Archive for Novembre, 2008

8 Novembre

# 33 lasciatemi gridare

La signora indossa un gilet di pelliccia e ha su il cappello. Un cappello di feltro, a cocuzza, con una fascia di raso nera che s’infiocca di lato. Settant’anni? All’incirca: la pelle è spessa attorno gli occhiali in montatura dorata. Va verso il fondo del bancone, poi torna indietro, cammina lenta.

“Ho dei bambini a colazione, cosa mi consiglia”.

Non è una domanda, nemmeno una richiesta. Io devo consigliarle cosa mangiare a colazione assieme a dei bambini.
La guardo, allucinata, per un piccolo momento.

A che ora fai colazione? La faccio verso le sei del mattina, sia che vada a lavorare che no. La mia colazione consiste in quattro se non sei caffè, con una sigaretta a seguire ogni tazzina. Se sono a casa verso le dieci mangio qualcosa, un panino con del formaggio oppure qualunque cosa si muova nel frigo, salato o dolce. Tutto lì. Quelli che mangiano lo yogurth, pane e marmellata, caffelatte, the, biscotti, spremuta d’arancia e a finire un’alka seltzer non li capisco.

Mai messi calzoncini corti e indossato giacche, mai avuto la riga di lato. Perché i bambini che vanno a colazione a mangiare del pesce con la nonna a colazione per forza indossano bermuda, i calzettoni al ginocchio e i capelli lisci e pettinati di lato. Un panino sul piattino affianco le posate, i gomiti qualche centimetro lontano dalla tovaglia di fiandra.

La vecchia mi guarda aspettando di cogliermi in castagna, per dirmi che colazione è il pranzo di noi poveri cristi, mentre lei pranza quando noi ceniamo e la sua cena è il mio barattolo di nutella verso le undici di sera che poi vado a dormire e sono agitata non prendo sonno e non capisco perché.

Ma lasciami vivere un po’, per favore. Fammi correre, sporcare, fammi dire cazzo invece di accidenti,  lasciami vedere la partita, lasciami uscire con i miei compagni di scuola, permettimi di sbucciarmi le ginocchia, voglio rubare nei negozi, voglio ridere coi film della commedia anni settanta, voglio leggere libri da ombrellone, voglio vestirmi come un deficente, fammi dire fica invece di fregna, voglio sapere come si fa a parlare ad alta voce, a scordarsi gli appuntamenti, a tradire la donna che amo, a picchiare il mio migliore amico, voglio farmi una sega e fumare uno spino, voglio andare al mare quando mi gira e mettermi in mutua se non voglio lavorare, voglio.

Alla fin fine quel che vuole glielo vendo, dopo un venti minuti di esame degno di prestigiose università con test d’ammissione a gruppi massonici. Non lo supero: probabilmente ora andrà a comperare in erboristeria dei germogli di soia non ogm e delle carote biologiche, così a colazione i bambini mangeranno come si deve.
La guardo uscire con un cenno di tristezza.

Poveri bambini.

3 Novembre

# 32 Anche l’operaio vuole il figlio abbronzato.

Ci sono, sì. Me li ricordo, i codici. Oh, come sei abbronzata!
Non so perché, ma sento invidia e odio in questa frase. Come sei abbronzata. Mi dai dello spada?

La gente, in inverno, non dovrebbe essere abbronzata. Non è sano.
Una volta, tempo fa, a partire da Ottobre dell’abbronzatura rimanevano poche tracce sotto i vestiti: il segno più chiaro degli slip, il cinturino dell’orologio. Tu sapevi che era come te, chi ti stava di fronte: uno stipendio normale, due settimane di ferie in Liguria, la pizza sul lungomare.
D’inverno, appena cadeva la neve, chi aveva più di un normale stipendio si presentava con il segno degli occhiali, il naso abbrustolito. Sapevi che dire, sapevi che fare, sapevi che toccavi pelle vera e peli e se era marrone potevi scegliere se abbracciare un mondo diverso dal tuo oppure no. Potevi sognare.

Come sei abbronzata. Eh, il mare. Ma il mare d’inverno. Vendo la mia anima per settecento euro, gli infradito a rincorre le pulci sui tappeti, che prezzo ha questa mia mano così scura sul bianco del ghiaccio? Ha il costo di un sms a un euro cadauno, qualcosa di più se è una foto.

Sai, i pesci. Son diversi. Ti rincorrono, mangiano le scaglie della tua pelle. Come puoi immaginarli sul bancone? Morti? Non ha senso, tutto perde di senso, è ingiusto, come quando a scuola tu eri bianca come un formaggino e la tua compagna di classe aveva passato il ponte dell’Immacolata a Bardo.

Bardo. Anche le parole ci dividono. Vado a livi, vado a bardo, vado a seint, vado alla torre. Io non vado a Livigno, neppure a Bardonecchia, figuriamoci a Sant Moritz, la torre era la colonia fiat al Sestriere. Già solo la vicinanza in classe era una classe: noi spenti, smunti, loro con una maschera da procione attorno agli occhi.

Come sei abbronzata, come sei comunista. Hai ragione: come sono comunista, come sono abbronzata. Spada, codice 145, ventinove euro e quaranta, tre fette, arrivederci.

img @ locusta