Archive for Aprile, 2008

13 Aprile

#22 Metti e togli

Vado a cambiarmi. Cammino coi jeans. Prima il giaccone. Di lana. È primavera ma fa freddo. Gli occhiali. Li poggio sul ripiano alto. Dell’armadietto. Su quello basso il cellulare. Le chiavi dell’auto. La borsa. Sfilo una scarpa. Poi l’altra. I calzini, dentro. Rimetto gli occhiali. Li tolgo di nuovo. La maglia. La rivolto. la metto sull’appendi abiti. Gli occhiali a guardare. I pantaloni. Ho un reggiseno nero. Gli slip neri. Via gli occhiali. La maglia. I calzettoni. I pantoloni di pile. Gli occhiali. Uno stivale. Sistemo nell’armadietto le scarpe. Un altro stivale. Il camice. Mi giro. M. è sulla porta. Che bel seno che hai. Sì, lo so.

Vado a cambiarmi. Mi trascino nei pantaloni. Tolgo gli occhiali. Li pulisco dagli schizzi. Apro l’acqua nella doccia. Sfilo uno stivale. Rimetto gli occhiali. Controllo il cellulare. Levo l’altro stivale. Tolgo gli occhiali. Sbottono il camice. Mi strappo la maglia. Mi scalcio i calzettoni. Esco dai pantaloni. Sgancio il reggiseno. Resto in slip. Metto gli occhiali. Prendo l’accappatoio. Poggio gli occhiali sul ripiano. Tolgo le mutandine. Corro nella doccia. Faccio pipì nell’acqua. Lo shampoo. Mi insapono la faccia. Sciacquo gli occhi. Il bagnoschiuma. Mi gratto le braccia. L’acqua è troppo calda. Mi sposto dal getto. Mi lavo in mezzo alle gambe. Mi insapono la pancia. Salgo sullo sterno. Passo sulle ascelle. Le spalle. La schiena per quel che posso. Mi lavo via la schiuma. Apro il box. Esco saltellando. Mi asciugo nell’accappatoio. Mi vesto. Il gel nei capelli bagnati. Il giaccone. Controllo gli orari dell’indomani.

M. è in boxer. Lo saluto. Mi chiede se gli piaccio. Gli rispondo che mi piacciono le sue mutande. Se le abbassa. Mi chiede se gli piaccio. Non guardo. Esco ridendo. Ho le chiavi dell’auto in mano.

10 Aprile

# 21 Tutti al mare, tutti al mare

Dodici giorni d’assenza. Ben dodici. Cambia una vita, in dodici giorni.
Fai le ferie, quasi imposte, aggiunte a qualche pomeriggio in cui ti sbattono letteralmente fuori dal negozio perché starnutisci addosso ai clienti e sei sorda, totalmente. Così, passano dodici lunghissimi giorni, in cui scordare tutto: i codici di vendita, il tipo di gambero da scongelare, quale tonno usare per il paté. Assumi nuove abitudini, in dodici giorni. Per esempio, l’orario della pennichella pomeridiana. Quando sei in ferie ti permetti il lusso, il gioco di addormentarti all’ora e dove preferisci. Tipo le sette del pomeriggio, sulla mia sedia in cucina, a fissare il gas sotto la pentola d’acqua per la pasta.

Stamattina è stato difficoltoso svegliarmi. Ho ancora nelle orecchie il silenzio del primo mattino, al mare. Dodici giorni passano velocissimi, quando le tue ferie diventano vacanza, inaspettata, con una spiaggia che si tuffa in mare sotto un sole ventoso. In ferie di solito mi sveglio presto, molto presto. Anche prima dell’alba. Stamattina, al suono della sveglia, ho sentito un macigno risalirmi la gola, la faccia, piazzarsi nel cervello e dirmi: sono il tuo mal di testa quotidiano.
Gettando le gambe fuori dalle coperte non ho riconosciuto il colore scuro delle mie gambe. Più su, il segno bianco del costume da bagno. Ancora più su, di nuovo scuro frammezzato dal bianco.
In bagno ho guardato la mia pelle non più chiara, le efelidi sul naso. Non sono io. Ho sonno.
Vestirsi. Non dimenticare il sacchetto con i calzettoni da alta montagna lavati. Me li han venduti per un freddo da cinquemila metri: devo metterne due paia e ho freddo ugualmente.

Il cellulare tace. È senza parole, anche scritte. Tace da dodici giorni. Ha squillato un’ultima volta, E. mi chiedeva se avessi preparato la valigia. Beata te che vai in Africa: nella valigia non avevo né il casco coloniale né la carabina, ma tre paia di bikini e il set pinne e occhiali. Niente bermuda caki, ma un vestito leggero di mischio azzurro con fiori beige. Mi raccomando dai la caccia agli animatori: sempre meglio che un leone oppure un elefante, le rispondo. La ringrazio per la telefonata. Chiudo la valigia. Parto.

Lavo i denti. Bevo il caffè, il terzo da quando mi son svegliata. Ho sonno. Non trovo le chiavi della macchina. Non la uso da dodici giorni. Metto il giaccone. Non lo indosso da dodici giorni.

Parcheggiare, passare il badge, cambiarmi, ho dimenticato a casa la canotta di lana, mi arrangio come posso, doppie calze, la cuffietta, il camice: avrò freddo. Fuori piove. M. mi saluta. Gli sorrido. Mi dice che sono bellissima, abbronzata. Gli rispondo che lui lo è anche se bianco come un budino alla vaniglia. Entro in negozio e quasi svengo dall’odore di pesce: da dodici giorni mi nutro solo di carne rossa e verdure. Ci impiego dodici minuti a ritrovare i ritmi e ricordare i codici dei pesci, digitando sulla bilancia.