Archive for Gennaio, 2008

18 Gennaio

# 08 Oggi cucino io

Mi invento le ricette. Dopo mi chiedo se io sia scema o che, ma chiacchero, dico, faccio. Invento le ricette. Lo scorso sabato ho detto a una tizia di fare una dadolata di verdure, toglierla dalla pentola, mettere zafferano, passarci le cappesante, unire le verdure, riempire le conchiglie. Non l’ho più vista fino a oggi: è entrata sfaldando l’aria attraverso le porte automatiche. Io mi son sentita idiota. E spaventata. Metti che le ho fatto fare una figura pessima con degli ospiti. Metti che son stati male. Metti che sua suocera è finita all’ospedale. No, in questo caso sorriderebbe.

“Ah, lei!”
“Eh, sì. Buongiorno”.
“Stasera ho gente. Che mi dà“.

Ah. Inventati ora qualcosa, genio. Libra la fantasia, fai volare le dita sulle pentole, solleva i coperchi, il vapore che ti scalda la faccia.

“Polpi?”
Storce la faccia.
“Ripieni”.
Mi fissa. È in assetto da guerra.
“Impasta del merluzzo e delle cappesante. E un po’ di tonno. Dei piselli. Riempe la testa, mette in teglia, peperoncino, olio, concentrato di pomodoro”.
Non ribatte. Dài.
“Spruzzata di vino, buono, eh, non scadente”.
“E un’orata al sale?”
Tocca a me, è la mia mano. Un’orata? Una banalissima orata? Almeno facciamo una pallottola di pan grattuggiato, olio, capperi, peperoncino, mettiamolo nella pancia del pesce, cartoccio, venti minuti a centottanta gradi, però, che noia. Aprire il forno e controllare, ma che noia, l’ennesima orata, non siamo più nella Milano da bere dove il branzino al sale era il massimo del soldo da spendere.
“Oppure salmone”.
Dio, iddìo, salmone. Bombato, gonfiato, spinoso, dolciastro, grasso, basta vi prego, avete fatto migliaia di pranzi col salmone, fresco e affumicato, la fettina di limone e l’aneto, per favore, son stufa di pigliarli con le dita dietro il naso, sbatterli sul pianale, tagliare le pinnette e tranciare fino al culo e filettare fino alla coda.
Solleva un sopracciglio. Il fondo tinta le si arriccia attorno al rossetto. Sillaba: “Rom-bo”.
Oh, ecco, qui ti volevo. Qui tiri fuori le unghie. Non una sogliolina del cazzo, no, rombo, alto, spesso, ti taglio la testa, ti levo gli intestini, dài, al forno, aspetti che la pelle si raggrinzisca, un letto di patate, due foglioline di salvia, non me lo rovinare con olio meridionale, ti prego, ligure, per il pesce delicato ci va il taggiasco, ti prego, ti prego, il rombo, olio di Andora, ti prego, dài, ti pre
“Prendo due chili di polpi. Belli. La testa la svuota lei”.

11 Gennaio

# 07 Carmina Burana

A fatica, schivando le porte automatiche, entra spingendo un carrozzino doppio con su due gemelli.
Capelli rossi lei, ha molti braccialetti ai polsi, è vestita di lino color panna.
Capelli rossi i bambini, han su una felpa blu uguale entrambi, jeans, scarpette rosse di marca con le suole immacolate ai piedini. Anche lei ha snikers di marca, color crema. Sulla pelle delle clavicole che si intravede dalla camicetta aperta ha lentiggini. È molto, molto bella.
Entrano con i bambini arrampicati al collo. Stanchi: sia i figli che i genitori. Attraverso le gambine che si agitano, le manine che non stanno ferme, si vedono maglie con marchi di discount sportivi. Il padre porta scarpe antinfortunistiche, ha le dita screpolate e con nero che si è fissato nella pelle a ragnatela. La madre è terribilmente scialba e brutta. Ha il sedere sformato, i capelli bruni sporchi.

Affiancati, tutti e sette, sembrano una pubblicità sociale.
Prima e dopo la cura, ottenuto o no il prestito alla finanziaria,  sciare a Bardo oppure no.

La rossa indica con un dito il palombo fresco, solleva un sopracciglio: ha le spine? È fresco? (È pescato? È un pesce?)
La bruna vuole dei cefali. Solleva la faccia: mi dà quelli piccoli? È fresco? (È pescato? È un pesce?)

Rieduchescional Sciannel. 

Mustelus mustelus. Diamo a bambini con capelli arancioni il cugino atlantico dello squalo che trancia gambe a surfisti australiani. Impaniamo il parente stretto della prionace glauca per cui ci indignamo quando gli asiatici la pescano, le tagliano la pinna per spedirla a ristoranti seinen da quaranta euro al piatto.
Mugil cephalus. Vive nella spazzatura. Negli angiporti. Negli scarichi a mare delle fognature. La sua pelle compatta odora di idrocarburi. Lo facciamo spesso bollito, per i bambini arrampicati al nostro collo, e schiumiamo via dalla pentola chiazze giallastre oleose dall’acqua che sobbolle.

