Archive for the ‘cliéntelari’ Category
Pina fai questo, Pina fai quello, Pina è tornata.
[una volta era Priscilla]
I clienti mi riconoscono, sorridono, come stai, come mai.
La mano migliora, la fettina non è più storta come il [secondo] primo giorno.
[eppure, quando il maslé mi aveva chiesto di andare di nuovo a lavorare in macelleria, per tutta risposta avevo fatto il gesto dell’ombrello]
[solo che in mano avevo il telefonino e, fantozziana, col colpo contro il poplite del braccio ho fatto volare il cellulare]
I capelli sfuggono al cappellino, le mani pulite sul grembiale, la felpa [rossa] blu si sporca facilmente e se la lavi si restringe, perché non han bagnato il tessuto prima del confezionarla. Ho una felpa taglia anni 12 e una taglia 10. Erano una M e una S.
[càpita]
Il pollo ti brucia le dita, il maiale è simpatico, la coscia è sempre una boccia da sette od otto chili per forza. Mi stendo a prenderla, le ciabatte antinfortunistiche che svolazzano dietro di me.
Mi faccia un etto di prosciutto sottile, non importa se si rompe [un etto di sbriciolato, ma sai la soddisfazione di dodici fettine di roba rosa] e anche la bresaola mi raccomando sottile.
Alle sei e mezza il cielo è nero e i sacchi della spazzatura sono rovesciati, aperti e stuprati da cani e gatti affamati.
Alle nove, il cielo è chiaro e l’aria punge la sigaretta del caffè.
Se càpita, esco a buttar cartoni o ad aprire ai fornitori oppure agli zingari che vengono a prendere la roba marcia: il cielo è sempre lì, fermo, assolato, solo.
Sullo sfondo del cortile, si muovono i vecchietti che ràvanano nei cassoni, in cerca del cibo buttato per legge, qualcosa da riutilizzare, qualcosa da fare pur di non restare in casa a fissare la propria disperazione.
Alle tredici, il cielo mi fa fretta per correre a casa a mangiare, a studiare, a guardare con le lacrime il letto comodo, riposante.
Solo di sabato il cielo, quando esco, è di nuovo nero come al mattino.
Fa meno freddo, però, anche se il parabrezza è ghiacciato
[il bòcia del maslé tenta di scrivermi Pina sul cofano, rimane attaccato alla carrozzeria per il ghiaccio]
fumo la sigaretta mentre la ventola del riscaldamento tenta di sciogliere il bianco che non mi fa vedere il nero, il lampione a guardia dei cieli che cambiano.
vi sono mancata? ci sei mancata, Pina.

[clicca sulla foto per la musichina]
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E i capelli, Priscilla.
Legateli, fai qualcosa. Van da tutte le parti, un cliente si è lamentato che hai i ricci ovunque. Tagliateli, metti le forcine, fai tu.
E la maglia, Priscilla.
Stirala. Va bene, è successo solo una volta in cinque mesi. Però. Ecco. Non sta bene.
E i bambini, Priscilla. Io capisco che rompono i coglioni. Che quando si mettono a fare la sirena dell’ambulanza, corrono in cerchio, attaccano la lingua ai vetri del bancone sono fastidiosi, però non fare le facce.
E i clienti rompicazzo, Priscilla.
Se ti chiedono la rolata lontana che devi salire sul bancone per prenderla quando ce ne sono sei uguali vicine a te, non importa, tu stenditi e prendi quella lontana.
E poi, Priscilla.
Ci sono due clienti, madre e figlia, che si sono lamentate. Lo hanno detto a E. e poi a me, che sì, tu hai insistito per sapere chi servire per prima e loro facevano un po’ per una e un po’ per l’altra pretendendo poi tu segnassi cosa era di una e cosa dell’altra, sì, ma mi hanno detto che se ci sei tu non si fanno servire. Perché sei antipatica.
Ecco, forse la cosa che più fa male, dopo ventidue anni di bancone, è proprio quella parola: sei antipatica.
