Archive for Maggio, 2008

21 Maggio

# 26 Salmone Piadinato

Stamattina, appena sveglia, ho pensato, in un percorso tutto mio, di quelli che è difficile seguire già se li si pensano, figuriamoci a spiegarli, spiegarli poi a chi, quando in fondo il mio letto, che è un letto a una piazza e mezza antico, del primo barocco piemontese, del milleottocento, di certo non un letto ikea, dove prima di scegliere un materasso devi sorbirti i tovaglioli, i bicchieri, i pelouches, il self-service svedese, dove trovi anche le piadine col salmone, di quei salmoni che ti chiedi erano ancora nel mare o già risalivano il fiume, perché se risalgono il fiume si trasformano, la mascella si uncina, diventano dei mostri, come in un film dell’orrore, di quelli che al cinema non vorresti mai vedere ma il fidanzato ti ci porta, non aveva alternative per la serata, io invece la sera amo stare sul divano, mi piace la televisione, avere a portata di mano da smangiucchiare, anche se dovrei tenermi per la linea, ho ormai quarant’anni e devo iniziare a risparmiarmi, mentre a venti l’imperativo era regalarmi anche se non mi si voleva, del resto nessuno mi ha mai rifiutato e, come una spirale perversa, più mi davo più mi prendevano, e io prendevo a mia volta, prendevo di tutto, come all’ikea, dopo le cucine, le maniglie, le scrivanie, trovi il ristorante e, se ci sono ancora, ordini la piadina al salmone e poi, come stamattina, mi sveglio e mi chiedo: ma se non la digerisco, cosa cazzo continuo a mangiarla, ’sta piadina?

8 Maggio

# 25 Camminare

Inizia l’estate e lo vedi dalle scarpe. C. le lascia a terra, disordinate, rosse, col tacco spesso e alto di legno, una fascia a tenere le dita dei piedi con un miracolo gravitazionale. F. ha abbandonato i suoi stivaletti di pelle nera per delle scarpe da ginnastica nuove di zecca, bianche, uno sbaffo nero di marketing sui fianchi. E. porta con eleganza delle decolletée a mostrare il collo del piede con le più improbabili calze che gli stilisti del collant riescano a inventarsi. P. si adatta alla sua età: mocassini bassi, grigi, il fantasmino che sbuca. I. appoggia in ballerine di vernice verde scura screpolata il suo peso eccessivo. E io? Delle snikers di tela, la punta e il tallone sporchi perché le scalzo senza neanche slacciarle. I calzini possibilmente in tinta con le scarpe.

Ma tutte alla fin fine navighiamo negli stivali di gomma bianca.

5 Maggio

# 24 Cambio Turno

Puoi fare cambio di giorno con me? E. dice di sì. In fondo aveva già in mente di chiedermelo lei stessa, perché han spostato il turno di riposo del suo ragazzo al giovedì anziché al mercoledì. E ora si ritrova a fissare il cellulare di nascosto in attesa di una chiamata, un messaggino, anche solo uno squillo. Lui no, non fa nulla di tutto ciò. Non raggiungibile. Ero al supermercato. Riprovi più tardi. Ero in palestra. Prema 5 per la linea libera. Ero qui ed ero là, la sostanza non cambia, tu lavori e io no e non mi faccio trovare. Tagliamo la testa al toro facendo io ed E. cambio di turno di riposo.
Lei per controllare, io per andare. A Genova.

Dicono che Genova o la ami o la odi. E, se la ami, ami anche la sua sporcizia infinita, i suoi rigagnoli di percolato, la sua eleganza vorrei ma non posso, le sue spiagge tristi con lo stradone che domina gli ombrelloni. Avere il mare in città sfasa, come avere il lago oppure una caterva di monumenti e musei assaltati dai turisti. Andiamo agli Uffizi? Ora che son finiti i giapponesini sei diventato un rotolino di alga. Una visita ai Musei Vaticani? Prevedi anche una pajata in diretta e con le trippe di qualche tedesco particolarmente grasso. Un giretto in gondola? Volentieri, dopo aver abbattuto con i remi l’ennesima americana tirata dal lifting.

A Genova, come a Milano e a Torino, non c’è niente di turistico da vedere. Gli eventi, i musei, le statue, son lì per dare un risvolto culturale, ma non per attirare. Il Castello Sforzesco noi ce lo abbiamo perché ci va e se non ci va lo buttiamo giù e ci facciamo un ipermercato con il parcheggio a silos. Se ci va. Se non ci va ci teniamo tutto l’ambaradan con i preraffaelliti nascosti nei sottotetti dei torrioni.

