Archive for the ‘mutuàre’ Category

31 Agosto

# 70 Colorblind

Quanto impiega un giorno a esistere?
La risposta, logica, sarebbe ventiquattr’ore.
In realtà il concetto di tempo è molto più elastico. Si allunga, si restringe. Un attimo ci mette una vita a terminare, una vita ci sta un attimo a finire. È così che il viaggio d’andata è sempre più lungo di quello di ritorno, pur percorrendo la stessa strada, sebbene si vada alla stessa velocità, anche se ci fermiamo a prendere un caffè all’autogrill. E la maglietta. E la raccolta di  quattro cd a sei euro e novantanove, tutti i duecentocinquanta successi degli Eagles.

Duecentocinquanta?

Due mesi trascorrono in due ore.
Forse è per questo motivo che temo d’aspettare un figlio: che il tempo di gestazione voli, che i pannolini passino da rigagnolo infiltrato ovunque a reperto di elefante. Che il cavalluccio della chicco di tuo fratello, plastica dura e colorata vecchia di trent’anni e inscalfibile, diventi la hornet con la retina porta oggetti sul serbatoio. E tu dal raccogliere da terra tuo figlio urlante per il bozzo sulla fronte sei già a guardare i servizi del tg sugli incidenti stradali.

In due mesi impari gli stati d’animo altrui, li previeni, li gestisci. Ti stupisci della sciocchezza umana, ti ripari dall’idiozia. Sai ormai quando è tempo di parlare e quando di ascoltare.

L’unica cosa che ancora ti stupisce è come il tempo passi in fretta e come tutto cambi in due mesi.

Il pezzo di carne nell’angolo sinistro della cella l’ho lanciato due mesi fa, in un attimo di pallacanestro sfigato.
E. aveva detto qualcosa, una battuta delle sue, di quelle che ti uccidono il cervello e fatichi a recuperare una motivazione intelligente per l’umanità. In risposta gli avevo lanciato il pezzo di carne. Per la precisione, un tocchetto di lonza del peso non superiore ai centoventi grammi.

I primi giorni era ancora rosa. Non più tanto brillante, non più tanto virato sul giallo. La ruota di munsell, applicata alla carne, è molto più noiosa che riferita ai pesci. Non ci sono variazioni. Non cadiamo nel cyan. Il magenta è sempre presente. Il giallo quasi non esiste. La totalizzazione di colore non è prevista. L’assenza di colore significa necrosi.

Dopo una settimana era rosso scuro, con una piccola punta di marrone. La saturazione era in atto.

Poi, mi son dimenticata di guardare. Era in un angolo lontano, tra muro e cella del pollame, dietro la scatolina per le blatte e quella dei roditori. In mezzo a polvere faticosamente raggiungibile. E io avevo altre cose da considerare.

Imparare che quando il discorso inizia con “ti posso dire una cosa?” allora c’è l’insulto velato pronto. Imparare che avere iniziative non è tanto vietato quanto fastidioso. Imparare che il pettegolezzo, le alleanze, i do ut des esistono sia in aziende di trecento dipendenti quanto di tre.

Ho imparato a non prendermela: ho quasi quarant’anni, son quasi quarant’anni che spalo merda, me la cucino, me la servo e me la mangio. In silenzio. P. mi dice, stupendomi: sei la persona che meno si lamenta io abbia mai conosciuto. Ah. Temevo di lamentarmi troppo, in realtà. Di essere noiosa. Di esser pedante. E, invece, mi si dice questo. Che non mi lamento abbastanza. Sbaglio sempre tutto. Forse è giunto il momento di accettare la realtà: sono una persona cretina.

Dopo un mese, per combinazione o per disegno divino, guardo nell’angolo lontano impolverato. Il pezzo di maiale ormai è marrone scuro. Ha punte rossastre agli angoli vivi, per effetto gravitazionale in basso è più scuro che nella parte alta.

Penso al mio alloggio in affitto equo e solidale. Penso al cibo in scatola negli stipetti. Penso alla batteria di pentole ikea nei cassettoni portavivande. Penso al frigor, con le sue bevande, il pezzo di burro aperto da troppo tempo, il barattolo di marmellata a metà. Penso al cibo dei gatti, di marca per L., più da battaglia per T., perché L. non mangia la roba del discount, viziata e curata meglio che una figlia.

Penso se io fossi in strada. Col culo per terra. In attesa di un intervento divino per combinare pranzo con la cena, nel frattempo vendendo la fica per sopravvivere e facendo pulizie negli uffici.

Lo mangerei, quel pezzo di carne ormai nerastro?