Il coltello dalla parte del manico è sempre di chi non ti dice cosa.
Eccetto quando per sbaglio vedi un documentario, che svela l’incredibile verità: il palombo è squalo, mangiamo lo squalo, al ristorante invece dello spada ci danno la verdesca che è uno squalo, probabilmente siam venuti su a bastoncini di squalo. Senza contare il mercurio. Oppure ti mostrano dove vive il cefalo: te lo immagini che sguazzi nel blu più profondo, felice, si faccia inseguire dallo squalo, gli sfugga. Invece nei bacini di riparazione, dove attraccano a secco le navi per costruirle o ripararne lo scafo, quando aprono le chiuse e l’acqua defluisce sul pavimento rimangono quintali di cefali che si agitano, muoiono, improvvisamente privati del mercurio, del petrolio, della spazzatura del bacino ormai prosciugato. E li tirano su e li vendono.
Siamo una generazione con geneticamente inserito nel cervello: dududududududududuuuuuuuududududududu e che si mette termometri nel culo.

10 Gennaio

# 06 di-s-cordanze

Una volta a casa, stasera, mi accorgo che non mi ricordo del tutto di oggi, in negozio.
Non ricordo ogni pesce che ho venduto, quello che ho preso nella cella di carico, ogni cliente entrato e uscito dalle porte scorrevoli, se ho sbagliato conti, se ho sorriso male a qualche vecchia.

Quando, anni e anni fa, ebbi l’esaurimento nervoso, scoprii la gioia del non ricordare. Non dimenticare, che implica disattenzione, cattiveria. Proprio non ricordare. Non ricordare di una camicia comperata e scoprirla nell’armadio assieme ad altri abiti non indossati. Non ricordare la trama di un libro, e rileggerlo. Non ricordare una persona, e reincontrarla.

L’esaurimento nervoso, non curato, forse per dimenticanza, portò velocemente alla bulimia e a una serie di anni in cui vivere veloce era la regola, assieme al jeans rigorosamente levi’s, la camicia ralph lauren e l’anfibio morbido da anni di uso. Velocemente quanto le taglie che si rimpicciolivano.
Ho un buon ricordo della bulimia, tolti l’odore di vomito, la pelle gialla, l’aria emanciata e i crampi allo stomaco anche a succhiare una caramella. Culo piccolo, coscia da chiudere nel palmo della mano, stomaco incavato, clavicola contro la spallina del reggiseno: esteticamente, molto bello.

La dimenticanza, di per sé, è bella, ottima. Aiuta. Lima. Seleziona. Toglie ciò che dimentichi, lasciando quel che non sarà scordato. Difficile dimenticare cosa è bello ricordare. Impossibile resistere all’emozione di ricordare all’improvviso cosa è stato dimenticato.

Ricordo che stamattina, verso le dieci, una signora che viene sempre di sabato con la propria badante ha dimenticato di prendere il sacchetto; la badante è una ragazza dell’est con un seno pesante e una bella pelle del viso, molto giovane, con uno sguardo cattivo. L’anziana ha scelto le cose per sé: del palombo scongelato, due filetti di sogliola. La badante ha aggiunto dei polpi freschi e un’orata da circa un chilogrammo. Non si sa chi li mangerà: di certo non la vecchia, sulla sedia a rotelle e con la bombola e le cannule al naso per l’ossigeno.
Al banco diamo il pre-scontrino, il cliente paga e poi ritira la spesa: le due hanno pagato e sono uscite, dimenticandosi al banco i sacchetti.

Probabile che appena tornate a casa si siano ricordate della dimenticanza.
Magari per il pranzo ora in ritardo sulla tabella di marcia della giornata, più semplicemente segnando su un taccuino le uscite in una contabilità spicciola di famiglia.

La ragazza è tornata di corsa circa un’ora dopo, affannata, il seno grosso che ballava nella maglia aderente, il sedere pronto ad allargarsi alla prima gravidanza. Un fisico per nulla adatto a sopportare sei anni di bulimia, cederebbe immediatamente a smagliature e avambracci cascanti. Allo sguardo cattivo s’era aggiunto un sorriso schifoso, di difesa, lei straniera a reclamare quanto di sua proprietà, i polpi e l’orata e la sogliola e il palombo, contro noi indigeni pronti a dirle che il sacchetto era stato ritirato e che si sbagliava, voleva fare la furba forse?

Come è entrata le ho sporto la spesa dimenticata. Lei s’è ricordata di sorridere come il suo ruolo richiede. Poi è corsa via, magari sperando di essersi scordata di cambiare la bombola d’ossigeno all’anziana signora.

