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So raaaigt, fiiils guuud
Canto.
Cosa canti?
Gli Siro Sevn.
In un’altra vita parlavo inglese con svariati accenti. Edmbòro. Neev iourc. In un’altra vita mi vestivo bene. Ascoltavo musica francese.
Ma allora sei stata a niù iòrc?
In pratica no, ma sulla carta sì.
Allora hai il passaporto?
Minchia, ma scherzi? No, a neev iourc io ci sono andata nascosta in una cassa di legno nascosta tra altre tremila, contenenti vestiti cinesi di poliestere.
Curiosi. Gli uomini sono curiosi. Ma mascherano con la rudezza degli spogliatoi dopo la partita di calcetto. Vorrebbero sapere ma mantengono l’aplomb con una puzzetta.
Di tutte le clienti sanno cazzi e mazzi. Poi corrono nel retro del negozio a ridacchiare. Pettegoli con le dita nelle orecchie.
E poi? Dove sei stata?
Ho visto i pesci sotto l’acqua. Ho visto le pietre nascoste tra le rocce. Ho camminato con l’aragosta tra i denti. Sono stata davanti al portone chiuso di Hugo.
Cristina, mi pare Cristina. Il viso con gli occhi tiroidei, il naso e la bocca affogano in mezzo a due guance flaccide.
Maria, devo aver capito Maria, va in palestra e si scopa quello che abita al secondo piano sopra il tabaccaio.
Giovanna può mangiare solo filetto perché lei solo la carne morbida, ha oltre settant’anni. Settanta anni d’inferno, per chi le è stato accanto.
E poi il Tizio Con la Bocca Storta, che chiede un pezzo di bollito con osso e chiede le cose schifose: milza, cervello, polmone, persino gli occhi una volta. La mia faccia s’è stortata ancora di più della sua dall’orrore.
Minchiasiamotroppofighi, vero?
Euuhu, hai voglia.
Ma sai che qui c’è un virus? Sono tutti pazzi.
A me lo dici? Sono scappata da qua undici anni fa, lo so, c’è qualcosa nell’acqua.
Il prosciutto lo vogliono sottile, ma se è troppo sottile non va bene perché si impasta. La fettina la vogliono sottile, ma se è troppo sottile diventa dura e non va bene. I grissini li vogliono sottili ma se lo sono troppo poi si rompono e non è che vada tanto bene.
Adesso mi vendo tutto e mi compro la prosce.
Guarda che comprarla è il meno, è il mantenimento che son cazzi.
Certo che tu sei un’iniezione di fiducia, eh?
E rimorchi solo quelle vecchie. Dammi retta. Prenditi un motorino, così abbassi l’età delle zinne.
La pancia di fuori. Le tette sospinte. Le gambe negli stivali, nude senza calze, bianche venate di blu. Incinte che veleggiano attorno alle carni bianche. La donna della provincia a poco dal centro città non smentisce mai il suo essere cofana fuori e rottame dentro.
Un nome sul pannello di sughero dove attacchiamo gli ordini, con piccoli spilli dalla capocchia di plastica a forma di cuoricino. È lilla fluorescente quello che trattiene il suo. Trenta costine, trenta tomini, venti braciole. Era un uomo corpulento, sui sessanta, che non sta mai zitto? Oppure uno magro, che assomiglia all’ispettore Callaghan? O una tizia segaligna, cagacazzi, con la tipica espressione da budino fatto con il latte di soia? No, né lui né suo padre e neppure sua madre: ritira il tutto una bionda slavata, con gli occhi chiari, il viso fisso in una paresi da botulino, il seno cascante trattenuto da una blusa fiorata da grande magazzino a diciannove euro e novantanove. Il fantasma peggiore della regione non mi si presenta davanti, almeno questa volta. Non rischio di esser presa per il collo attraverso il bancone in una vendetta tardiva di dodici anni.
Ma dove lavoravi prima com’era?
Freddo.
Ma più di qui?
Tra lo zero e il sette gradi.
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Sa, lunedì mio figlio ha avuto un incidente. È stato male. Forse muore.
Ricordo ci fermammo tutti, chi col coltello chi con l’aria in mano, a fissarla increduli. Scioccati potesse, un’estranea, dirci una cosa simile.
Lei, mesta, piccola, stretta nel suo cappotto rosso coi bottoni troppo grandi, aveva piegato la testa un po’ a lato, come a scusarsi e prendere fiato.
