.

Okay.

Allora.

È un impasto come quello delle svizzerine che tu lo metti in forno e sopra c’è il pomodorino con la mozzarella il basilico e il prosiutto rosa, te accenditi il forno e ficcacelo dentro per venti minuti e poi lo servi al massimo lo sali.

“Ma mi ascoltate quando parlo? Ho detto che è tritato scelto con aromi, sale, prezzemolo, guarnito con pomodorini di Pachino, mozzarella fresca e prosciutto, da infornare a 180° già caldi per massimo diciotto minuti!”

Pinodeipalazzi oh, ciai un pirottino? Pinodeipalazzi metti lì nel piatto e te lo mangi crudo ciai il prezzemolino, il prosiuttino, il pomodorino, se proprioproprio insisti lo ficchi nel fornino già bello caldino e assieme ti scòfani un panino

“Vi licenzio”.

Cazzo, ho dimenticato di dire alla cliente che il prosiutto era quello rosa.
Era rosa? A me pareva un po’ grigio.
Pure a me, e pure tanto.

20 Maggio

# 67 The Adventures of Priscilla, Queen of the T-Bone

Priscilla! Lava questo!
Patrizia, sistema quello!
Pinzimonia, vieni a servire!

Due sono le costanti, di M.: chiederti di fare tre cose contemporaneamente e chiamarti con un nome che inizi per P.

Minchialosai che a militare ci lavavamo una volta alla settimana?
Minchialovedi come piove?
Minchiachestanchezza OOOOOHN OOOOOOOHN OOOOOOOOHN

Due sono le costanti di E.: dire minchia di continuo e fare un verso che pare un raglio d’asino all’improvviso omosessuale.

Le mie di costanti sono perdere la concentrazione quando mi rendo conto di non fumare da oltre cinque ore e spaventarmi se mi parlano all’improvviso. Perché mi perdo in un mondo mio, dove non sto pulendo crosta di carne e altro dal segaossi, non sto tagliando il parma a cazzo di cane, non sto mettendo mediamente un etto in più di quel che m’è stato chiesto di trita da mangiare cruda.

E ci fosse uno schifo di volta che quella dannata mortadella la afferro giusta, quando esce fina fina fina dall’affettatrice.

La mezzena di oggi ha piccole cisti verdastre che fanno abbastanza schifo al tatto: brufoli alieni.

Buongiorno dottore, come sta la sua signora? E i gatti, e questo tempo che non si rimette ancora.

Coscia? Braciole? Sottofiletto?
Non cambia nulla dal pesce alla carne: sempre morbido, fresco, sottile, per bambini e anziani, mi raccomando che sono appena nati, mi raccomando che son malati, mi raccomando che ti raccomando raccomandami raccomandati.

C’è un impianto stereo abbastanza buono, le casse sono dure e i bassi si perdono nella controsoffittatura: la web radio è una bufala, manda le stesse canzoni a rotazione. Però.

Però, la sera, non appena si spengono le luci, si accendono i colori: dub, trip hop, un poco di hard, un pizzico di melodico.
Priscilla vede i guanti da lavare i piatti trasformarsi in mezzo braccio di satin nero, il grembiule di cotone rosso diventa un tubino argento, le crocs a fiori sabot tacco a rocchetto.

Umz umz umz minchia questa spacca di brutto UMZ UMZ UMZ ha suonato il telefono? UMZ UMZ UMZ porcozzzio questa è troppo figa UMZ UMZ IL TELEFONO umz

Lo straccio pesa come me, una volta bagnato, e col manico ho forato un pannello della controsoffittatura. Il secchio sulle ruote, se lo spingi troppo forte, sciaborda acqua saponata ovunque. Almeno copre l’odore della trippa che mi sono rovesciata addosso mentre la mettevo nella bacinella nella cella frigo. Almeno.

Priscilla, sei a posto? UMZ UMZ UMZ
Minchia, hai finito? UMZ UMZ UMZ
Io me ne vado a casa. UMZ UMZ

6 Dicembre

# 34 Di Entropia e Dispropia

E. gira in tondo, agitata. Gli stivali sciaguattano lungo il bancone, cammina senza pace. Ha lo sguardo abbassato, cupo. F. parla di cose inutili, pettegolezzi di provincia, è morto quello che era sposato con quella che è la cugina di questa che ha divorziato da questo. Più F. ciancia di cose esterne senza il minimo senso di logica e necessità, più E. si chiude al suo interno, seguendo un suo filo di pensieri che si autoalimentano. Nel mezzo, io ed M., a lavorare parando la valanga di stronzate di F. e cercando gli occhi di E. per sorriderle.