Che due stronze, che si fanno servire da tre commessi contemporaneamente, che fino a qualche anno fa avevano il cesso dietro il cortile e poi han dovuto metterlo in casa per ordinanza comunale, che vogliono i conti separati ma il concetto di “la bilancia fa un conto alla volta” non lo comprendono neppure se glielo incidi con un piede di porco sull’amigdala: due stronze aspettano tu non ci sia per farti il culo con il tuo titolare.
Priscilla, questa è l’anima del commercio.
Che tu spenda centottanta euro come due, chi ti serve non è un essere umano che stai facendo impazzire per un etto di tacchino arrosto: è un giocattolo, un servetto, spazzatura di cui parlare male quando vai poi a prendere il caffè dopo la messa che ti ha fatto sentire buona, gentile ed ecumenica.
E tu arrivi, lavori, saltelli, corri, vuole questo? che ne dice di quello? ma certo signora, le prendo la coscia di pollo e gliela pulisco se vuole anche gliela cucino, se proprio insiste gliela mangio e gliela cago anche e, senta, ha del cif ammoniacal che le pulisco il water e le cambio il rotolo di carta igienica?
Centottanta euro come due, tu non conti un cazzo, perché la persona dall’altra parte contribuisce al tuo stipendio e tu non hai diritto a nulla, solo a prendere quella coscia di pollo e far sentire il cliente come se fosse da damiani a comperare tutti gli anelli firmati da brad pitt, in blocco, la jolie in omaggio nel sacchetto.
E non importa se tuo figlio corre come un pazzo dove sono esposte le bottiglie di vino, apre le patatine, urla, passa a ditate tutte le vetrine. Non importa se vuoi la roba tagliata finissima così in un etto ci stanno sei fette di prosciutto anziché quattro e puoi sentirti un gran riccone colla tavola imbandita. Non importa se vuoi la fettina tagliata da qui e il tacchino battuto di là e la costina tagliata in tre e già che ci siamo regalami i fondini del salame.
Non importa.
Quel che è davvero importante e necessario è che tu, coi tuoi due euro ti credi più padrone della mia vita di uno che ne spende centottanta e si scusa se ti fa affettare più di tre tipi di salumi.
Per i capelli, metterò una fascia sotto il cappellino.
Per la maglia, eviterò che diluvi universalmente e che la roba lavata impieghi due giorni ad asciugare impedendomi di stirarla in tempo.
Per i bambini, pregherò un dio erodiadico che, alla seconda occasione, faccia il suo lavoro per bene.
Per le madri e figlie che attendono io non ci sia e lamentarsi, posso far ben poco.
Attendere che soffochino con un boccone di fettina al burro, forse.
Sì, potrebbe essere un’idea.
Ma, temo, il pezzente non usa il burro, semmai la margarina che costa di meno.
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So raaaigt, fiiils guuud
Canto.
Cosa canti?
Gli Siro Sevn.
In un’altra vita parlavo inglese con svariati accenti. Edmbòro. Neev iourc. In un’altra vita mi vestivo bene. Ascoltavo musica francese.
Ma allora sei stata a niù iòrc?
In pratica no, ma sulla carta sì.
Allora hai il passaporto?
Minchia, ma scherzi? No, a neev iourc io ci sono andata nascosta in una cassa di legno nascosta tra altre tremila, contenenti vestiti cinesi di poliestere.
Curiosi. Gli uomini sono curiosi. Ma mascherano con la rudezza degli spogliatoi dopo la partita di calcetto. Vorrebbero sapere ma mantengono l’aplomb con una puzzetta.
Di tutte le clienti sanno cazzi e mazzi. Poi corrono nel retro del negozio a ridacchiare. Pettegoli con le dita nelle orecchie.
E poi? Dove sei stata?
Ho visto i pesci sotto l’acqua. Ho visto le pietre nascoste tra le rocce. Ho camminato con l’aragosta tra i denti. Sono stata davanti al portone chiuso di Hugo.
Cristina, mi pare Cristina. Il viso con gli occhi tiroidei, il naso e la bocca affogano in mezzo a due guance flaccide.
Maria, devo aver capito Maria, va in palestra e si scopa quello che abita al secondo piano sopra il tabaccaio.
Giovanna può mangiare solo filetto perché lei solo la carne morbida, ha oltre settant’anni. Settanta anni d’inferno, per chi le è stato accanto.