A Genova ci vai a trovare qualcuno. Ci vai per un funerale. Prendo il treno delle cinque e ventisette e spero non faccia ritardi o cose strane. E. gongola, ha la giornata giusta per stare attaccata al fidanzato, controllarlo, soffocarlo, comprimerlo in uno spazio tutto suo creato ad arte per avere una propria dimensione di felicità che, mi auguro mai, prima o poi si accorgerà non corrispondere alle visuali altrui. Io invece vado a un funerale, e mi stupisco di sentire questo caldo nel vagone, questo tepore lasciato dai corpi umani per andare a vedere il freddo di un corpo che ora di umano ha solo più l’involucro.

Penso alle persone che son rimaste. Vado lì per loro. Vorrei andarci per loro. Non lo so perché ci vado. Vedo con ore di anticipo la valle Scrivia aprirsi su una città che mi dà il suo bentornata, non te ne eri mai andata.

3 Maggio

# 23 Hand in hand, with a spoonful of miracle

La signora ha le mani storte. Il pollice è spostato sull’asse x rispetto all’asse y delle altre dita. L’unghia larga, con righe bianche, è girata verso me invece del sacchetto che le porgo. La pelle è abbronzata, con qualche macchia di vecchiaia. Gli occhi si stringono al peso del sacchetto, di fatica. Suo nipote, nipote perché la signora ha un’età da nonna, allunga una manina a tirare la giacca. Le dita con la carne che si piega si chiudono sull’orlo della tasca e lo tirano lentamente verso il basso. La signora si piega verso il bambino e dalla tasca escono delle chiavi e un blister di medicine. La madre, o la zia, con un braccio cinge il piccolo e con una mano aiuta a raccogliere da terra. Le sue dita affusolate, con le unghie smaltate di un rosso vivo, si incontrano sul mazzo di chiavi con l’artrite che devasta quelle dell’anziana a cui ho dato il sacchetto.

Non so cosa mi farà più male, da vecchia. Se il seno che si appoggia sugli addominali ormai vuoti, oppure perdere la vista o l’udito. Camminare lenta sulle strisce pedonali, le macchine ferme al semaforo sperano io sia già al di là, al verde, giusto per non perder tempo a denigrarmi perché ritardo la loro sgommata alla partenza.
Le mani che non ci sono più.

Macchie sul dorso. Le rughe nel palmo. Le falangi ossute premono contro le nocche e le rialzano come colline brusche.

E quando alla posta porgo una busta? Se mi cade, se la fede matrimoniale balla contro il ripiano mentre recupero la raccomandata da spedire? Se mi trema il borsellino con le monetine, signora ha trentadue centesimi? Aspetti che guardo.

E ai giardinetti, se ci passo per sbaglio andando all’università della terza età, se quei due bambini che si rincorrono senza guardare, mi sbattono addosso e io con la mia mano li tocco, se loro si ritraggono schifati, se la madre arriva e mi guarda le dita e il bracciale d’oro rosso che mi ciondola al polso me li sposta da dosso? Non è successo niente, stia tranquilla.
So’ raga-a-azzi, diceva mio marito per farmi ridacchiare.

E quando la sera, al lavandino, vedo nello specchio la mia mano sorreggere lo spazzolino da denti e sento la fatica del movimento veloce, assi cartesiani, dentifricio alla menta, ascissa, sputare, ordinata, mi cade lo spazzolino, lo riprendo, col dito raccolgo il pezzetto di dentifricio, sbatto le setole contro gli incisivi, sciacquo la bocca, sorrido, a chi sorrido, dopo tanti anni di solitudine, sì c’era l’ingegnere del terzo piano, che dopo il funerale di sua moglie mi ha accompagnata qualche volta a fare la spesa alla pescheria ma che devo fare, ha quelle mani così mosce, così tristi, senza applicazione, senza fatica, senza nulla, una volta che mi sono cadute le chiavi a terra non ha fatto mezzo passo, mentre la signora col bambino che mi si era attaccato alla giacca subito è corsa ad aiutarmi e ci siamo cozzate le dita sul pavimento, le sue lisce e forti, le mie a picchiare la vecchiaia.