Sa, non so se abbia qualcosa lui. Una malattia, o se l’ho abbracciato male. I carabinieri hanno scritto delle cose, io l’ho letto ma non ho capito. Ora è su al Manzoni, ad aspettare. Anche noi aspettiamo. Io aspetto. Solo che dobbiamo mangiare, e son scesa giù dalla strada, e ho seguito il marciapiede e son entrata qui. Sa, mio figlio forse è morto, però dobbiamo mangiare.
Non l’ho servita io. Ero immobile. Ricordo di aver sentito una punta di dolore all’alluce destro: mi ero tagliata male l’unghia e la carne batteva contro lo stivale. Camminavo con le dita del piede rincagnate, il peso in una zoppìa creata ad arte.
Sa, mio figlio adesso è su, c’è mio marito con lui. E i parenti. Io ho letto cosa hanno scritto i carabinieri e anche il dottore, che lo abbiamo chiamato subito, lunedì mattina, quando ha smesso di respirare. Ma non ho capito cosa c’è scritto. Anche l’infermiera mi ha detto vada a mangiare qualcosa.
Era piccola. Coi capelli corti e spettinati. Gli occhiali. Aveva un cappotto rosso fuoco. Non la servii io, neppure E. o I. Forse M. Solo F. riuscì a dirle qualcosa, quando col sacchetto e un po’ di sogliola impacchettata andò da lei alla cassa, a pagare.
F. poi ne lesse sui giornali. Di quel bambino così piccolo, neanche un anno. Non ricordo cosa ci disse, del perché, solo che era Così Bello: tutti i bambini di quasi un anno sono belli come angeli.
Qualche mese dopo, trovai lo stesso cappotto rosso, in saldo.
Lo comprai.
Dieci giorni dopo lo vidi ulteriormente ribassato di prezzo.
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Ho davanti a me circa quarantacinque persone.
In questi casi l’unica via di sopravvivenza è sfoderare il mio miglior sorriso e tirare indietro le spalle.
Non che faccia differenza, con addosso parannanza, grembiale, maglioncino di cotone, maglia di lycra. Non è che camminando ritta la mia seconda scarsa si trasformi all’improvviso in una quinta coppa C.
Ma serve a dare un’immagine di efficenza, di velocità. Potrete lamentarvi dell’attesa quanto volete, io sto andando avanti veloce, professionale e indifferente.
Se sorridi, i clienti interagiscono. Collaborano. Partecipano.
Come Radar.
Radar è così chiamato perché i suoi padiglioni auricolari fanno concorrenza al ripetitore di radio Maria.
Quando gli ho appioppato questo soprannome, E. mi ha accusata di essere crudele. Ma il giorno dopo Radar ha cambiato pettinatura. S’è fatto calvo. A quel punto E. ha ammesso il dolo e sconfessato la roulette genetica.
Radar mi insegue lungo il bancone. Fa battute se mi cade un’acciuga dal pacchetto, sorride alle mie bestemmie silenziose verso l’inventore della carta accoppiata a velina e il suo utilizzo nel campo ittico.
Radar interagisce con i sacchetti che si rompono, l’orata che scivola verso il fondo del bancone e non si fa acchiappare, la vecchia milanese che insiste nel volere una spigola e fissa sdegnata il branzino che brandisco minacciosa.
Radar controlla l’andamento della palina segnanumeri, calcola chi lo servirà. E mi corre parallelo, un oceano mare tra me e le sue orecchie.
Radar ha il numero quarantadue.
Come spesso accade nella casualità della vita, M. mi lascia andare a fumare la sigaretta quando termino di servire il numero quarantuno.
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Entra che pare avere gravi problemi alla schiena.
E che indossi un busto a tenerlo ritto dalla nuca al coccige.
Cammina come se le ginocchia fossero chiuse in protezioni da football americano, in mano tiene chiavi della macchina, cellulare, accendino, sigarette, occhiali da sole. Un paio diverso da quello che ha sugli occhi.
Porta una collana di sfere di legno, in varie venature. Una camicia nera rigata d’oro, jeans chiari tenuti su da una cintura colorata da triangoli policromatici.
Le scarpe son sneakers a suola bassa, non vedo calzini.
Al polso porta un orologio grosso, un braccialetto en pendant con la collana.
La voce è greve, impostata, modulare.