Sì.

Forse piangerei, nel mangiarlo.
Piangerei per le occasioni mancate o disperse, piangerei per le vite sprecate o distrutte. Mangerei masticando a fatica, è carne secca ormai, forse Tex willer non mangia carne secca da più di sessant’anni? Mangerei sperando di non rompermi i denti indeboliti dalle giornate di fatica.

E invece.

Ho un alloggio. Ho vestiti. Ho un frigor di cibo che va a male, inutilizzato. Ho un’automobile. Ho due gatti, un divano, un armadio ad ante scorrevoli, un cappello di lino acquistato perché mi sta molto bene. Ho libri, cd, calzini antiscivolo, un caminetto e una decina di piante grasse.

Il pezzo di carne, ho visto sabato scorso, è ormai accartocciato su se stesso. La ruota di munsell è implosa fino all’assenza di colore, raggiungendo il nero. A guardare bene, forse, c’è ancora una punta di magenta. Ma è impercettibile, dovremmo avere uno spettofotometro per individuarla e, comunque, il tempo passa così in fretta che non ci facciamo caso.

2 Maggio

# 65 U garzun-a du maxelàa

Carolina si accorge che i suoi capelli non crescono più veloci come una volta. Indisciplinati, ricci, si arrendono alla legge del ricciolo termodinamico da rivista di moda solo per poche ore dopo lo shampoo. Poi, riprendono la loro vita, si fanno i cazzi loro.

Carolina, seduta sul divano con le gambe ripiegate sotto il sedere, una postura che sa pagherà da qui a qualche minuto con crampi, insensibilità e le formiche lungo i polpacci, toglie la mano dalla settimana enigmistica e se la passa sulla nuca, stupendosi che in un solo mese e due settimane siano ancora così corti.
Eppure, un tempo, Carolina si sarebbe ritrovata una criniera leonina il tempo di tre shampoo, quattro pigiate di spuma e una sfarfugliata di vento.

Come si invecchia, Carolina: pochissime rughe, evidenziate solo se sorridi scoprendo i denti, sotto gli occhi, e i vestiti di quando ancora avevi venticinque anni. Che ne dici, Carolina, la buttiamo la maglietta con l’emblema CCCP, la falce e il martello bianchi sbiaditi sul rosso ormai stinto? E questi jeans, strappati malamente sulle cosce, lo infiliamo nel sacco della spazzatura?

Carolina segretamente si compiace di quando non le danno l’età giusta, e dorme abbracciata a un pelouche rosa shocking. Ha un orsetto appoggiato al comodino, affianco a una madonnina di gesso fatta alle elementari per una festa della mamma. Da quanche parte, negli scatoloni ancora da aprire, pieni di soprammobili da sistemare su mensole ancora da comprare, c’è anche un posacenere a forma di foglia. Fatto all’asilo, per la festa del papà. Nella gentilezza delle maestre, le mamme pregano e proteggono, i padri fumano e lavorano.

Carolina ripensa alle settimane passate e si accorge che son state velocemente lente, affaticate, trema ancora al ricordo dei fogli piegati in tre e infilati nelle buste bianche e anonime che saranno state riciclate senza scrupolo.

Carolina odia una cosa: fare pena.
Carolina, quando aveva circa dodici anni, o forse tredici, era seduta sul divano, con le gambe ripiegate sotto il culo mentre leggeva un libro. La signora delle pulizie, nel frattempo, era abbarbicata alla scala e spolverava con intenzione il lampadario del soggiorno e si faceva raccontare di padri che proteggono, madri che fumano e disse solo: mi fai pena.
Carolina avrebbe imparato in seguito, con pietà, che quel mi fai pena non era cattiveria o scherno: la signora, con tre figli e un marito guardia giurata davanti a una banca, provava davvero pena, dolore, pietas.
Ma Carolina sentì le formiche salire dalle gambe alla pancia, infiammare i polmoni, inchiodarsi nella fronte. Per moltissimi anni chiunque le avesse detto, in seguito, o dimostrato di provare pena per lei sarebbe stato eliminato dalla sua vita senza rimorso, anzi, con crudeltà.

Carolina consegna i curricula, mostrando il suo sorriso più dignitoso e la fermezza più cortese: i pescivendoli che incrocia sulla strada guardano golosi la busta intonsa da riciclare al più presto. I supermercati debbono usare le loro, marchiate, e butteranno la sua senza troppi problemi. Contenuto compreso.

