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	<title>chordatanimalia</title>
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	<description>fishing dogs</description>
	<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 08:31:34 +0000</pubDate>
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		<title># 71 Bubbles</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 08:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chordata animalia</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[vìtale]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal mattino fino il tardo pomeriggio, gli urli si susseguono provocandomi brividi lungo i bracci.
Non le braccia, ché la pelle di cappone si ferma misteriosamente ai gomiti.
Ma l&#8217;orrore mi prende ugualmente, e la tristezza, e la goduria.
I vicini di casa sono sardi. Non so se questo sia un elemento a favore o a scapito, tanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal mattino fino il tardo pomeriggio, gli urli si susseguono provocandomi brividi lungo i bracci.<br />
Non le braccia, ché la pelle di cappone si ferma misteriosamente ai gomiti.<br />
Ma l&#8217;orrore mi prende ugualmente, e la tristezza, e la goduria.</p>
<p>I vicini di casa sono sardi. Non so se questo sia un elemento a favore o a scapito, tanto è che non parlano come nelle migliori macchiette televisive, avanzando i verbi e raddoppiando le consonanti. No. Perché i vicini di casa urlano. Così tanto e così forte e così violenti che non c&#8217;è tempo di creare un&#8217;atmosfera di carasau e pecorino e mare verde.</p>
<p>Urlano al mattino per andare a scuola: Lorenzostronzodovesei.<br />
Urlano a mezzogiorno di ritorno da scuola: Lorenzostronzovieniamangiare.<br />
Urlano il pomeriggio durante la pennichella: Lorenzostronzovaiadormire.<br />
Urlano la sera prima di chiudere le finestre: Lorenzostronzovainbagnoalavartidenti.</p>
<p>Lorenzostronzo ha un fratello, chiamato Gabrielecretino, solo chiamato e non urlato, forse perché è alto un metro e novanta per i suoi sedici anni e l&#8217;ingombro muscolare di una saracinesca per doppie vetrine. Ma di sicuro finché è stato più basso di suo padre gli urli se li è presi anche lui.</p>
<p>Il resto della famiglia è composto da una nonna, una madre, un padre. Tutti che urlano.</p>
<p>Io non urlo mai. Quasi, mai.</p>
<p>Se urlo, lo faccio con la bocca chiusa, attorcigliandomi lo stomaco con le mani, come le lavanderine che lavan i fazzoletti.<br />
Se urlo, è di notte ché nessuno possa sentirmi.</p>
<p>So di quanto sia sciocco e stupido non urlare, ma: mi han insegnato così. Non urlare. Stai zitta. Stai ferma. Non ci interessa la tua opinione. Stai nell&#8217;angolo. Ecco, è colpa tua se si litiga.  Zitta. Vattene. Addio.</p>
<p>E, allora, se sento urlare o anche solo litigare o persino una variazione d&#8217;umore, mi zittisco. Non urlare. Fai silenzio. Le parole che premono contro il naso, io vorrei urlare e dire le mie ragioni, giuste o sbagliate che siano, ma le parole stan lì, ferme, ché non posso urlare a mia volta, arrabbiarmi, perché non ne ho il diritto. Mi hanno insegnato così. E, se non imparavo, erano gli schiaffi. In qualche occasione anche calci. Una volta, un pugno. Ultimamente, disprezzo e umiliazione verbale. Tu, non conti niente. Tu, non sei nessuno. Tu, stai zitta. Tu, addio.</p>
<p>Le parole premono contro il naso e le lascio uscire soffiandomelo col fazzoletto pieno di lacrime.</p>
<p>Per questo amo tanto i miei vicini di casa. Anche se sentirli sbraitare isterici alle otto del mattino non è la cosa più gradevole di questo mondo. Anche se sentirli insultarsi, ascoltare un bambino di otto anni appellare la nonna e la mamma con troiastronzanonrompermicoglioni non è il massimo della cultura.</p>
<p>Ma li amo.</p>
<p>Perché urlano. E poi si abbracciano.</p>
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		<title># 70 Colorblind</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 06:10:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chordata animalia</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[mutuàre]]></category>

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		<description><![CDATA[Quanto impiega un giorno a esistere?
La risposta, logica, sarebbe ventiquattr&#8217;ore.
