Archive for Febbraio, 2008
Oggi non è un buon giorno per andare a lavorare. Sono quelle mattine in cui alzarsi dal letto prevede uno sforzo fisico tale da soffrirne al solo pensiero. Apro gli occhi e li chiudo. Li riapro. Un coltello mi si pianta tra le costole.
Uno dei miei compiti è arrotare i coltelli. Non mi è stato affidato in forma ufficiale, ma mi piace, lo faccio volentieri e quindi è normale sia io ad affilarli. Arrivo molto presto in negozio, il ghiaccio è già disteso, accendo solo i faretti sul banco, infilo i guanti di cotonina e poi quelli monouso, sopra. Due paia. Prendo i coltelli e vado all’arrotino.
È una macchina composta da un motore che fa girare due dischi diamantati uno contro l’altro, con un minimo spessore in cui infilare la lama. Frrrrrrrrrrrr. Frrrrrrrrrr. Tutti, li affilo. Frrrrrrrr. Frrrrrrr.
E. entra nella stanza silenziosa, resta a guardarmi.
Mi chiede: ma ti piacciono così tanto?
Sì, le rispondo, mi piacciono. Non tradiscono i coltelli. Sai che se sbagli, con loro, ti farai male.
Io ho il terrore che si spezzi la lama e mi salti in faccia, mi dice.
Sì, potrebbe spezzarsi, la lama, capovolgersi verso l’alto rotolando nell’aria quasi a colpire le mattonelle, tornare giù come un sibilo a rincorrere qualunque cosa sia penetrabile e da ferire per poter avere schizzi di sangue a zampillare ovunque.
Potrebbe.
Ma io so affilare i coltelli.
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Ho la febbre.
Me la sento.
Ho la febbre.
Stanotte ho dormito esattamente dalle 02:25 a.m. alle 03:35 a.m. e dalle 05:54 a.m. alle 06:27 a.m.
Ho la febbre, lo so che ce l’ho.
Ho i brividi, ho freddo, sento gli occhi che si annaquano, ho la febbre.
Per la prima volta aiuto a mettere il ghiaccio sul bancone.
M. deve seguire alcuni ristoratori che fan la spesa per le loro cucine.
Lo aiuto.
Impugno la pala con tutte e due le mani.
La affondo tra il ghiaccio nella nave.
Tiro su.
Lancio sul banco.
Presso col dorso della pala.
Ho la febbre, cazzo.
Quanto sarà? 37, 2? 38,6? Ho dormito esattamente un’ora e quarantatrè minuti, questa notte. Forse avevo già la febbre. Aiuto a fare il ghiaccio del bancone.
Sono arrivata prima del mio orario di lavoro.
Non avevo sonno stanotte, ho la febbre.
Come vado?
Benissimo, da oggi te lo ghiacci tu.
Ho la febbre e sono una cogliona.
Prendo i pallets, li porto in negozio.
Lascio la nave vuota dal ghiaccio per i cartoni e le cassette da buttare.
E. mi prende in giro, come mai così attiva?
Ho la febbre e non ho dormito.
In venti minuti ho già sistemato tutto quel che dovevo mettere in esposizione.
Lavo il banco delle cozze.
Non dovrei toccare l’acqua.
Se ho la febbre, non dovrei stare nel ghiaccio.
Però ho sonno e forse ho anche la febbre, F. mi tocca la fronte, ci appoggia le labbra, sì, sei calda.
Ma io ho freddo, veramente.
Ho gelo, qui, senti?
Alle 10:38 a.m. mi slaccio il grembiale, tolgo la cuffietta, butto i guanti monouso.
Osservo il talco rappreso sulle mie dita.
Ascolto i miei colleghi che da due ore mi incitano a tornarmene a casa.
Ho la febbre e sonno.
Dormo.
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Ci proibiscono di fumare nei locali della ditta.
Tutto tappezzato di cartelli, devono aver speso più per comprarli di quanto mi fumi io in un mese.