Carolina gira per le corsie, chiede dove sia il reparto dei libri e, una volta trovato, rabbrividisce alla sfilza di etichette supersconti offertissime incredibile appiccicate alle copertine. Una miriade di libri stuprati, irregalabili, impresentabili. Carolina sente suonare il suo telefonino e si stupisce che prenda, lì in mezzo a ricettari e guide turistiche e chick-lit.

Carolina fatica a credere di essere richiesta, utile e non oggetto di pena. Abiti vicino, le dice, mi sembra tu abbia una buona esperienza. Carolina porge la mano, gliela stringe, gli dice ci vediamo dopodomani.

Carolina scopre che la mannaia pesa come lei, che il segaossi è pericolosissimo, che la carne di maiale è più scura di quella di vitello, che quella bianca è viscida, appiccicosa e brucia i taglietti sulle dita.

Carolina scopre che il lardo va affettato sull’uno e qualcosa, la mortadella sull’uno, il cotto sull’uno meno un poco e il crudo sul rompimento di coglioni allucinante.

Carolina assaggia pecorino sardo, toma nostrana; sistema sugli scaffali maionese, insaporitori, succo di limone concentrato, gelatina ideale per il prosciutto e uova da mangiare le domeniche d’estate assieme al pane e i grissini stirati.

Carolina indossa un grembiule rosso lungo come lei, indossa un cappellino con la visiera gialla, si mette i jeans sdruciti e un paio di finte crocs colorate di margherite arancioni e rosa e lilla ai piedi, che le distruggono la schiena e rendono doloroso l’arco dei piedi.

Carolina si misura la lunghezza delle ciocche di capelli e poi porta le mani sui calzini e si massaggia la pianta dei piedi lentamente, con soddisfazione, lungo l’arco, per lenirne la pena.

4 Marzo

# 58 The cat came back

Di questi mesi mi rimarranno poche cose: l’indolenza, il giorno dopo, il sonno.
La certezza di aver sprecato mesi durante i quali avrei potuto fare miriadi di cose: scrivere in inglese, scrivere disegnando, scrivere. Ma non l’ho fatto.

Scrivere non è semplice. È di quei lavori che lasciano negli occhi altrui un misto di invidia e disprezzo, al tg mostrano precari sui tetti e statistiche d’affluenza alla caritas, e tu? Scrivi. E passi le giornate nell’indolenza. L’indolenza si sostituisce allo scrivere. Scrivi d’indolenza.

In questi mesi - due? Quasi tre? - hai demandato con indolenza parecchie cose: le tende, i tappeti, i mobiletti della cucina, la tovaglia di Natale ancora da stirare, le ragnatele sui libri di cucina sulla mensola in alto a destra vicino alla portafinestra, di fronte ai mobiletti della cucina, accanto alla portafinestra con la tenda da lavare e stirare assieme alla tovaglia natalizia.
Con indolenza, il Natale poi torna, ci penseremo tra dieci mesi circa. Nove.

Nove è il quantitativo di mesi necessari a nascere. Può accadere anche a otto, volendo a sette, a sei no ché son problemi. A dieci no, ché son problemi peggiori. Nascere con indolenza. Ecco, forse io son nata di dieci mesi, con calma, con rimando, faccio domani, esco domani. Non son mica programmata con il planning. Planner, come si dice. Non son mica un robot. Son lenta.

Eppure, fino a qualche anno fa mica ero così. Oppure son ricordi indolenti, lenti, trascinanti, ero così ma intanto facevo e allora mi viene in mente d’esser stata attiva, altroché, mica come adesso. Mica come mercoledì.

Alle undici del mattino ho già fuori dagli occhi il mobile del soggiorno: son cinque ore che, seduta sul divano a fronte, lo guardo. Nessun cambiamento. Nessuna variazione. Immobile. Alle undici e qualche minuto suona il telefono e mi infastidisce perché è faticoso, così faticoso pigiare il tasto di chiamata.

Come staaaaaaaaaaaai?
Eh.
Come vaaaaaaaaaa?
‘Nsomma.
Oggi ci seeeeeeeeei, puoi venire oggi pomeriiiiiiiiiiggio?

A quel punto una furia cieca mi sommerge, mi trascina, mi affoga.
All’improvviso, una violenta ondata d’adrenalina mi smuove la mascella, l’odio mi copre da testa a piedi e mi riempie di una forza inusitata, inaspettata, la stessa che cerca di far capolino da due mesi -tre? - a fatica, indolente

Ma porcodiquelcazzo, ma che, si fa andare al lavoro così all’improvviso, senza avvertire prima? Va be’, va’ dai, vengo, alle tre e mezza son lì, ma porcoschifodiquelcazzomaledetto, che vizio di schifo che avete, chiamare la gente così all’ultimo!