E poi il Tizio Con la Bocca Storta, che chiede un pezzo di bollito con osso e chiede le cose schifose: milza, cervello, polmone, persino gli occhi una volta. La mia faccia s’è stortata ancora di più della sua dall’orrore.
Minchiasiamotroppofighi, vero?
Euuhu, hai voglia.
Ma sai che qui c’è un virus? Sono tutti pazzi.
A me lo dici? Sono scappata da qua undici anni fa, lo so, c’è qualcosa nell’acqua.
Il prosciutto lo vogliono sottile, ma se è troppo sottile non va bene perché si impasta. La fettina la vogliono sottile, ma se è troppo sottile diventa dura e non va bene. I grissini li vogliono sottili ma se lo sono troppo poi si rompono e non è che vada tanto bene.
Adesso mi vendo tutto e mi compro la prosce.
Guarda che comprarla è il meno, è il mantenimento che son cazzi.
Certo che tu sei un’iniezione di fiducia, eh?
E rimorchi solo quelle vecchie. Dammi retta. Prenditi un motorino, così abbassi l’età delle zinne.
La pancia di fuori. Le tette sospinte. Le gambe negli stivali, nude senza calze, bianche venate di blu. Incinte che veleggiano attorno alle carni bianche. La donna della provincia a poco dal centro città non smentisce mai il suo essere cofana fuori e rottame dentro.
Un nome sul pannello di sughero dove attacchiamo gli ordini, con piccoli spilli dalla capocchia di plastica a forma di cuoricino. È lilla fluorescente quello che trattiene il suo. Trenta costine, trenta tomini, venti braciole. Era un uomo corpulento, sui sessanta, che non sta mai zitto? Oppure uno magro, che assomiglia all’ispettore Callaghan? O una tizia segaligna, cagacazzi, con la tipica espressione da budino fatto con il latte di soia? No, né lui né suo padre e neppure sua madre: ritira il tutto una bionda slavata, con gli occhi chiari, il viso fisso in una paresi da botulino, il seno cascante trattenuto da una blusa fiorata da grande magazzino a diciannove euro e novantanove. Il fantasma peggiore della regione non mi si presenta davanti, almeno questa volta. Non rischio di esser presa per il collo attraverso il bancone in una vendetta tardiva di dodici anni.
Ma dove lavoravi prima com’era?
Freddo.
Ma più di qui?
Tra lo zero e il sette gradi.
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Sa, lunedì mio figlio ha avuto un incidente. È stato male. Forse muore.
Ricordo ci fermammo tutti, chi col coltello chi con l’aria in mano, a fissarla increduli. Scioccati potesse, un’estranea, dirci una cosa simile.
Lei, mesta, piccola, stretta nel suo cappotto rosso coi bottoni troppo grandi, aveva piegato la testa un po’ a lato, come a scusarsi e prendere fiato.
Sa, non so se abbia qualcosa lui. Una malattia, o se l’ho abbracciato male. I carabinieri hanno scritto delle cose, io l’ho letto ma non ho capito. Ora è su al Manzoni, ad aspettare. Anche noi aspettiamo. Io aspetto. Solo che dobbiamo mangiare, e son scesa giù dalla strada, e ho seguito il marciapiede e son entrata qui. Sa, mio figlio forse è morto, però dobbiamo mangiare.
Non l’ho servita io. Ero immobile. Ricordo di aver sentito una punta di dolore all’alluce destro: mi ero tagliata male l’unghia e la carne batteva contro lo stivale. Camminavo con le dita del piede rincagnate, il peso in una zoppìa creata ad arte.
Sa, mio figlio adesso è su, c’è mio marito con lui. E i parenti. Io ho letto cosa hanno scritto i carabinieri e anche il dottore, che lo abbiamo chiamato subito, lunedì mattina, quando ha smesso di respirare. Ma non ho capito cosa c’è scritto. Anche l’infermiera mi ha detto vada a mangiare qualcosa.
Era piccola. Coi capelli corti e spettinati. Gli occhiali. Aveva un cappotto rosso fuoco. Non la servii io, neppure E. o I. Forse M. Solo F. riuscì a dirle qualcosa, quando col sacchetto e un po’ di sogliola impacchettata andò da lei alla cassa, a pagare.
