Archive for Marzo, 2008
La vita, l’amore, le vacche, anzi no: i pinguini.
Pinguini che corrono. Pinguini che cacciano. Pinguini che mangiano, pinguini che si corteggiano, pinguini che fanno l’amore.
Pinguini che covano l’uovo, pinguini che nutrono, pinguini che proteggono.
Pinguini che ballano con l’aringa, pinguini che osservano il tramonto ogni sei mesi, pinguini che si rincorrono sul ghiaccio.
Pinguini che si ammalano, pinguini assaltati, pinguini che muoiono.
Pinguini, pinguini, pinguini ovunque.
Oggi han messo in funzione il televisore a 42 pollici in negozio. Per intrattenere i clienti. Qualcosa di allegro, mi dicono. Qualcosa che distragga, diverta, faccia passare il tempo dell’attesa per essere serviti.
Sollevo lo sguardo mentre pulisco dei calamari freschi argentini. Alle mie spalle circa trenta persone trattengono all’unisono il respiro. Un bambino sembra sul punto di piangere.
C’è una scena con una tempesta di ghiaccio grazie alla quale almeno un miliardo di pinguini muore di freddo.
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Parliamo delle scelte che ognuno, in quanto soggetto democraticamente civile, può fare nella propria vita.
Uno può scegliere che tipo di macchina acquistare, che giacca indossare d’inverno, cosa mangiare a cena stasera.
Stasera, dice la moglie al marito al telefono, chiamandolo verso le ore quindici mentre lui sta prendendo il caffè con la collega pettoruta e sogno segreto di molti colleghi maschi, stasera quasi quasi ti faccio un bel branzino al sale. Bene, risponde il marito, gli occhi sulla camicetta della collega la quale ci gode di questo suo potere, questo portar via l’attenzione degli uomini dalle loro compagne. Sì, ma mi ascolti? Allora, va in pescheria e prendi un bel branzino, non dimenticarti anche il sale grosso ché l’ho terminato.
Il marito ha opzioni: dire che il branzino al sale gli fa schifo, asserire che non avrà tempo di passare a comperarlo perché avrà da rivedere alcuni lavori con la collega, confermare che appena timbrato correrà in pescheria a prendere la miglior spigola prodotta dalla eugenetica ittica. Tra queste, vorrebbe scegliere la seconda: la collega, coi suoi capelli lisci, neri e lucenti e quell’accento così provocante, un misto tra il nord e il centro Italia, così morbido nonché la sua camicetta che potrebbe saltare in una cascata di bottoncini che si spargono per tutto l’ufficio in un ticchettìo eccitante e pericoloso per la sua sanità ormonale, la gonna al ginocchio stretta a mostrare la zip sul fianco, i collant neri che si immergono nelle scarpe con il tacco quadrato di circa sette centimetri, né volgare né anonimo; una scelta splendida, un’alternativa a un branzino incrostato di sale economico preso dal tabaccaio.
Ovviamente il marito sceglierà di venire da me a prendere il pesce e avrà uno sguardo triste e rassegnato.
Mia madre mi ha chiamato, ieri sera. Che cosa cucini per Pasqua? Nulla, mamma, tu? Coniglio.
Io quasi svengo al solo pensarci, non lo mangio da decenni. Il mio coniglio si chiamava Adelmo, era piccolo, nero e con una macchia bianca intorno al naso rosa. Gli dicevo: salta! E lui saltava, sui zampini posteriori, gli anteriori uniti a quasi pregare di giocare con lui il più possibile. Adelmo finì in un recinto nell’agriturismo dove portavo gli animali selvatici che spesso arrivavano nel giardino dei miei, che abitano in aperta campagna -eccetto il cinghiale che un mattino di primavera, intorno alle cinque, brucava felice le petunie e le margherite di mia madre. Adelmo credo sia stato felice di correre in mezzo ai fagiani, i gatti, le galline, le pecore, le oche.
Il marito mi dice, mentre gli eviscero il branzino: sapesse che costi l’abbacchio, quest’anno, per Pasqua.
Davvero? Io non mangio l’agnello, mi viene il vomito al solo pensiero.
Avete del sale grosso? sembra ricordarsi all’ultimo di chiedermi.