Che cosa avesse, E., non lo sappiamo con sicurezza. Sappiamo solo la sua tristezza, il suo viso che si allungava verso l’acqua calciata a terra dai suoi stivali. Come non sapremo mai cosa spinga F. a riferire di tutto ciò che sa di perfetti sconosciuti. È un vizio abbastanza diffuso, qui, di parlare di persone incontrate al massimo due volte nella vita come se fossero parenti stretti. Trattengo la voglia di urlarle di star zitta, di non far entrare nella mia vita quella di gente che avrò insultato guidando. Un’altra caratteristica della zona è non saper guidare.

3 Novembre

# 32 Anche l’operaio vuole il figlio abbronzato.

Ci sono, sì. Me li ricordo, i codici. Oh, come sei abbronzata!
Non so perché, ma sento invidia e odio in questa frase. Come sei abbronzata. Mi dai dello spada?

La gente, in inverno, non dovrebbe essere abbronzata. Non è sano.
Una volta, tempo fa, a partire da Ottobre dell’abbronzatura rimanevano poche tracce sotto i vestiti: il segno più chiaro degli slip, il cinturino dell’orologio. Tu sapevi che era come te, chi ti stava di fronte: uno stipendio normale, due settimane di ferie in Liguria, la pizza sul lungomare.
D’inverno, appena cadeva la neve, chi aveva più di un normale stipendio si presentava con il segno degli occhiali, il naso abbrustolito. Sapevi che dire, sapevi che fare, sapevi che toccavi pelle vera e peli e se era marrone potevi scegliere se abbracciare un mondo diverso dal tuo oppure no. Potevi sognare.

Come sei abbronzata. Eh, il mare. Ma il mare d’inverno. Vendo la mia anima per settecento euro, gli infradito a rincorre le pulci sui tappeti, che prezzo ha questa mia mano così scura sul bianco del ghiaccio? Ha il costo di un sms a un euro cadauno, qualcosa di più se è una foto.

Sai, i pesci. Son diversi. Ti rincorrono, mangiano le scaglie della tua pelle. Come puoi immaginarli sul bancone? Morti? Non ha senso, tutto perde di senso, è ingiusto, come quando a scuola tu eri bianca come un formaggino e la tua compagna di classe aveva passato il ponte dell’Immacolata a Bardo.

Bardo. Anche le parole ci dividono. Vado a livi, vado a bardo, vado a seint, vado alla torre. Io non vado a Livigno, neppure a Bardonecchia, figuriamoci a Sant Moritz, la torre era la colonia fiat al Sestriere. Già solo la vicinanza in classe era una classe: noi spenti, smunti, loro con una maschera da procione attorno agli occhi.

Come sei abbronzata, come sei comunista. Hai ragione: come sono comunista, come sono abbronzata. Spada, codice 145, ventinove euro e quaranta, tre fette, arrivederci.

img @ locusta

13 Febbraio

# 10 Fai agli altri ciò non vorresti fosse fatto a te.

Il cellulare non è ammesso. Se lo nasconde addosso, nelle tasche, ovunque non arrivi l’acqua della canna o un pezzo d’intestino di pesce e non sbatta dappertutto, si mette sotto la videocamera e controlla. Nessun messaggio. Nessuna chiamata.

Il cliente entra, mi sorride, è quello con cui mi sono sposata, ho fatto un figlio e viaggiato sulla sua Hornet: ci siamo lasciati senza pretendere, anzi, io volevo tenesse la casa al mare, lui che io mi stabilissi nell’attico in centro storico. Abbiamo avuto un matrimonio e un divorzio bellissimi per il tempo della battitura di uno scontrino.

Lei piange dietro gli occhiali, ha litigato col suo ragazzo. Ha gli occhi rossi e si fa raccontare di cerimonie di nozze. Sembra triste e affamata di particolari, si riprende un po’, non crede quando le consigliamo di non farlo.

Prende sei spiedini. Mi sorride. Anche a esagerare più di tre da solo non può mangiarne. Sicché stasera pesce, chiedo allusiva.
Lei piange, dietro di me, il suo telefonino è come morto, sento alle mie spalle le sue lacrime scendere sulle sue guance, dentro ha male e caldo, io sorrido al cliente fredda, altro?
Preparo gli spiedini, lo guardo, è così uguale di viso a un altro lui, così diverso, così tanti anni.
Si è sposato, ora, mi guarda e mi chiede con gli occhi di essere la quarta lettera dell’alfabeto.
Gamberetto, seppiolina, spada, seppiolina, salmone, seppiolina, tonno, seppiolina. La quinta? Gamberetto.

L’altro era sentirsi dire con allegria sensuale che c’era Tizia, e poi Caia che sapeva di Tizia, Sempronia che sapeva di Tizia e Caia e poi tu, che sapevi di tutte e a prenotare uno scompartimento ti facevano lo sconto sul biglietto del treno. Rideva lui, ti raccontava cosa piaceva a ciascuna, cosa facevano, quale momento ridicolo passato assieme. E tu ad ascoltare, a contare, a far casino coi nomi, era Tizia che lo prendeva a frustate oppure Sempronia che camminava ai piedi del letto, carponi?

