Archive for the ‘célle’ Category

10 Gennaio

# 05 Tempi di Conversazione

Il dente che mi si ruppe esattamente ventidue anni e un mese fa, riparato di corsa, è definitivamente saltato.
È venuta via la capsula, oppure il corpo, la massa, il tutto, così, semplicemente, neanche addentando del torrone oppure sgranocchiando una costata alla fiorentina. No, assieme a un biscotto ammollato nel the. Persino ridicolo, da non raccontare troppo in giro.
Guardo i denti dei pesci. Sono aguzzi.
I pesci hanno denti aguzzi.
Una signora mi chiede come cucinare gli anelli di calamaro.
Se può congelarli.
Certo, rispondo.
Noi lo facciamo tutti i giorni, li congeliamo e scongeliamo e ricongeliamo, non vedo perché non dovrebbe farlo lei, signora.
Mi si ruppe il molare, improvvisamente. Non ricordo di aver sentito male. Ricordo di aver avuto male di sentir dolore. Passo la lingua sul piccolo spuntone lasciato dal molare devitalizzato, tagliandomi,  sento il sapore del sangue in bocca.

6 Gennaio

# 3 L’Incomincio

irmo il contratto. Ricevo il badge. Faccio il giro dell’azienda.
Qui le celle, questa la -01°, dove posso entrare senza problemi. Queste le -20°, mi è proibito andarci da sola, soprattutto senza qualcosa addosso che sia più del gilet di pile che indosso sotto il camice.
Al piano inferiore le macchine di battitura e salatura dei molluschi, la friggitoria, le vecchie vasche per gli astici vivi e per le anguille. Sono enormi, delle piscine da gran villa, solo profonde circa quaranta centimetri.
Il garage dove accatastano legna, gli spogliatoi, i locali caldaia. Mentre giriamo incontro i vari dipendenti: ci si saluta, ci si presenta.
Io ho fame, ho voglia di una sigaretta, mi scappa la pipì e sento un freddo spaventoso: ricordo in un attimo quando fu l’ultima volta che provai un gelo del genere. I miei affittavano una cascina nel Monferrato, era senza riscaldamento e d’inverno quando la stufa e il camino avevano appena cominciato a smuovere il ghiaccio dai muri era ora di tornare in città. Il freddo non era solo attorno: era nei vestiti, nei materassi, nel cibo che anche se caldo non riusciva a scaldarti, anzi.
Il giro termina, torniamo in negozio, vado in bagno. Mi accendo una sigaretta mentre sollevo il grembiule, sbottono il camice, tento di abbassare i pantaloni: praticamente non vedo cosa sto facendo e il grembiale mi si arriccia tutto davanti alla faccia, c’è una strisciata di viscere ittiche, raccattata chissà strusciando dove e contro cosa, a pochi centimetri dal naso. Mi fermo, prendo un respiro, tenendo la sigaretta in equilibrio tra le labbra finalmente posso abbassarmi i pantaloni: mi giro a guardare la tazza del water e la sigaretta mi cade dalla bocca.
Non è che sia sporca, è frequentata da uomini. Il che significa carta igienica finita, tavoletta alzata, mira sbagliata a far la pipì e un pelo pubico lungo come un capello, circa sei - otto centimetri. Non ci posso credere. I miei capelli son più corti di quel pelo. Mi rivesto veloce senza fare niente, raccatto la sigaretta e la butto nel cesso; la vescica mi si è ridotta a una pallina da golf congelata, ci penserò una volta a casa mia.