Archive for Dicembre, 2007

31 Dicembre

# 2 L’Inizio

.

.
eri sera per la tensione sono andata a dormire rimanendo sveglia. Fissavo il buio sui muri e mi chiedevo: ma io come faccio a resistere, che devo fare, come si fa, che farò. Io non sopporto lo sguardo dei pesci nel piatto: se mi portano l’orata o il branzino e loro mi guardano, così opachi, così lattiginosi, non riesco ad affondare la forchetta nella loro pancia e masticarli, mentre mi fissano. Il peggio, poi, viene coi gamberoni, con gli scampi: hanno occhi come pallini da schioppo, tondi, come grani di pepe, già han una faccia stupida, con un ricciolo di maionese per cappello mi è impossibile. Per me il pesce è un bastoncino, impanato, fritto. Al massimo è una scatoletta da aprire.

Mi sono addormentata, alla fin fine, con una serie di lattine da ottanta grammi di tonno pinna gialla che si scoperchiavano e lottavano con dei grissini fino all’ultima goccia d’olio.

Mi danno un grembiale. Bianco.
Un camice, bianco.
Una cuffietta bianca.
Mi indicano i guanti monouso in lattice bianchicci: mi vesto. Gli stivali andranno a recuperarli, devo tenere le scarpe antinfortunistiche che la titolare mi ha consigliato di portarmi dietro, durante il colloquio.
Nello spogliatoio c’è uno specchio: sembro un’infermiera in gita in un cantiere edile. Gli scarponcini sono scamosciati: so già che dovrò buttarli, poi.

La prima cosa che fanno è mettermi in mano una cialda per il caffè e indicarmi la macchinetta. Poi, il bagno dove chiudersi a fumare.
La cella piccola, le celle grandi, dove trovo i guanti da cambiare, le caramelle. Sai i nomi dei pesci? No. Sai usare le bilance? No. Hai mai lavorato in pescheria? No. Che lavori hai fatto?
Enotecara. Logistica. Tintometrista. Nell’ordine, discendente.
Guardo il tizio che mi ha fatto la domanda, vedo i peli sul suo braccio abbronzato ispidi come quandi ti radi l’inguine e il rasoio scivola troppo in là e dopo poco tempo ti ritrovi i pelucchi forare la trama delle mutandine.
Sono campione di bodibiuildin, mi dice lui.
Allora cambio l’elenco: ho venduto vino fino a quest’estate, sono stata anni in un ipermercato e ho venduto smalti e vernici.
Mi guarda, Ah, con quelle Agenzie Internali.
No, no: quasi sorrido. Riesco persino a sentire le iniziali maiuscole, da come pronuncia Agenzia Internali; no, no, erano lavori regolari.
Ha in mano una scatola, la apre sorridendo ottuso: io salto per aria. Ci sono, dentro, anguille vive. Sono piccole e scivolano l’una contro l’altra come treni in corsa in una stazione di testa, tipo Milano o Torino.

Che ci fai con quelle. Le uccido, mi risponde e gonfia il torace.
Poggia la scatola sul bancone ghiacciato, io mi avvicino. Non posso fare niente altro, i documenti di lavoro non sono ancora firmati, non posso né vendere né usare i coltelli, solo osservare. Sollevo il coperchio: un’anguilla alza la testa, mi guarda. Ha le orecchie come un cucciolo di cane e gli occhi neri cerchiati di argento, respira a fatica. Ma le vendete vive? Mi risponde, il collega: no, le strozziamo. Ride della sua battuta.

La giornata scivola senza che qualcuno chieda un’anguilla. Ogni tanto vado a controllarle, dò loro un po’ d’acqua per farle respirare, quella che mi aveva guardata spesso alza la testa come per salutarmi. Quando è orario di staccare passo la mano sulla scatola e dico loro ciao.

Esco dallo spogliatoio, veloce, per correre a casa a sfregarmi via l’odore di lavoro.
Per uscire si passa, in barba alla privacy e a tutte le normative possibili ed immaginabili, dallo spogliatoio maschile.
Lo strozzatore di anguille a mani nude è in slip bianchi, si osserva dall’alto del suo collo. Lo saluto, vado alla macchina.