10 Gennaio

# 05 Tempi di Conversazione

Il dente che mi si ruppe esattamente ventidue anni e un mese fa, riparato di corsa, è definitivamente saltato.
È venuta via la capsula, oppure il corpo, la massa, il tutto, così, semplicemente, neanche addentando del torrone oppure sgranocchiando una costata alla fiorentina. No, assieme a un biscotto ammollato nel the. Persino ridicolo, da non raccontare troppo in giro.
Guardo i denti dei pesci. Sono aguzzi.
I pesci hanno denti aguzzi.
Una signora mi chiede come cucinare gli anelli di calamaro.
Se può congelarli.
Certo, rispondo.
Noi lo facciamo tutti i giorni, li congeliamo e scongeliamo e ricongeliamo, non vedo perché non dovrebbe farlo lei, signora.
Mi si ruppe il molare, improvvisamente. Non ricordo di aver sentito male. Ricordo di aver avuto male di sentir dolore. Passo la lingua sul piccolo spuntone lasciato dal molare devitalizzato, tagliandomi,  sento il sapore del sangue in bocca.

10 Gennaio

# 04 Di Preconsiderazioni

Oggi, è la prima giornata di riposo che faccio: frammezzo il sonno e l’accumulo di polvere sui mobili stirando i vestiti da lavoro.
Ho capito in fretta, in una settimana, che la differenza tra me ancora senza la mia prima busta paga e gli altri, che legalmente non sarebbero neanche più tenuti a conservarle, ormai cadute in prescrizione, è la pulizia.
Ogni giorno cambio la maglia, i pantaloni ogni due, il camice anche. La cuffietta m’è durata tutta la settimana, lavo con la canna dell’acqua gli schizzi di sangue dagli stivali e il grembiale incerato.
Invece c’è chi indossa la stessa felpa e gli stessi jeans da quando sono arrivata. Alcuni camici potrebbero camminare da soli, marionette nel freddo delle celle. Gli operai hanno tute a salopette incrostate.
Eppure tutti sono persone pulite, non hanno addosso sporcizia da vita, è solo una sequenza casuale di macchie lavorative.
Io, non so se per una sorta di rifiuto, se scopro uno sbaffo di viscere sulla manica sinistra la arrotolo.
Mi integro nell’organigramma nascondendo ai clienti la realtà: questi animali, che siamo abituati a vedere in bastoncini sbiancati e impanati, hanno sangue. E c’è chi aveva mangiato, c’è chi no, c’è quello con in bocca ancora una piccola acciuga infilata oscenamente, la coda storta in una disperata retromarcia.
Comprendo che voler essere pulita è una sorta di ascetismo, di distacco, di freddo. Ma ogni giorno che passa lo sporco diventa affiliazione, una medaglia al valore. Il valore di raccogliere da terra una testa di salmone che mi sorride, come a chiedermi cosa ci faccia lì, mezza pancia a tronchetti, l’altra mezza in filetti, la testa in terra, scivolata via dal cassone dei rifiuti.
Sabato ho preso un box di polistirolo, l’ho poggiato sul bancone.
Senza rumore dalla parete della scatola è salita una chela: ci sono tre granchi, uno è ancora vivo.
Lo osservo.
Il granchio si ritrae il più veloce che può, forse terrorizzato dal vedere il mio camice: è lurido.

6 Gennaio

# 3 L’Incomincio

irmo il contratto. Ricevo il badge. Faccio il giro dell’azienda.
Qui le celle, questa la -01°, dove posso entrare senza problemi. Queste le -20°, mi è proibito andarci da sola, soprattutto senza qualcosa addosso che sia più del gilet di pile che indosso sotto il camice.
Al piano inferiore le macchine di battitura e salatura dei molluschi, la friggitoria, le vecchie vasche per gli astici vivi e per le anguille. Sono enormi, delle piscine da gran villa, solo profonde circa quaranta centimetri.
Il garage dove accatastano legna, gli spogliatoi, i locali caldaia. Mentre giriamo incontro i vari dipendenti: ci si saluta, ci si presenta.
Io ho fame, ho voglia di una sigaretta, mi scappa la pipì e sento un freddo spaventoso: ricordo in un attimo quando fu l’ultima volta che provai un gelo del genere. I miei affittavano una cascina nel Monferrato, era senza riscaldamento e d’inverno quando la stufa e il camino avevano appena cominciato a smuovere il ghiaccio dai muri era ora di tornare in città. Il freddo non era solo attorno: era nei vestiti, nei materassi, nel cibo che anche se caldo non riusciva a scaldarti, anzi.
Il giro termina, torniamo in negozio, vado in bagno. Mi accendo una sigaretta mentre sollevo il grembiule, sbottono il camice, tento di abbassare i pantaloni: praticamente non vedo cosa sto facendo e il grembiale mi si arriccia tutto davanti alla faccia, c’è una strisciata di viscere ittiche, raccattata chissà strusciando dove e contro cosa, a pochi centimetri dal naso. Mi fermo, prendo un respiro, tenendo la sigaretta in equilibrio tra le labbra finalmente posso abbassarmi i pantaloni: mi giro a guardare la tazza del water e la sigaretta mi cade dalla bocca.
Non è che sia sporca, è frequentata da uomini. Il che significa carta igienica finita, tavoletta alzata, mira sbagliata a far la pipì e un pelo pubico lungo come un capello, circa sei - otto centimetri. Non ci posso credere. I miei capelli son più corti di quel pelo. Mi rivesto veloce senza fare niente, raccatto la sigaretta e la butto nel cesso; la vescica mi si è ridotta a una pallina da golf congelata, ci penserò una volta a casa mia.