F. poi ne lesse sui giornali. Di quel bambino così piccolo, neanche un anno. Non ricordo cosa ci disse, del perché, solo che era Così Bello: tutti i bambini di quasi un anno sono belli come angeli.
Qualche mese dopo, trovai lo stesso cappotto rosso, in saldo.
Lo comprai.
Dieci giorni dopo lo vidi ulteriormente ribassato di prezzo.
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Ho davanti a me circa quarantacinque persone.
In questi casi l’unica via di sopravvivenza è sfoderare il mio miglior sorriso e tirare indietro le spalle.
Non che faccia differenza, con addosso parannanza, grembiale, maglioncino di cotone, maglia di lycra. Non è che camminando ritta la mia seconda scarsa si trasformi all’improvviso in una quinta coppa C.
Ma serve a dare un’immagine di efficenza, di velocità. Potrete lamentarvi dell’attesa quanto volete, io sto andando avanti veloce, professionale e indifferente.
Se sorridi, i clienti interagiscono. Collaborano. Partecipano.
Come Radar.
Radar è così chiamato perché i suoi padiglioni auricolari fanno concorrenza al ripetitore di radio Maria.
Quando gli ho appioppato questo soprannome, E. mi ha accusata di essere crudele. Ma il giorno dopo Radar ha cambiato pettinatura. S’è fatto calvo. A quel punto E. ha ammesso il dolo e sconfessato la roulette genetica.
Radar mi insegue lungo il bancone. Fa battute se mi cade un’acciuga dal pacchetto, sorride alle mie bestemmie silenziose verso l’inventore della carta accoppiata a velina e il suo utilizzo nel campo ittico.
Radar interagisce con i sacchetti che si rompono, l’orata che scivola verso il fondo del bancone e non si fa acchiappare, la vecchia milanese che insiste nel volere una spigola e fissa sdegnata il branzino che brandisco minacciosa.
Radar controlla l’andamento della palina segnanumeri, calcola chi lo servirà. E mi corre parallelo, un oceano mare tra me e le sue orecchie.
Radar ha il numero quarantadue.
Come spesso accade nella casualità della vita, M. mi lascia andare a fumare la sigaretta quando termino di servire il numero quarantuno.
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Entra che pare avere gravi problemi alla schiena.
E che indossi un busto a tenerlo ritto dalla nuca al coccige.
Cammina come se le ginocchia fossero chiuse in protezioni da football americano, in mano tiene chiavi della macchina, cellulare, accendino, sigarette, occhiali da sole. Un paio diverso da quello che ha sugli occhi.
Porta una collana di sfere di legno, in varie venature. Una camicia nera rigata d’oro, jeans chiari tenuti su da una cintura colorata da triangoli policromatici.
Le scarpe son sneakers a suola bassa, non vedo calzini.
Al polso porta un orologio grosso, un braccialetto en pendant con la collana.
La voce è greve, impostata, modulare.
La pelle è abbronzata, liscia; i capelli son artisticamente biondicci e spettinati.
Chiede poche cose, senza spine, da mangiare crude.
Mi fa lo sciusci di tonno?
Ho finito il tonno per il sashimi.
Vorrei dello spada per lo sciusci.
Lo spada è decongelato, non va bene per il sashimi.
Ha il salmone per lo sciusci?
Alle diciotto e trenta del sabato sera i salmoni son già sul bateaux mouche a risalire il fiume. Non ne ho per IL SASHIMI.
Si risolve a prendere una busta di misto surgelato per risotto allo scoglio.
Il tutto sortisce l’effetto opposto a quello che otterrebbe in una discoteca riminese la notte di ferragosto.
Quando esce ridiamo a crepapelle.
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Quando è entrato, veloce con in mano il casco e indosso il giubbotto da moto, sulle prime mi son dimenticata di passare il mio sorriso dalla modalità “l’umanità deve estinguersi nei prossimi 3 minuti” a “oh, cielo, le mie ovaie”.
È entrato veloce, affrettato, molleggiandosi sulle scarpe da ginnastica, il sorriso allegro.
“Oh, ciao!”
Ma i miei occhi son corsi alla sua testa.