Prima, ci si chiudeva nel nostro Ufficio, cioè in bagno, bene attenti a guardare fuori dalla finestra senza mostrarsi, lo sguardo lontano dalla tazza del water. Dove un giorno ho trovato un pelo pubico, sul bordo del cesso, lungo come i miei capelli. Mi è andata di traverso la sigaretta e bloccata la vescica. Mi son ripromessa che no, come un tossico al buco sulla caviglia no, dignità, avere rispetto di sé, fumare è un piacere, un dolce morire, non può essere che uno debba gustarsi la nicotina mischia al caffè sulla lingua di fronte a uno spettacolo simile, una tristezza da cesso di stazione.
Resistitetti due ore. Molto, considerando che la mia scimmia varia dai dieci ai venti minuti, dopodiché se non fumo inizio a picchiare anziani e donne incinte. E se non li trovo piglio a calci bambini. Tornai in bagno a fumare, dicendomi che abbiamo paura di ciò che non conosciamo. Quindi, battezzai il pelo Lea e ora di spegnere il mozzicone discutevamo animatamente di prezzi nei supermercati.
Da oggi è proibito fumare in tutti i locali e anche all’esterno.
Il capocommesso assume una maschera di guerra spartana. Smoccola regole dibattute a tavoli sindacali con forza e pugno di ferro, intransigente e inamovibile.
Io e gli altri fumatori ci nascondiamo dietro la sua schiena, annuiamo quando cita il ‘68, il ‘77 e anche l’80
-qualcuno gli dica che nell’80 ce lo siamo preso nel cu..stai zitto che va alla grande-
spalanchiamo gli occhi mentre associa il nostro stato di appestati che mantengono l’Italia
-ma questa roba non la dicono verso Pontida? Statti zitto e annuisci-
alle caste in lotta gandhiane, alla Birmania libera e che ne ferirà uno per colpirne cento
-non ho capito bene… Zitto e dì di sì-.
Io ho le idee confuse, soprattutto su che maglietta di sostegno morale indossare il giorno dopo.
“Il veterinario ha trovato dei mozziconi in giro e mi ha fatto la multa, quindi se becco qualcuno fumare lo inculo a sangue e poi lo licenzio, ci siamo capiti?”
Dopo nove ore di lavoro, mi accendo la prima sigaretta della giornata.
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Mi faccio servire dalla signorina.
Ci guardiamo attorno, per capire chi sia la signorina: alla fine gli sguardi convergono su me, pure il mio. In fondo in fondo l’ha detto fissando la mia schiena, si è ritratto contro il muro per lasciar passare gli altri clienti.
Arrossisco. Il capocommesso mi sorride, anzi, ridacchia.
Non so se lo facciano apposta, ma i clienti che sto seguendo si inventano di tutto per trattenermi. Ma lui aspetta lo stesso.
Signorina. Io ho quasi trentasei anni. Ho avuto un cedimento l’anno scorso, quando una mattina mi son svegliata e ho detto alla tizia oh, bella, ciao. Avevo scoperto un capello bianco e i pantaloni stracciati e gli anfibi mi erano sembrati inadeguati.
Signorina. Certo, non porto la fede al’anulare. Non la porto da anni. Invidio quelle vedove che han la doppia fede al dito, oppure se la tengono appesa a una catenina. Avere addosso una cosa di un morto, forse mi farebbe senso. Ho tolto la fede anni fa, quando al mescolatore rischiai di lasciarci mezza mano: stavo colorando una latta di idropittura, una reggetta era finita nella vernice, l’albero del mescolatore l’aveva agganciata, avevo cercato di toglierla -il tutto senza spegnere il macchinario, come al solito, fare le cose sempre e comunque come un muratore in bilico su una putrella con un sacco di malta sulla spalla e due buglioli di mattonacei a equilibrare, io- e la reggetta aveva preso l’anello di fidanzamento. E la mia mano. E pure me, che urlavo come un porco scannato, un abbacchio sotto Pasqua, un’anguilla dalle parti di Comacchio.
Da quel giorno arrivavo al lavoro, levavo gli anelli, finivo il lavoro, rimettevo gli anelli.
Ma io sono una persona smemorata, dimentico cosa ho mangiato il giorno prima. Ricordo persone incontrate e fatti avvenuti anni prima, ma ho una memoria a corto termine, appunto, corta.