No, ma qui di fianco c’è un tabacchino, lo comperi lì.
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Dopo alcuni giorni di riposo passo in negozio a salutare i miei colleghi. Perché non entrare a salutare. Perché no. No. Non si dovrebbe fare. Ma lo faccio lo stesso anche se. Se sei in riposo, oppure ferie non dovresti farti vedere. Non devi mischiare il riposo col lavoro. I tuoi colleghi lavorano. Tu no.
Passo dall’ingrosso. M., bellissimo, alto, svetta nella sua pettorina rossa cogli stivali gialli. Raccoglie da terra dei pezzi di nylon, raddrizzandosi mi vede e mi sorride. Di fianco a lui C. appare come un aborto: basso, grassoccio, la barba sfatta, i denti mancanti, lo sguardo bovino. Eppure una nostra cliente è innamorata pazza di C., del suo accento montanaro incomprensibile, delle sue mani luride con cui al bancone raccoglie i pesci, senza guanti, provocando conati di vomito nelle clienti più sensibili. M. si sbraccia, mi urla di bere un caffè assieme: gli rispondo che magari dopo, prima saluto in negozio.
Al banco i miei colleghi trotterellano da un capo all’altro con in mano pacchetti, sacchetti. L’odore mi prende, è diverso quando anche io ho il camice e la cuffietta bianchi: come se il tessuto facesse da scudo, o da spugna. E fa freddo. Mi sento a disagio, non mi sento parte di loro. Vuoi il caffè? No, grazie, magari dopo.
Dopo quando? Quando sarò a casa, a farmelo con la mia bellissima macchina espresso? Seduta sul divano a guardare il mio giubbotto che avrà interagito colla puzza del negozio? In fondo io non lo voglio quel caffè, è pure cattivo, viene giù bruciato ed è anche caro come il fuoco; in più devi bertelo in piedi, veloce e con lo zucchero che non sa di niente.
Lo zucchero viene imbustato a Nizza Monferrato, come quasi tutto lo zucchero in bustina presente in Italia. Mauro lavorava lì. O ci lavora ancora, non lo so. Mauro aveva quanti anni più di me? Cinque, mi sembra, o sei, e un impianto stereo decente nonché una buona collezione di dischi. Mauro era bruttissimo, una cosa indescrivibile: per imprinting raramente un uomo molto bello mi avrebbe attratta in seguito. Mauro fu il mio primo amore ed ebbe la sfortuna di rischiare calci nel sedere da Nizza ad Asti se mai avesse fatto tanto di dichiararsi. Ero troppo piccola. Non avevo neanche finito la seconda media. Quando comperai la mia prima gonna.
Alcune cose caratterizzano gli anni ‘80: la musica, i film adolescenziali e i colori violenti nella moda. Più violenta della gonna che mi comperai quel giorno, la prima di mia precisa scelta e abbinata a una blusa blu, c’era ben poco: era gialla girasole. Gonna girasole e blusa blu elettrico: un segnale stradale visibile da almeno trecento metri oppure una fan sfegatata del Verona Calcio.
Al mercoledì a Nizza Monferrato c’è il mercato: io comprai la gonna, la blusa e una volta a casa dei genitori di Mauro, carissimi amici dei miei, ne approfittai per indossare i nuovi acquisti. Quando uscii dalla camera da letto, Mauro sbiancò. Io arrossìi. Mia madre divenne viola. La mamma di Mauro si ingrigì. Io tornai in camera a rimettere i miei levi’s più stretti di due taglie perché di moda e, per effetto contrazione improvvisa della circolazione, svenni.
Grazie al lavoro di Mauro, in quella casa circolavano più bustine di zucchero che soldi: me ne fecero ingerire a forza tre e io con abili mosse, senza farmi vedere, sbottonai i jeans una volta rinvenuta. Sua madre mi diede una bustina da tenere in tasca nel caso per strada fossi andata di nuovo giù. Salutai tutti, con uno sguardo a Mauro particolarmente intenso e soprattutto ricambiato, due dita nel taschino piccolo dei miei levi’s a toccare lo zucchero e il pensiero che magari lui stesso l’avesse confezionato.