Ricordavo quei capelli molto più scuri. Più castani. Più da padre di famiglia.
S’è fatto le meches.
Sculettava un po’, anche.
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Sono in uno stadio a giocare una partita a porte chiuse.
La voce rimbomba lontana, sento le bestemmie dell’allenatore, i passi nell’erba.
Tà-pùmf: il pallone di cuoio, una volta era di cuoio, e maròn, con i calzettoni a scivolare sui parastinchi e le maniche delle maglie a cascare sui gomiti magri.
Oh-ho, t’ho beccata, oh-ho, cippirimerlo.
Mi giro e guardo il tizio che mi fissa. Ci sta pochi minuti, è già impegnato a pensare ad altro. A cosa comprare.
Mi estranio, mi perdo in pensieri continui. Immagino storie, sento parlare nella mia testa. Sento mani sulle mie, il mio corpo attorno a quello di lui. Immagino sapori, cibi, sigarette. Vado avanti ore. Così, persa nel mio mondo, dove la felicità è vedere cosa fanno i personaggi condotti dai miei pensieri.
E poi, all’improvviso. A-ehm. Cough cough. Scusi.
Da quanto mi fissava? Mi ha vista sorridere? S’è accorto della faccia storta fatta quando facevo litigare M. con B.? Ha notato lo sguardo innamorato mentre R. faceva l’amore con S.? Sono seria e metodica quando vivo le mie storie, anni fa mi sedevo in poltrona, in soggiorno, e vedevo i personaggi.
Arrossisco, mi pulisco le dita sul grembiale. Chiedo cosa desideri, con tono brusco. Lo odio. Il pallone rotola verso la panchina, il terzino sinistro corre sudato per la rimessa laterale.
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Scusi, avete del pesce vivo fresco?
Ma se lo cucino oggi, quando posso mangiarlo?
Può toccarmi il pesce bello duro?
Mi dà un polipo bello grosso?
Me lo squama? Me lo filetta? Me lo sbranchia? Ho del pangrattato, me lo impanna?
A quanto vendete il ghiaccio?
Mi sbranzina due filetti?
Alla tv hanno detto che il palombo mangia il mercurio, mi dà tre chili di cefali?
Mi fa un chilogrammo di alìce per i gatti?

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Ieri è arrivato UnChilo.
UnChilo è un ragazzo di quelli che in realtà sono uomini fatti e finiti, più verso i quaranta che i trenta, e dimostrano venticinque anni a esagerare. È molto bello, basso, i capelli rasati a zero. Sorride timido. Compra tutto a un chilo per tipo. Esordisce dandoti del Lei e termina ridendo dandoti del Tu.
Ieri è arrivata BorsaDelGhiaccio.
BorsaDelGhiaccio è una donna anziana, con i capelli bianchi sciolti e disordinati, che compera circa tre sacchetti di roba e poi ti porge una borsetta termica lurida in cui metterli. Il volume dei sacchetti si avvicina al metro cubo, quello della borsetta termica ai venticinque centimetri.
Ieri, dopo molto tempo, è tornato VadoAllOspedale.
VadoAllOspedale arriva con un sacchettino con dentro un golfino, e la luce nei suoi occhi è persa dietro i giochi al parco da bambino. Chiede sempre due cose e ti ringrazia per mezz’ore come se gli si avesse spalmato caviale su pane di segale.Il vuoto nelle sue pupille prima ti sbilancia, poi ti imbarazza, poi ti intristisce.
Ieri verso l’orario di chiusura è arrivata AghliBetti.
AghliBetti è uguale identica alla tizia sfigata del telefilm. È maleducata, scostante, si veste sempre di viola. La gara è non servirla. Chi perde se la becca.
Ieri, mentre si andava via dopo essersi cambiati, è entrata in cortile un’auto.
Dentro, c’erano due tizi, un uomo e una donna. Han guardato la serranda abbassata e lui mi ha fatto cenno come a chiedere se fosse troppo tardi. Gli ho risposto sorridendo e allargando le braccia a schermirmi. Lui è rimasto pensieroso per un attimo, lei lo ha baciato sulla guancia e gli ha detto allegra: “Pazienza, amore, ti va una pizza?”
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