Dice che l’ha visto in giro coi suoi amici e le aveva detto che restava a casa col mal di testa.
Due orate. Mi sorride.
Ma io ti amo così tanto che non ti arrabbi delle altre e mi ascolti.
Non mi telefona e non mi manda neanche un messaggino.
Ma a lei piace il, il, il pesce?
E sei la summa di tutte loro e mi ascolti.
Non mi ascolta quando parlo.
Ascolti, quanto me ne dà per una cenetta a due romantica?
Mi ascolti e ti sento.
Senti, io mi sento male.
Senta signora, o signorina?

Senti, ascoltami bene, se non lo lasci lo sposi. Decidi tu.

31 Dicembre

# 2 L’Inizio

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eri sera per la tensione sono andata a dormire rimanendo sveglia. Fissavo il buio sui muri e mi chiedevo: ma io come faccio a resistere, che devo fare, come si fa, che farò. Io non sopporto lo sguardo dei pesci nel piatto: se mi portano l’orata o il branzino e loro mi guardano, così opachi, così lattiginosi, non riesco ad affondare la forchetta nella loro pancia e masticarli, mentre mi fissano. Il peggio, poi, viene coi gamberoni, con gli scampi: hanno occhi come pallini da schioppo, tondi, come grani di pepe, già han una faccia stupida, con un ricciolo di maionese per cappello mi è impossibile. Per me il pesce è un bastoncino, impanato, fritto. Al massimo è una scatoletta da aprire.

Mi sono addormentata, alla fin fine, con una serie di lattine da ottanta grammi di tonno pinna gialla che si scoperchiavano e lottavano con dei grissini fino all’ultima goccia d’olio.

Mi danno un grembiale. Bianco.
Un camice, bianco.
Una cuffietta bianca.
Mi indicano i guanti monouso in lattice bianchicci: mi vesto. Gli stivali andranno a recuperarli, devo tenere le scarpe antinfortunistiche che la titolare mi ha consigliato di portarmi dietro, durante il colloquio.
Nello spogliatoio c’è uno specchio: sembro un’infermiera in gita in un cantiere edile. Gli scarponcini sono scamosciati: so già che dovrò buttarli, poi.

La prima cosa che fanno è mettermi in mano una cialda per il caffè e indicarmi la macchinetta. Poi, il bagno dove chiudersi a fumare.
La cella piccola, le celle grandi, dove trovo i guanti da cambiare, le caramelle. Sai i nomi dei pesci? No. Sai usare le bilance? No. Hai mai lavorato in pescheria? No. Che lavori hai fatto?
Enotecara. Logistica. Tintometrista. Nell’ordine, discendente.
Guardo il tizio che mi ha fatto la domanda, vedo i peli sul suo braccio abbronzato ispidi come quandi ti radi l’inguine e il rasoio scivola troppo in là e dopo poco tempo ti ritrovi i pelucchi forare la trama delle mutandine.
Sono campione di bodibiuildin, mi dice lui.
Allora cambio l’elenco: ho venduto vino fino a quest’estate, sono stata anni in un ipermercato e ho venduto smalti e vernici.
Mi guarda, Ah, con quelle Agenzie Internali.
No, no: quasi sorrido. Riesco persino a sentire le iniziali maiuscole, da come pronuncia Agenzia Internali; no, no, erano lavori regolari.
Ha in mano una scatola, la apre sorridendo ottuso: io salto per aria. Ci sono, dentro, anguille vive. Sono piccole e scivolano l’una contro l’altra come treni in corsa in una stazione di testa, tipo Milano o Torino.

Che ci fai con quelle. Le uccido, mi risponde e gonfia il torace.
Poggia la scatola sul bancone ghiacciato, io mi avvicino. Non posso fare niente altro, i documenti di lavoro non sono ancora firmati, non posso né vendere né usare i coltelli, solo osservare. Sollevo il coperchio: un’anguilla alza la testa, mi guarda. Ha le orecchie come un cucciolo di cane e gli occhi neri cerchiati di argento, respira a fatica. Ma le vendete vive? Mi risponde, il collega: no, le strozziamo. Ride della sua battuta.

La giornata scivola senza che qualcuno chieda un’anguilla. Ogni tanto vado a controllarle, dò loro un po’ d’acqua per farle respirare, quella che mi aveva guardata spesso alza la testa come per salutarmi. Quando è orario di staccare passo la mano sulla scatola e dico loro ciao.

Esco dallo spogliatoio, veloce, per correre a casa a sfregarmi via l’odore di lavoro.
Per uscire si passa, in barba alla privacy e a tutte le normative possibili ed immaginabili, dallo spogliatoio maschile.
Lo strozzatore di anguille a mani nude è in slip bianchi, si osserva dall’alto del suo collo. Lo saluto, vado alla macchina.