Toglievo gli anelli e puntualmente la sera me li dimenticavo sulla scrivania.
Quindi via gli anelli. amore mio, non sarà un anello non messo a separarci, vedila in un’ottica pratica: non avrai bisogno di regalarmene.
Signorina: io sono sposata. La fede l’ho tenuta forse due anni. Non di più. Mi si gonfiavano le dita. Oppure dimagrivo troppo e mi scivolava via. Soprattutto, molti uomini che conoscevo correvano con gli occhi alla mia mano sinistra e ne trovavano addirittura due, di fedi. Vedova? Bigama? No, questa è la fede di mia madre. Sai, un ricordo, bla bla, no non è morta, bla bla, sì del suo primo matrimonio con mio padre, bla bla. Il tempo di spiegare tutto che il momento in cui i nostri occhi si agganciavano passava.
Allora la tolsi.
Non metti più la fede?
Eh, patisco di circolazione.
In che senso?
Non lo so, ma ho la circolazione del sangue che patisce.
Signorina un corno. Guardami, non sono una ragazzetta di vent’anni. No, non ti farò rizzare il rizzabile con la novità, l’ingenuità. Sono guai, io. Non ci credi? Peggio per te, che ti appoggi al muro e mi segui con gli occhi ovunque io mi sposti lungo il bancone. Li vedi i sorrisi esagerati al cliente che sto servendo? Ti accorgi dei miei occhi che brillano fin troppo?
Signorina, auguri. Di cosa, gli ho chiesto. È arrivato il suo turno. È San Valentino, mi ha risposto. Echissenefrega, ho replicato.
Dopo quattro giorni mi ricordo, all’improvviso, che gli ho detto proprio così: chissenefrega che sia san valentino. E mi accorgo che io non l’ho festeggiato, non in modo canonico. Che quattro giorni fa me lo hanno rubato, il san valentino. Niente anelli che non indosserò, niente sorrisi che custodirò. Echissenefrega.
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Il cellulare non è ammesso. Se lo nasconde addosso, nelle tasche, ovunque non arrivi l’acqua della canna o un pezzo d’intestino di pesce e non sbatta dappertutto, si mette sotto la videocamera e controlla. Nessun messaggio. Nessuna chiamata.
Il cliente entra, mi sorride, è quello con cui mi sono sposata, ho fatto un figlio e viaggiato sulla sua Hornet: ci siamo lasciati senza pretendere, anzi, io volevo tenesse la casa al mare, lui che io mi stabilissi nell’attico in centro storico. Abbiamo avuto un matrimonio e un divorzio bellissimi per il tempo della battitura di uno scontrino.
Lei piange dietro gli occhiali, ha litigato col suo ragazzo. Ha gli occhi rossi e si fa raccontare di cerimonie di nozze. Sembra triste e affamata di particolari, si riprende un po’, non crede quando le consigliamo di non farlo.
Prende sei spiedini. Mi sorride. Anche a esagerare più di tre da solo non può mangiarne. Sicché stasera pesce, chiedo allusiva.
Lei piange, dietro di me, il suo telefonino è come morto, sento alle mie spalle le sue lacrime scendere sulle sue guance, dentro ha male e caldo, io sorrido al cliente fredda, altro?
Preparo gli spiedini, lo guardo, è così uguale di viso a un altro lui, così diverso, così tanti anni.
Si è sposato, ora, mi guarda e mi chiede con gli occhi di essere la quarta lettera dell’alfabeto.
Gamberetto, seppiolina, spada, seppiolina, salmone, seppiolina, tonno, seppiolina. La quinta? Gamberetto.
L’altro era sentirsi dire con allegria sensuale che c’era Tizia, e poi Caia che sapeva di Tizia, Sempronia che sapeva di Tizia e Caia e poi tu, che sapevi di tutte e a prenotare uno scompartimento ti facevano lo sconto sul biglietto del treno. Rideva lui, ti raccontava cosa piaceva a ciascuna, cosa facevano, quale momento ridicolo passato assieme. E tu ad ascoltare, a contare, a far casino coi nomi, era Tizia che lo prendeva a frustate oppure Sempronia che camminava ai piedi del letto, carponi?