La pelle è abbronzata, liscia; i capelli son artisticamente biondicci e spettinati.
Chiede poche cose, senza spine, da mangiare crude.
Mi fa lo sciusci di tonno?
Ho finito il tonno per il sashimi.
Vorrei dello spada per lo sciusci.
Lo spada è decongelato, non va bene per il sashimi.
Ha il salmone per lo sciusci?
Alle diciotto e trenta del sabato sera i salmoni son già sul bateaux mouche a risalire il fiume. Non ne ho per IL SASHIMI.
Si risolve a prendere una busta di misto surgelato per risotto allo scoglio.
Il tutto sortisce l’effetto opposto a quello che otterrebbe in una discoteca riminese la notte di ferragosto.
Quando esce ridiamo a crepapelle.
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Quando è entrato, veloce con in mano il casco e indosso il giubbotto da moto, sulle prime mi son dimenticata di passare il mio sorriso dalla modalità “l’umanità deve estinguersi nei prossimi 3 minuti” a “oh, cielo, le mie ovaie”.
È entrato veloce, affrettato, molleggiandosi sulle scarpe da ginnastica, il sorriso allegro.
“Oh, ciao!”
Ma i miei occhi son corsi alla sua testa.
Ricordavo quei capelli molto più scuri. Più castani. Più da padre di famiglia.
S’è fatto le meches.
Sculettava un po’, anche.
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Sono in uno stadio a giocare una partita a porte chiuse.
La voce rimbomba lontana, sento le bestemmie dell’allenatore, i passi nell’erba.
Tà-pùmf: il pallone di cuoio, una volta era di cuoio, e maròn, con i calzettoni a scivolare sui parastinchi e le maniche delle maglie a cascare sui gomiti magri.
Oh-ho, t’ho beccata, oh-ho, cippirimerlo.
Mi giro e guardo il tizio che mi fissa. Ci sta pochi minuti, è già impegnato a pensare ad altro. A cosa comprare.
Mi estranio, mi perdo in pensieri continui. Immagino storie, sento parlare nella mia testa. Sento mani sulle mie, il mio corpo attorno a quello di lui. Immagino sapori, cibi, sigarette. Vado avanti ore. Così, persa nel mio mondo, dove la felicità è vedere cosa fanno i personaggi condotti dai miei pensieri.
E poi, all’improvviso. A-ehm. Cough cough. Scusi.
Da quanto mi fissava? Mi ha vista sorridere? S’è accorto della faccia storta fatta quando facevo litigare M. con B.? Ha notato lo sguardo innamorato mentre R. faceva l’amore con S.? Sono seria e metodica quando vivo le mie storie, anni fa mi sedevo in poltrona, in soggiorno, e vedevo i personaggi.
Arrossisco, mi pulisco le dita sul grembiale. Chiedo cosa desideri, con tono brusco. Lo odio. Il pallone rotola verso la panchina, il terzino sinistro corre sudato per la rimessa laterale.
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Scusi, avete del pesce vivo fresco?
Ma se lo cucino oggi, quando posso mangiarlo?
Può toccarmi il pesce bello duro?
Mi dà un polipo bello grosso?
Me lo squama? Me lo filetta? Me lo sbranchia? Ho del pangrattato, me lo impanna?
A quanto vendete il ghiaccio?
Mi sbranzina due filetti?
Alla tv hanno detto che il palombo mangia il mercurio, mi dà tre chili di cefali?
Mi fa un chilogrammo di alìce per i gatti?

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Ieri è arrivato UnChilo.
UnChilo è un ragazzo di quelli che in realtà sono uomini fatti e finiti, più verso i quaranta che i trenta, e dimostrano venticinque anni a esagerare. È molto bello, basso, i capelli rasati a zero. Sorride timido. Compra tutto a un chilo per tipo. Esordisce dandoti del Lei e termina ridendo dandoti del Tu.
Ieri è arrivata BorsaDelGhiaccio.
BorsaDelGhiaccio è una donna anziana, con i capelli bianchi sciolti e disordinati, che compera circa tre sacchetti di roba e poi ti porge una borsetta termica lurida in cui metterli. Il volume dei sacchetti si avvicina al metro cubo, quello della borsetta termica ai venticinque centimetri.
Ieri, dopo molto tempo, è tornato VadoAllOspedale.