M. arriva con una cialda e mi trascina a bere il caffè, prende un bicchierino, la paletta, la bustina su cui legge il nome del produttore. Chiede a nessuno, ad alta voce, dove si trovi Nizza Monferrato.
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Il bagno è sporco. L’angolo della macchinetta del caffè è sporco. Sporco nell’ufficio, sporco lungo le scale, sporche le celle. Svuoto il cassone usato in negozio per buttar via i resti della pulizia del pesce, lo svuoto nel bidone verde dell’umido.
Sporco il cassone, sporco il bidone, sporco per terra quando teste e intestini mi cascano fuori dal contenitore.
Sono stufa di mancare il bersaglio e poi dovermi chinare a raccattare cose disgustose.
M. si ferma, stava andando alla cella principale, mi aiuta.
Mi sorride con i denti perfetti dietro la bocca morbida, mi fa ridere con battute sugli mondezzari e i barboni americani che girano con i carrelli della spesa.
M. è sporco, ha uno sbaffo di colore indefinito sulla fronte. Vorrei passargli un dito per pulire, ma le mie mani sono da emergenza sanitaria. Il naso mi si investe dell’odore attorno e il freddo della cella aperta davanti a noi mi gela.
Torno in negozio col cassone svuotato.
Sono giorni di Quaresima. In teoria, penitenza.
Niente carne, niente sfizi enogastronomici.
In teoria dovrebbero salire le scale per entrare da noi inginocchiati e arrancando sui gomiti. Sono dodici gradini in travertino bucciardato antiscivolo: una via crucis perfetta. Invece i clienti entrano e spendono e spandono in pesce, anziché carni e salumi, in attesa di una redenzione gastrica.
Anche il prete qui, davanti a me. Ha la faccia ben rasata, la giacca povera ma elegante. Gli si apre la sciarpa nera attorno il collo a rivelare il collarino e la camicia grigia con delle penne infilate nel taschino. Solo i preti e i praticanti negli studi notarili portano almeno tre penne infilate nel taschino della propria camicia, e gli aspiranti notai non si mettono un collarino clericale al collo. Non almeno in pubblico.
Da un prete mi aspetterei una spesa frugale, ma debbo ricredermi.
Sceglie con cura, con vezzo, con gusto. È pur sempre un uomo ma non riesco a scindere la frugalità necessaria al suo ruolo dal piacere del corpo.
Alcune vecchie lo riconoscono, chiacchierano con lui. Che all’improvviso dirotta la scelta della ricciola da due chilogrammi verso il merluzzo bagnato. Le anziane si lanciano come siluri a proporgli ricette: lui si schermisce, allunga le mani a dire di no, no, che lo avrebbe bollito con qualche patata, in fondo è Quaresima. Io lo osservo, in attesa divisa tra la ricciola e il baccalà: lui mi guarda, disperato. Una delle sue parrocchiane addirittura gli suggerisce di eliminare le patate e, assolutamente, che non metta le olive nere. Anzi, lo faccia al vapore e lo centellini, una piccola porzione a sera.
Il prete vorrebbe piangere.
Io fingo di sistemare il bancone, sotto il naso gli faccio volteggiare sul ghiaccio le orate e i pagellini, dispongo gli scampi con le chele verso la cernia dalla lingua gonfia in una smorfia stupida verso lo scorfano che fissa il rombo appiattito dietro il tonnetto e il salmone.
Che le dò, allora? Un baccalà bagnato, mi risponde. Altro? No, grazie.
M. è dietro le porte basculanti che dividono il negozio dal retro, mi sorride dai vetri sporchi.
Mentre preparo il sacchetto per il prete lo guardo, gli mostro la lingua ridendo, gli faccio le boccaccie.
Lui mi manda un bacio con le dita: lo vedo leccarsele con una smorfia interrogativa, si fissa la punta delle dita disgustato. Erano sporche, chissà che aveva toccato.
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Quando entra, a me vien da ridere. È azzimato, impettito e si guarda nel vetro delle porte scorrevoli a controllare che il collo del loden sia piegato bene. Ha una giacca principe di galles su una camicia beige con una cravatta regimental gialla e azzurra. Pantaloni di lana grigi, le scarpe non le vedo. Il loden si apre con lo spostamento delle porte, lui entra passandosi una mano sui capelli attaccati al cranio. Un gesto che sa di saliva sputata sul palmo a mo’ di brillantina.