Dice che l’ha visto in giro coi suoi amici e le aveva detto che restava a casa col mal di testa.
Due orate. Mi sorride.
Ma io ti amo così tanto che non ti arrabbi delle altre e mi ascolti.
Non mi telefona e non mi manda neanche un messaggino.
Ma a lei piace il, il, il pesce?
E sei la summa di tutte loro e mi ascolti.
Non mi ascolta quando parlo.
Ascolti, quanto me ne dà per una cenetta a due romantica?
Mi ascolti e ti sento.
Senti, io mi sento male.
Senta signora, o signorina?
Senti, ascoltami bene, se non lo lasci lo sposi. Decidi tu.
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Determinazioni: che tempo che fa, fa freddo, in alto nevica.
Considerazioni: se continua così farà freddo, nevicherà in alto.
Aprovazioni: che bel freddo che fa, speriamo nevichi così vado a sciare.
Privazioni: preferisco il caldo, se nevica non posso andare al mare.
Dotazioni: con ’sto freddo tiro fuori il giubbotto pesante, se nevica i doposci.
Dissertazioni: nel duemilacinque faceva più freddo, la nevicata dell’ottantacinque è stata incredibile.
Azioni: infilo le mani nel ghiaccio del bancone, una scaglia di cristalli mi va sotto il guanto monouso, sento freddo sul polso destro.
Le porte basculanti si aprono, vuoi un caffè? mi chiede. Sì, rispondo. Prendo il pacchetto da due cialde, parliamo. Apro la confezione, una cialda, infilare nella fessura, spingere, tla-clàck, veloce il bicchierino, versare lo zucchero mentre scende il caffè, aprire bustina della paletta per mescolare. Tieni. Seconda cialda, ta-tlàck, zucchero, paletta, grazie.
Parliamo del più e del meno, del freddo, se ha nevicato in montagna. A uscire fuori, sulla ribalta di scarico, dietro gli altri capannoni si vedono cime innevate e pulite, con un cielo dietro che a seconda del tempo è azzurro o nuvolo. Chiudo gli occhi per sentire meglio il caldo nello stomaco, mentre il caffè mi scende giù. Critichiamo i servizi di viabilità locali quando nevica, le dico che a Torino è bellissimo le prime ore della giornata, senti solo i rumori degli spazzaneve che fanno un rumore ovattato lungo i viali, i corsi bianchi. La vedo trincerarsi dietro la vergogna di essere nata e vivere in una piccola cittadina di provincia, dove nulla succede all’apparenza, e tutto accade nella realtà. Io ci marcio, su ’sta cosa, di venire da una grande città, di avere le basi per disprezzare una piccola, vedere le sue piccolezze, ridere del suo entusiasmo per una strada nuova o l’apertura di un bar in centro. Io posso osservare con spregio la corsa a vestirsi all’ultima moda della zona, quando nei miei luoghi essere alla moda è non seguirne alcuna. Lei, al massimo, può spalancare gli occhi e sentirsi ghettizzata, tatuarsi su un braccio la sigla della provincia da dove arriva.
Dal corridoio sentiamo criticarci ad alta voce, dicono che è comoda prendersi la pausa caffè quando ci va, in fondo il negozio è dei belli, mentre nelle retrovie stanno i brutti. La guardo, scuoto la testa. Un posto di lavoro è molti microcosmi in lotta tra loro per la visibilità maggiore nel macrocosmo. È una guerra continua di dispetti e dominanze, di mettere in luce o denigrare agli occhi di chi regge tutta la struttura. Se il reggente è umorale e volubile, a rotazione i vari microcosmi scendono o salgono in classifica in un’altalena continua di mobbing o premiazioni. Noi cadiamo in basso alle ultime posizioni, affoghiamo rapidamente nei granelli di zucchero sciolti nel fondo di caffè mentre veniamo sgridate ché ci sono clienti in negozio mentre ci facciamo una pausa a chiacchierare.
Buttiamo via i bicchierini vuoti, torniamo al banco. Serviamo le due clienti: sono vestite uguali, all’ultima moda da queste parti.
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