Archive for the ‘cùcinerie’ Category

24 Maggio

# 68 Another One Bites The Fennel

Vorrei chiederle: di cosa ti illudi, ancora?
Ma il glaucoma, nonché una recente botta fortuita all’occhio destro, rende il suo sguardo ottuso, bovino.
Già non capisce non sia il caso che prenda due volte di tutto, le tagliatelle al ragù, il coniglio ai peperoni, la rolata col prosciutto, i finocchi impanati, un po’ di formaggio -mac na frisa- e i pasticcini.
Mi si riempe e mi si rivolta e mi si svuota lo stomaco a guardare non tanto come ma quanto mangi.
Dicono sia una pecurialità della vecchiaia. Dicono. A me passa la fame, dico.
Compie ottant’anni e quando dichiara di voler arrivare ai cento il gelo scende tra i piatti sporchi e i bicchieri lavati di vino per festeggiare il suo compleanno.
Che arrivi ai novanta, o ai cento o foss’anche i centocinquanta, mi importa poco: non amo questa donna, mi infastidisce eppoi mi chiama sempre col nome di una delle mie cugine o di mia zia o mia madre. Ci fosse stata una volta, in tutti questi anni, che avesse detto il mio nome giusto al primo colpo. Mai. La cosa dovrebbe far sorridere, invece fa incazzare: è pur sempre tua nonna, dalle un colpo di telefono!
Pronto?
Ciao, sono Barbara.
Ah, sei te, MonicaLauraDeliaLidia?
Vaffanculo, nonna.

Mio nonno era più saggio. Affetto anche lui dalla sindrome di Sparonomiacaso, aveva imparato la tecnica del nomignolo buono per tutte le stagioni. A l’à mangià la cita? Da da ment à la cita. A la cita aj scapa al pisìn. Pijia al maròc pe la cita.
Cita, bambina, comprendeva anche lontane parenti bolognesi che non vedeva da oltre cinquant’anni. Tanto per andar sul sicuro.

Abbiamo tutti un prezzo. Il nostro prezzo è quanto crediamo alle illusioni.
Ci illudiamo di esser belli sia dentro ce fuori, ma soprattutto fuori. Trucchi, parrucchi, vestiario e armamentario.
Ci illudiamo l’amore sia lì pronto ad esplodere, il nostro cavaliere salti a cavallo e ci dica: non m’importa del tuo trucco e neppure del parrucco, amo il tuo barbatrucco e tu mi ami se io rutto.
Ci illudiamo del perdono di chi ci ama, dell’accettazione, ci illudiamo di aver superato quella voglia immensa e collosa di morire in un istante, in silenzio.
L’illusione di aver fatto un buon affare a comperare un paio di scarpe a due giorni dai saldi e la lattuga questa volta non era bagnata.
Ci illudiamo che l’impasto degli hamburger sia fresco di mezz’ora appena e che al ristorante il cuoco abbia cambiato i guanti usa e getta ogni otto minuti.
Illudersi è che lo scrittore famoso abbia speso notti e giorni chino sul libro che ho appena comperato e che l’assemblatore ikea sia stato felice di imballare la libreria che comprerò tra una decina di giorni.
Che prezzo ha l’illusione che tre nipoti femmina abbiano il nome intercambiabile con la propria madre e che l’unico a salvarsi da questa marea di appelli sbagliati sia il nipote maschio che però non vedi e non senti da oltre un anno, perso nelle faide famigliari vecchie di recriminazioni?
L’illusione costa l’ultimo finocchio impanato che giace nella ciotola trovata trent’anni fa in una soffitta a Nizza Monferrato, di ceramica segnata dal craquelé e sporca di minuscole tracce di impanatura.

Se non lo vuole nessuno lo finisco io.

E grazie al cazzo che non lo vuole nessuno, lo stai già addentando.

22 Marzo

# 19 Agnello diddio

Parliamo delle scelte che ognuno, in quanto soggetto democraticamente civile, può fare nella propria vita.
Uno può scegliere che tipo di macchina acquistare, che giacca indossare d’inverno, cosa mangiare a cena stasera.
Stasera, dice la moglie al marito al telefono, chiamandolo verso le ore quindici mentre lui sta prendendo il caffè con la collega pettoruta e sogno segreto di molti colleghi maschi, stasera quasi quasi ti faccio un bel branzino al sale. Bene, risponde il marito, gli occhi sulla camicetta della collega la quale ci gode di questo suo potere, questo portar via l’attenzione degli uomini dalle loro compagne. Sì, ma mi ascolti? Allora, va in pescheria e prendi un bel branzino, non dimenticarti anche il sale grosso ché l’ho terminato.