VadoAllOspedale arriva con un sacchettino con dentro un golfino, e la luce nei suoi occhi è persa dietro i giochi al parco da bambino. Chiede sempre due cose e ti ringrazia per mezz’ore come se gli si avesse spalmato caviale su pane di segale.Il vuoto nelle sue pupille prima ti sbilancia, poi ti imbarazza, poi ti intristisce.
Ieri verso l’orario di chiusura è arrivata AghliBetti.
AghliBetti è uguale identica alla tizia sfigata del telefilm. È maleducata, scostante, si veste sempre di viola. La gara è non servirla. Chi perde se la becca.
Ieri, mentre si andava via dopo essersi cambiati, è entrata in cortile un’auto.
Dentro, c’erano due tizi, un uomo e una donna. Han guardato la serranda abbassata e lui mi ha fatto cenno come a chiedere se fosse troppo tardi. Gli ho risposto sorridendo e allargando le braccia a schermirmi. Lui è rimasto pensieroso per un attimo, lei lo ha baciato sulla guancia e gli ha detto allegra: “Pazienza, amore, ti va una pizza?”
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La signora indossa un gilet di pelliccia e ha su il cappello. Un cappello di feltro, a cocuzza, con una fascia di raso nera che s’infiocca di lato. Settant’anni? All’incirca: la pelle è spessa attorno gli occhiali in montatura dorata. Va verso il fondo del bancone, poi torna indietro, cammina lenta.
“Ho dei bambini a colazione, cosa mi consiglia”.
Non è una domanda, nemmeno una richiesta. Io devo consigliarle cosa mangiare a colazione assieme a dei bambini.
La guardo, allucinata, per un piccolo momento.
A che ora fai colazione? La faccio verso le sei del mattina, sia che vada a lavorare che no. La mia colazione consiste in quattro se non sei caffè, con una sigaretta a seguire ogni tazzina. Se sono a casa verso le dieci mangio qualcosa, un panino con del formaggio oppure qualunque cosa si muova nel frigo, salato o dolce. Tutto lì. Quelli che mangiano lo yogurth, pane e marmellata, caffelatte, the, biscotti, spremuta d’arancia e a finire un’alka seltzer non li capisco.
Mai messi calzoncini corti e indossato giacche, mai avuto la riga di lato. Perché i bambini che vanno a colazione a mangiare del pesce con la nonna a colazione per forza indossano bermuda, i calzettoni al ginocchio e i capelli lisci e pettinati di lato. Un panino sul piattino affianco le posate, i gomiti qualche centimetro lontano dalla tovaglia di fiandra.
La vecchia mi guarda aspettando di cogliermi in castagna, per dirmi che colazione è il pranzo di noi poveri cristi, mentre lei pranza quando noi ceniamo e la sua cena è il mio barattolo di nutella verso le undici di sera che poi vado a dormire e sono agitata non prendo sonno e non capisco perché.
Ma lasciami vivere un po’, per favore. Fammi correre, sporcare, fammi dire cazzo invece di accidenti, lasciami vedere la partita, lasciami uscire con i miei compagni di scuola, permettimi di sbucciarmi le ginocchia, voglio rubare nei negozi, voglio ridere coi film della commedia anni settanta, voglio leggere libri da ombrellone, voglio vestirmi come un deficente, fammi dire fica invece di fregna, voglio sapere come si fa a parlare ad alta voce, a scordarsi gli appuntamenti, a tradire la donna che amo, a picchiare il mio migliore amico, voglio farmi una sega e fumare uno spino, voglio andare al mare quando mi gira e mettermi in mutua se non voglio lavorare, voglio.
Alla fin fine quel che vuole glielo vendo, dopo un venti minuti di esame degno di prestigiose università con test d’ammissione a gruppi massonici. Non lo supero: probabilmente ora andrà a comperare in erboristeria dei germogli di soia non ogm e delle carote biologiche, così a colazione i bambini mangeranno come si deve.
La guardo uscire con un cenno di tristezza.
Poveri bambini.
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“È fresco?”
“Sì”.
“Ma è sicura?”
“Sì”.
“Perché è per un bambino-anziano-malato-senzadenti, è fresco?”
“SI”.
“A me non sembra tanto fresco”.
“Signò, lo vede il tizio con la canna da pesca lì fuori? Ha appena finito di pescarglielo, ’sto cazzo di pesce”
Ma quando vi regalano un anello d’oro che fate, lo addentate e poi lo mettete sul bilancino da gioielliere?
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