In realtà il concetto di tempo è molto più elastico. Si allunga, si restringe. Un attimo ci mette una vita a terminare, una vita ci sta un attimo a finire. È così che il viaggio d&#8217;andata è sempre più lungo di quello di ritorno, pur percorrendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quanto impiega un giorno a esistere?<br />
La risposta, logica, sarebbe ventiquattr&#8217;ore.<br />
In realtà il concetto di tempo è molto più elastico. Si allunga, si restringe. Un attimo ci mette una vita a terminare, una vita ci sta un attimo a finire. È così che il viaggio d&#8217;andata è sempre più lungo di quello di ritorno, pur percorrendo la stessa strada, sebbene si vada alla stessa velocità, anche se ci fermiamo a prendere un caffè all&#8217;autogrill. E la maglietta. E la raccolta di  quattro cd a sei euro e novantanove, tutti i duecentocinquanta successi degli Eagles.</p>
<p>Duecentocinquanta?</p>
<p>Due mesi trascorrono in due ore.<br />
Forse è per questo motivo che temo d&#8217;aspettare un figlio: che il tempo di gestazione voli, che i pannolini passino da rigagnolo infiltrato ovunque a reperto di elefante. Che il cavalluccio della chicco di tuo fratello, plastica dura e colorata vecchia di trent&#8217;anni e inscalfibile, diventi la hornet con la retina porta oggetti sul serbatoio. E tu dal raccogliere da terra tuo figlio urlante per il bozzo sulla fronte sei già a guardare i servizi del tg sugli incidenti stradali.</p>
<p>In due mesi impari gli stati d&#8217;animo altrui, li previeni, li gestisci. Ti stupisci della sciocchezza umana, ti ripari dall&#8217;idiozia. Sai ormai quando è tempo di parlare e quando di ascoltare.</p>
<p>L&#8217;unica cosa che ancora ti stupisce è come il tempo passi in fretta e come tutto cambi in due mesi.</p>
<p>Il pezzo di carne nell&#8217;angolo sinistro della cella l&#8217;ho lanciato due mesi fa, in un attimo di pallacanestro sfigato.<br />
E. aveva detto qualcosa, una battuta delle sue, di quelle che ti uccidono il cervello e fatichi a recuperare una motivazione intelligente per l&#8217;umanità. In risposta gli avevo lanciato il pezzo di carne. Per la precisione, un tocchetto di lonza del peso non superiore ai centoventi grammi.</p>
<p>I primi giorni era ancora rosa. Non più tanto brillante, non più tanto virato sul giallo. La ruota di munsell, applicata alla carne, è molto più noiosa che riferita ai pesci. Non ci sono variazioni. Non cadiamo nel cyan. Il magenta è sempre presente. Il giallo quasi non esiste. La totalizzazione di colore non è prevista. L&#8217;assenza di colore significa necrosi.</p>
<p>Dopo una settimana era rosso scuro, con una piccola punta di marrone. La saturazione era in atto.</p>
<p>Poi, mi son dimenticata di guardare. Era in un angolo lontano, tra muro e cella del pollame, dietro la scatolina per le blatte e quella dei roditori. In mezzo a polvere faticosamente raggiungibile. E io avevo altre cose da considerare.</p>
<p>Imparare che quando il discorso inizia con &#8220;ti posso dire una cosa?&#8221; allora c&#8217;è l&#8217;insulto velato pronto. Imparare che avere iniziative non è tanto vietato quanto fastidioso. Imparare che il pettegolezzo, le alleanze, i do ut des esistono sia in aziende di trecento dipendenti quanto di tre.</p>
<p>Ho imparato a non prendermela: ho quasi quarant&#8217;anni, son quasi quarant&#8217;anni che spalo merda, me la cucino, me la servo e me la mangio. In silenzio. P. mi dice, stupendomi: sei la persona che meno si lamenta io abbia mai conosciuto. Ah. Temevo di lamentarmi troppo, in realtà. Di essere noiosa. Di esser pedante. E, invece, mi si dice questo. Che non mi lamento abbastanza. Sbaglio sempre tutto. Forse è giunto il momento di accettare la realtà: sono una persona cretina.</p>
<p>Dopo un mese, per combinazione o per disegno divino, guardo nell&#8217;angolo lontano impolverato. Il pezzo di maiale ormai è marrone scuro. Ha punte rossastre agli angoli vivi, per effetto gravitazionale in basso è più scuro che nella parte alta.</p>
<p>Penso al mio alloggio in affitto equo e solidale. Penso al cibo in scatola negli stipetti. Penso alla batteria di pentole ikea nei cassettoni portavivande. Penso al frigor, con le sue bevande, il pezzo di burro aperto da troppo tempo, il barattolo di marmellata a metà. Penso al cibo dei gatti, di marca per L., più da battaglia per T., perché L. non mangia la roba del discount, viziata e curata meglio che una figlia.</p>
<p>Penso se io fossi in strada. Col culo per terra. In attesa di un intervento divino per combinare pranzo con la cena, nel frattempo vendendo la fica per sopravvivere e facendo pulizie negli uffici.</p>
<p>Lo mangerei, quel pezzo di carne ormai nerastro?</p>
<p>Sì.</p>
<p>Forse piangerei, nel mangiarlo.<br />
Piangerei per le occasioni mancate o disperse, piangerei per le vite sprecate o distrutte. Mangerei masticando a fatica, è carne secca ormai, forse Tex willer non mangia carne secca da più di sessant&#8217;anni? Mangerei sperando di non rompermi i denti indeboliti dalle giornate di fatica.</p>
<p>E invece.</p>
<p>Ho un alloggio. Ho vestiti. Ho un frigor di cibo che va a male, inutilizzato. Ho un&#8217;automobile. Ho due gatti, un divano, un armadio ad ante scorrevoli, un cappello di lino acquistato perché mi sta molto bene. Ho libri, cd, calzini antiscivolo, un caminetto e una decina di piante grasse.</p>
<p>Il pezzo di carne, ho visto sabato scorso, è ormai accartocciato su se stesso. La ruota di munsell è implosa fino all&#8217;assenza di colore, raggiungendo il nero. A guardare bene, forse, c&#8217;è ancora una punta di magenta. Ma è impercettibile, dovremmo avere uno spettofotometro per individuarla e, comunque, il tempo passa così in fretta che non ci facciamo caso.</p>
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