Poi, fisso il mobile. Con calma. Lentamente. Piego le gambe sul divano, mi raggomitolo. Punto la sveglia del cellulare a un’ora prima di entrare in negozio. Per fare le cose lente, indolenti.

24 Novembre

# 55 Il Sonno della Ragione

Son così stanca, amoremio, così stanca.
Sì, lo so, non dovrei: son in ferie da un mese, ormai.
No, amoremio, non mi far pensare a chi lavora dodici ore al giorno e la pausa pranzo la trascorre seduto azzannando un panino mentre fa scorrere dati sullo schermo di un computer.
Son stanca. Stanchissima.
Oh, no, no: non è giusto, amoremio, dirmi di chi lavora nei cantieri edili, oppure lucida pavimenti, o piuttosto vende merce all’aperto con qualunque tempo infuri sulla sua testa.

Smettila di dirmi che è solo il primo giorno dopo una lunga pausa: non m’interessa di esser stata negli statiuniti, non m’interessa di aver la pelle splendente, non m’interessa.

Guarda come sono stanca, amoremio, guarda: le mani mi si muovono lente, gli occhi mi si appannano, i piedi si trascinano.
E no, amoremio, no, davvero: non m’importa di chi cerca disperato questa mia vita, questo 27 del mese così necessario.

Amoremio, io ora salgo sul bancone, mi distendo sul ghiaccio e dormo un po’ accanto al gronco con l’amo ancora impiantato tra le fauci.

Dormo solo un po, amore mio, mi riposo solo un po’.

5 Agosto

# 46 Calende

Che giorno è, oggi?
Se è mercoledì, allora va bene. Sono a casa.
Ma cosa mi dice che invece non sia giovedì?
Se è giovedì è un casino. Devo lavorare.
È giovedì? Dimmi, è giovedì? Non è che è mercoledì e mi fai uno scherzo? No? È giovedì? È giovedì.
Significa sistemare in casa. Scongelare il sugo. Lavarmi i denti. Togliermi il pigiama per vestiti più sociali.
In fretta, fai in fretta, mancano pochi minuti, devi uscire, sei in ritardo, presto.
Metti le scarpe. Le chiavi. Mi cadono. Si attorcigliano. Chiudi la porta. L’auto. Presto. Mio dio. Tardi. Presto.

È mercoledì. Torno sul divano a dormire.

23 Febbraio

# 13 Is it sleeping time? No, isn’t it. I have the flu.

Ho la febbre.
Me la sento.
Ho la febbre.
Stanotte ho dormito esattamente dalle 02:25 a.m. alle 03:35 a.m. e dalle 05:54 a.m. alle 06:27 a.m.
Ho la febbre, lo so che ce l’ho.
Ho i brividi, ho freddo, sento gli occhi che si annaquano, ho la febbre.
Per la prima volta aiuto a mettere il ghiaccio sul bancone.
M. deve seguire alcuni ristoratori che fan la spesa per le loro cucine.
Lo aiuto.
Impugno la pala con tutte e due le mani.
La affondo tra il ghiaccio nella nave.
Tiro su.
Lancio sul banco.
Presso col dorso della pala.
Ho la febbre, cazzo.
Quanto sarà? 37, 2? 38,6? Ho dormito esattamente un’ora e quarantatrè minuti, questa notte. Forse avevo già la febbre. Aiuto a fare il ghiaccio del bancone.
Sono arrivata prima del mio orario di lavoro.
Non avevo sonno stanotte, ho la febbre.
Come vado?
Benissimo, da oggi te lo ghiacci tu.
Ho la febbre e sono una cogliona.
Prendo i pallets, li porto in negozio.
Lascio la nave vuota dal ghiaccio per i cartoni e le cassette da buttare.
E. mi prende in giro, come mai così attiva?
Ho la febbre e non ho dormito.
In venti minuti ho già sistemato tutto quel che dovevo mettere in esposizione.
Lavo il banco delle cozze.
Non dovrei toccare l’acqua.
Se ho la febbre, non dovrei stare nel ghiaccio.
Però ho sonno e forse ho anche la febbre, F. mi tocca la fronte, ci appoggia le labbra, sì, sei calda.
Ma io ho freddo, veramente.
Ho gelo, qui, senti?
Alle 10:38 a.m. mi slaccio il grembiale, tolgo la cuffietta, butto i guanti monouso.
Osservo il talco rappreso sulle mie dita.
Ascolto i miei colleghi che da due ore mi incitano a tornarmene a casa.

Ho la febbre e sonno.
Dormo.