| 31 Dicembre |
# 2 L’Inizio |

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eri sera per la tensione sono andata a dormire rimanendo sveglia. Fissavo il buio sui muri e mi chiedevo: ma io come faccio a resistere, che devo fare, come si fa, che farò. Io non sopporto lo sguardo dei pesci nel piatto: se mi portano l’orata o il branzino e loro mi guardano, così opachi, così lattiginosi, non riesco ad affondare la forchetta nella loro pancia e masticarli, mentre mi fissano. Il peggio, poi, viene coi gamberoni, con gli scampi: hanno occhi come pallini da schioppo, tondi, come grani di pepe, già han una faccia stupida, con un ricciolo di maionese per cappello mi è impossibile. Per me il pesce è un bastoncino, impanato, fritto. Al massimo è una scatoletta da aprire.
Mi sono addormentata, alla fin fine, con una serie di lattine da ottanta grammi di tonno pinna gialla che si scoperchiavano e lottavano con dei grissini fino all’ultima goccia d’olio.
Mi danno un grembiale. Bianco.
Un camice, bianco.
Una cuffietta bianca.
Mi indicano i guanti monouso in lattice bianchicci: mi vesto. Gli stivali andranno a recuperarli, devo tenere le scarpe antinfortunistiche che la titolare mi ha consigliato di portarmi dietro, durante il colloquio.
Nello spogliatoio c’è uno specchio: sembro un’infermiera in gita in un cantiere edile. Gli scarponcini sono scamosciati: so già che dovrò buttarli, poi.
La prima cosa che fanno è mettermi in mano una cialda per il caffè e indicarmi la macchinetta. Poi, il bagno dove chiudersi a fumare.
La cella piccola, le celle grandi, dove trovo i guanti da cambiare, le caramelle. Sai i nomi dei pesci? No. Sai usare le bilance? No. Hai mai lavorato in pescheria? No. Che lavori hai fatto?
Enotecara. Logistica. Tintometrista. Nell’ordine, discendente.
Guardo il tizio che mi ha fatto la domanda, vedo i peli sul suo braccio abbronzato ispidi come quandi ti radi l’inguine e il rasoio scivola troppo in là e dopo poco tempo ti ritrovi i pelucchi forare la trama delle mutandine.
Sono campione di bodibiuildin, mi dice lui.
Allora cambio l’elenco: ho venduto vino fino a quest’estate, sono stata anni in un ipermercato e ho venduto smalti e vernici.
Mi guarda, Ah, con quelle Agenzie Internali.
No, no: quasi sorrido. Riesco persino a sentire le iniziali maiuscole, da come pronuncia Agenzia Internali; no, no, erano lavori regolari.
Ha in mano una scatola, la apre sorridendo ottuso: io salto per aria. Ci sono, dentro, anguille vive. Sono piccole e scivolano l’una contro l’altra come treni in corsa in una stazione di testa, tipo Milano o Torino.
Che ci fai con quelle. Le uccido, mi risponde e gonfia il torace.
Poggia la scatola sul bancone ghiacciato, io mi avvicino. Non posso fare niente altro, i documenti di lavoro non sono ancora firmati, non posso né vendere né usare i coltelli, solo osservare. Sollevo il coperchio: un’anguilla alza la testa, mi guarda. Ha le orecchie come un cucciolo di cane e gli occhi neri cerchiati di argento, respira a fatica. Ma le vendete vive? Mi risponde, il collega: no, le strozziamo. Ride della sua battuta.
La giornata scivola senza che qualcuno chieda un’anguilla. Ogni tanto vado a controllarle, dò loro un po’ d’acqua per farle respirare, quella che mi aveva guardata spesso alza la testa come per salutarmi. Quando è orario di staccare passo la mano sulla scatola e dico loro ciao.
Esco dallo spogliatoio, veloce, per correre a casa a sfregarmi via l’odore di lavoro.
Per uscire si passa, in barba alla privacy e a tutte le normative possibili ed immaginabili, dallo spogliatoio maschile.
Lo strozzatore di anguille a mani nude è in slip bianchi, si osserva dall’alto del suo collo. Lo saluto, vado alla macchina.
rovarsi all’improvviso senza lavoro è una spada di Damocle. Di solito il capello si spacca esattamente dopo aver fatto una spesa consistente: un nuovo computer, cambiato la televisione, il cappotto che se aspettavi i saldi lo pagavi la metà.