Il marito ha opzioni: dire che il branzino al sale gli fa schifo, asserire che non avrà tempo di passare a comperarlo perché avrà da rivedere alcuni lavori con la collega, confermare che appena timbrato correrà in pescheria a prendere la miglior spigola prodotta dalla eugenetica ittica. Tra queste, vorrebbe scegliere la seconda: la collega, coi suoi capelli lisci, neri e lucenti e quell’accento così provocante, un misto tra il nord e il centro Italia, così morbido nonché la sua camicetta che potrebbe saltare in una cascata di bottoncini che si spargono per tutto l’ufficio in un ticchettìo eccitante e pericoloso per la sua sanità ormonale, la gonna al ginocchio stretta a mostrare la zip sul fianco, i collant neri che si immergono nelle scarpe con il tacco quadrato di circa sette centimetri, né volgare né anonimo; una scelta splendida, un’alternativa a un branzino incrostato di sale economico preso dal tabaccaio.

Ovviamente il marito sceglierà di venire da me a prendere il pesce e avrà uno sguardo triste e rassegnato.

Mia madre mi ha chiamato, ieri sera. Che cosa cucini per Pasqua? Nulla, mamma, tu? Coniglio.
Io quasi svengo al solo pensarci, non lo mangio da decenni. Il mio coniglio si chiamava Adelmo, era piccolo, nero e con una macchia bianca intorno al naso rosa. Gli dicevo: salta! E lui saltava, sui zampini posteriori, gli anteriori uniti a quasi pregare di giocare con lui il più possibile. Adelmo finì in un recinto nell’agriturismo dove portavo gli animali selvatici che spesso arrivavano nel giardino dei miei, che abitano in aperta campagna -eccetto il cinghiale che un mattino di primavera, intorno alle cinque, brucava felice le petunie e le margherite di mia madre. Adelmo credo sia stato felice di correre in mezzo ai fagiani, i gatti, le galline, le pecore, le oche.

Il marito mi dice, mentre gli eviscero il branzino: sapesse che costi l’abbacchio, quest’anno, per Pasqua.
Davvero? Io non mangio l’agnello, mi viene il vomito al solo pensiero.
Avete del sale grosso? sembra ricordarsi all’ultimo di chiedermi.
No, ma qui di fianco c’è un tabacchino, lo comperi lì.

18 Gennaio

# 08 Oggi cucino io

Mi invento le ricette. Dopo mi chiedo se io sia scema o che, ma chiacchero, dico, faccio. Invento le ricette. Lo scorso sabato ho detto a una tizia di fare una dadolata di verdure, toglierla dalla pentola, mettere zafferano, passarci le cappesante, unire le verdure, riempire le conchiglie. Non l’ho più vista fino a oggi: è entrata sfaldando l’aria attraverso le porte automatiche. Io mi son sentita idiota. E spaventata. Metti che le ho fatto fare una figura pessima con degli ospiti. Metti che son stati male. Metti che sua suocera è finita all’ospedale. No, in questo caso sorriderebbe.

“Ah, lei!”
“Eh, sì. Buongiorno”.
“Stasera ho gente. Che mi dà“.

Ah. Inventati ora qualcosa, genio. Libra la fantasia, fai volare le dita sulle pentole, solleva i coperchi, il vapore che ti scalda la faccia.

“Polpi?”
Storce la faccia.
“Ripieni”.
Mi fissa. È in assetto da guerra.
“Impasta del merluzzo e delle cappesante. E un po’ di tonno. Dei piselli. Riempe la testa, mette in teglia, peperoncino, olio, concentrato di pomodoro”.
Non ribatte. Dài.
“Spruzzata di vino, buono, eh, non scadente”.
“E un’orata al sale?”
Tocca a me, è la mia mano. Un’orata? Una banalissima orata? Almeno facciamo una pallottola di pan grattuggiato, olio, capperi, peperoncino, mettiamolo nella pancia del pesce, cartoccio, venti minuti a centottanta gradi, però, che noia. Aprire il forno e controllare, ma che noia, l’ennesima orata, non siamo più nella Milano da bere dove il branzino al sale era il massimo del soldo da spendere.
“Oppure salmone”.
Dio, iddìo, salmone. Bombato, gonfiato, spinoso, dolciastro, grasso, basta vi prego, avete fatto migliaia di pranzi col salmone, fresco e affumicato, la fettina di limone e l’aneto, per favore, son stufa di pigliarli con le dita dietro il naso, sbatterli sul pianale, tagliare le pinnette e tranciare fino al culo e filettare fino alla coda.
Solleva un sopracciglio. Il fondo tinta le si arriccia attorno al rossetto. Sillaba: “Rom-bo”.
Oh, ecco, qui ti volevo. Qui tiri fuori le unghie. Non una sogliolina del cazzo, no, rombo, alto, spesso, ti taglio la testa, ti levo gli intestini, dài, al forno, aspetti che la pelle si raggrinzisca, un letto di patate, due foglioline di salvia, non me lo rovinare con olio meridionale, ti prego, ligure, per il pesce delicato ci va il taggiasco, ti prego, ti prego, il rombo, olio di Andora, ti prego, dài, ti pre
“Prendo due chili di polpi. Belli. La testa la svuota lei”.