Mi viene da ridere perché ormai in negozio lo conosciamo: se arriva con la moglie è un uomo nullo, senza possibilità di scelta. Vorrebbe il rombo, e lei decide per le sogliole. Vorrebbe gli scampi, e lei prende le code di gambero. Un’ombrina, un pàgaro, dei pagellini giovani e con le resche morbide che si sciolgono nel cartoccio? No: un’orata, d’allevamento. Soffre, quest’uomo, glielo leggi negli occhi. Di quegli uomini che quando la moglie sta male, costretta a letto nella sua camicia da notte rosa en pendànt con la vestaglia da camera, godono. Se ne vergognano, magari, ma dopo tanti anni ne godono, aspettano l’inverno e i malanni di stagione per essere liberi di correre in pescheria a prendere cosa piace davvero loro.
Credo abbia quasi ottant’anni: cammina ritto e sicuro, ma la pelle del viso e delle mani è macchiata. Le dita sono nodose. Negli occhi le cornee sono velate di giallo e sono deboli. All’anulare destro ha un anello con uno stemma inciso. Credo sia notaio, oppure farmacista. O avvocato. È ricco di famiglia, comunque. Fa tenerezza. Ed è un rompicoglioni di prima categoria.
Buongio-o-orno, cinguetto. Oggi siamo tutte donne, al banco: lo vedo impettirsi ancora di più di quel che riesce a star dritto di suo. Un fuso. I denti finti quasi gli esplodono in bocca, da quanto sorride. Si appoggia al vetro del bancone, gli mancano la sigaretta e i baffi e sarebbe un perfetto Buscaglione ottuagenario.
Le sinapsi gli vanno in corto non appena sia io che E. gli sorridiamo. La lista che sua moglie gli avrà ripetuto almeno sei volte prima di lasciarlo uscire di casa a far le commissioni gli si cancella dalla mente, lo vedo che prende la carica, inizia la corsa, si lancia in velocità e con gli occhi che brillano come due lampadine quasi urla: carissima mia, nasello, persico, qualche scampetto nostrano e un bel rombo come me lo scegli tu che nessuno mi dà del pesce bello come te.
À la guerre comme à la guerre, questo giro di valzer lo conduco io, gli prendo la mano e lo trascino sulla pista per iniziare il volteggìo sul pavimento di lapislazzuli del salone delle feste. Questo persico, guardi com’è tenero, com’è rosa, appena filettato, fresco, pesce giovane. Oh, il nasello? Un nasellino di quelli di prima categoria, che filettino, questo qui era lungo e sottile e si infilava dappertutto, sa? Due scampettini? Ma che caro, glieli cerco freschi e col pancino bianco, con le chele attaccate, guardi qui, sembrano delle manine da mordicchiare. E per finire, questo rombo bello duro, grosso, una sberla di rombo, di quelli che quando lo inforni non vedi l’ora sia pronto croccante tutto da gustare.
È diventato viola. Non respira, letteralmente.
Mi guarda. Le spalle gli sollevano il loden e mi chiede: Quando facciamo l’amore io e te, cara?
E. inciampa in una cassa di salmoni che aveva lasciato per terra per filettarli. La cassiera fa cascare la pinzatrice con cui stava spillando una fascetta di ricevute delle carte di credito.
Quando facciamo l’amore? Te lo chiedo così, per gioco, per voglia di te. Avendo paura della risposta, che tu mi dica di no. E se mi dici di sì mi dimenticherò di ogni problema, di ogni insicurezza. Quando facciamo l’amore io e te? Dobbiamo tener da conto tempi e variabili, necessità e impegni. La stanchezza, il ciclo oppure non sono i giorni sicuri del mese, alzarsi presto l’indomani mattina, eppoi stasera non avevo voglia di farmi la doccia, quanto amore ci vuole per nascondere l’odore dei corpi sotto le lenzuola? Forse troppo, di quello che provi pochissime volte nella vita. ma non riesci a scordare mai.
Quando facciamo l’amore io e te, cara?