29 Dicembre

# 1 L’Attacco

rovarsi all’improvviso senza lavoro è una spada di Damocle. Di solito il capello si spacca esattamente dopo aver fatto una spesa consistente: un nuovo computer, cambiato la televisione, il cappotto che se aspettavi i saldi lo pagavi la metà.
Carta o bancomat? Carta. Tlàk. Mi mette una firma. Eccerto che sì. Arrivederci e grazie. Eccome no.
Tra l’acquisto e l’addebito in banca dell’estratto conto passano mediamente quindici giorni, se hai lavorato d’intelligenza anche tre settimane.

In tre settimane accade di tutto.

Negli ultimi anni ho lavorato a contratto stagionale in una località turistica del nord Italia frequentata soprattutto da stranieri. Un lavoro eccezionale, se non per quella peculiarità che rovina ogni occupazione: il datore di lavoro. I rapporti si deteriorarono rapidamente con l’inserimento delle mogli dei soci della ditta. I Beatles sono vivi e Yoko Ono è tra di noi, sempre. Rimaneva però la certezza e la sicurezza che il contratto sarebbe stato rinnovato: mi credono tutti una persona spumeggiante, estroversa e parlo un inglese dalla pronuncia splendida. E chi m’ammazza, a me.
Mi ammazzarono, appunto, nel giro di tre settimane, poco dopo aver impiegato la liquidazione nel televisore nuovo, il computer d’ultima generazione e il cappotto che dalla vetrina mi diceva comprami, comprami. Yoko Ono, in un sussulto di vergogna, era in cucina a sistemare le tazze del caffè offertomi, mentre in salotto i miei ormai ex datori di lavoro adducevano come scusante al contratto saltato che avevano spese, cose da sistemare in famiglia e in più non ero loro simpatica. Colpo troppo basso e insopportabile, che qualcuno non mi apprezzasse. Presi il mio cappotto e me ne tornai a casa mia, dal mio pc e la mia tv ad aspettare l’estratto conto della carta di credito.

Ti prende un senso di incontrollabile, quando perdi il lavoro. Dentro, proprio, ti azzanna lo stomaco e non sai che fare. Ti immagini ovunque: a una scrivania, in un call centere, a pelar patate e lavare piatti in un ristorante alle due di notte, poi torni a casa in bicicletta, la pioggia che illumina l’asfalto, entri e lasci chiavi sulla mensola accanto alla porta, ti prepari un the mentre ti svesti e ti addormenti così, in mutande e maglietta della salute, al tavolo, la tazza che si raffredda e il cielo fuori che si aggiorna.

Una volta giorno, metto un maglione sopra la canottiera e un paio di jeans sugli slip e inizio a riparare i danni.
Significa iscriversi alle varie agenzie interinali. Ce ne sono molte in città: dalle più famose alle più improbabili.

Buongiorno, vorrei iscrivermi.
Sì prego; Sì si accomodi; Perché.
-perché?-
Qui c’è il mio curriculum, devo pagare l’iscrizione?
Oh, grazie, così copio; Assolutamente no; Ahum-uhm-ehm.
-eh?-
Vedo che ha molte esperienze disparate; Sicuramente abbiamo qualcosa per lei; Come mai l’hanno licenziata?

È a questo punto che una persona rinuncia, si arrende, passa dalla mediocrità di un’agenzia alla questua del curriculum offerto di porta in porta nei negozi, nei bar, aspetti il titolare, confidi nell’onestà della commessa, ti confondi tra i clienti e ti viene da piangere. Perché peggio di così ci son solo i turni negli ipermercati, servire nei fast food, finire in una macelleria oppure in una pescheria.

Il colloquio è durato pochissimo. La titolare è una donna sbrigativa e io debbo esser sbiancata parecchio dal puzzo di pesce, ma il mio sospetto è che lei sia più disperata di me nel trovare dipendenti.

Inizio domani alle sei.