Ho raggiunto la pace dei sensi, gli rispondo.
Ci rimane persino male, abbozza un sorriso.
Mi chiede ostriche. Sei ostriche. Lo stile si vede da questi dettagli, come saper indossare un loden.
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Oggi è stata una giornata calma. Molto.
Pochi clienti.
Il sole arrivato all’improvviso dopo un venti minuti di vento forte e compatto ha portato la gente in giro, per gite, spese, vedere posti, muoversi. Non qui, comunque.
E. alla finestra guarda fuori, mi dice che c’è un cielo incredibile, cristallino.
Alzo lo sguardo dall’affettatrice che sto pulendo, vedo solo un viadotto, una strada, auto in coda, la vecchia fabbrica dismessa coi vetri rotti. Troppo lontano perché io riesca a curiosarci dentro.
L’ultimo giorno della settimana si gioca sul filo del rasoio.
Se metti troppa roba, avanzerà. Verrà buttata.
Se non ne metti, la gente avrà un senso di vuoto e non comprerà.
La lama taglia nel mezzo.
Ovviamente tutti chiedono quel che hai terminato, oppure non hai voglia di preparare.
L’odio nasce con gli spiedini. Ne fai una diecina, al mattino. Alle tre del pomeriggio son terminati. E te li chiedono. Li fai al momento, allora. Il cliente dopo quello che stai servendo ne è invogliato. Te li chiede pure lui. Vorresti fare spiedini dei loro bulbi oculari, frammezzati colle loro unghie.
Poi, arriva quella del soffritto. Vuole lo sminuzzato di pesce. Che è poco. Lo reintegri, pestando con la mannaia spada, pescatrice, tonno e salmone, mentre la tizia magnifica con tutte le altre tizie attorno le virtù taumaturgiche del ragù di pesce. Come in un raduno di venditori di detersivi o cosmetici porta a porta, le tizie si infiammano e chiedono. E io sminuzzo. La mannaia sul ripiano mi si abbassa sempre più frenetica e isterica. Per diciotto euro al chilogrammo. Passato l’attimo dello sminuzzato, inizia il delirio dell’acciuga sfilettata. Ne fai trenta e le metti per bene sul vassoio, ti giri a chiedere ad E. se il vento sia calato, torni a guardare e i filetti sono scomparsi. Ne pulisci altre quaranta. Via. Cinquanta. Sparite.
E. commenta le automobili parcheggiate nel piazzale. Ha un che da dire per ognuna.
Io metto il pesce nelle casse di polistirolo, apro i rubinetti, inizio a scalzare il ghiaccio con il rampino. I pezzi si staccano prima grossi, poi sempre più fini, tagliano i guanti e la pelle. Ma è così freddo che me ne accorgerò solo alla sera.
Verso il sapone per i piatti sull’acciaio, sfrego con la paglietta, l’acqua mi scorre attorno e scivola verso gli scarichi.
Che.
Si otturano.
All’improvviso.
E. guarda fuori dalla finestra, F. si gratta la testa, seduta alla cassa.
In un attimo l’acqua sborda dal bancone, si infila tra i vetri protettivi, cade a terra inarrestabile. Io resto a fissare la cascata, una spugna insaponata nella mano destra, un rompighiaccio nella sinistra.
Vorrei tuffarmi da questa cascata, sentire l’acqua toccare ma non prendere il mio seno, il bacino, le ginocchia mentre volo giù parallela a lei, cadere veloce per gravità e non portanza, peso contro massa, compatta, allineata, fino al fondo dove infilarmi come un coltello perfettamente bilanciato a tagliare il lago che mi aspetta, piatto, calmo.
L’acqua forma una pozza e scorre verso le porte automatiche. F. si isterizza, urla, ma che posto è mai questo, son tre sabati che lo scarico è otturato; va a prendere il tiracqua e trascina via cosa tracima.
Io guardo E.
E. guarda una porsche parcheggiata fuori.
Il proprietario dell’auto guarda me.
Ho due possibilità. Ci sono due probabilità. Le acciughe sono finite, quindi son fuori gara.
Chiede gli spiedini. Ho perso, avrei giurato sul ragù di pesce.
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