Archive for Dicembre, 2008

19 Dicembre

# 37 Soffocare

Fatico ad arrivare in orario. Chiamo E. per avvertire. C’è la strada chiusa, che è accaduto, un tombino è esploso e tutto il magma della città s’è lanciato a forza di razzomissile contro la paura e la crudeltà? Un blob a combattere l’inciviltà?
“Sì, c’è stato un incidente, anche F. è in ritardo”.
I vigili urbani chiudono l’ingresso alla strada, vedo in lontananza persone piegate o che camminano, un carro attrezzi.
Seguo la corrente, risaliamo la via in senso contrario, adocchio una strada laterale, quasi quasi giro e parcheggio lì, poi mi perdo l’attimo di insubordinazione e mi allineo agli altri. Semaforo. Altro semaforo. Freccia a destra. Tutti che svoltiamo a destra.
E i minuti scorrono, i quattro che ho in più sull’orologio del cruscotto erodono la tranquillità dell’anticipo, inesorabili.
Dovevo parcheggiare a cazzo, in giro, e correre giù, con il fiato grosso cambiarmi, buttare la borsa nell’armadietto, che quando sei di fretta le cose ti cadono di mano, si accavallano, la maglia si rovescia, gli occhiali s’agganciano ai capelli, il badge lo dimentico, il tempo si dilata e si restringe e provo La Sensazione.
La Sensazione.
La Sensazione ti prende all’improvviso, anche se sai che c’è sempre, ogni istante, in agguato.
Arriva quando piove e hai due sacchetti di spesa in una mano e sei cocacole da un litro e mezzo nell’altro, le chiavi si attorcigliano e la sigaretta perde la cenere.
Compare quando sei in fila al supermercato e il portafogli si apre nella borsa e non trovi la tessera dei punti con una riga nella banda magnetica che ci provi ogni volta a pagare con quella ma tanto non va e allora cerca la carta di credito e la carta d’identità perché io la firma non la metto che se me la rubano si industrino a copiare la sigla, com’è che si chiama la firma depositata del contocorrente? Spesmen, spasman, spaceman, non mi ricordo, io faccio una sigla stupenda, anni e anni di allenamento fino al giorno che ho aperto il mio primo conto e l’ho disegnata sulle apposite righe sul contratto; e nella borsa tutto naviga, non si fa prendere, si apre la scatolina di cicles e i centesimi si arrotolano tra le dita e La Sensazione arriva, la senti in gola.
La Sensazione è quando cucini qualcosa di più complicato dello scongelare il pesto e buttare gli gnocchi nell’acqua salata bollente. La Sensazione ti fa stringere le dita attorno il collo dei gatti, fino a sentire un tà-tlàk e vedere gli occhi vetrarsi e spegnersi. La Sensazione ti fa picchiare tuo fratello di due anni senza poggiare le mani sulla sua pelle, La Sensazione ti fa dire alla tua amica che odi tutti, odi tutte, odi te stessa e il mondo e in un barlume di lucidità le chiedi di aiutarti. Dopo Natale. Perché adesso non c’è tempo. Dopo l’Epifania. Dopo la Befana mi aiuti, ve’? Per Pasqua mi aiuti, perché questa sensazione, La Sensazione, ti brucia dentro, ti incasina, fa disordine ovunque e i pensieri si incavallano l’un l’altro e ti lasciano senza forze, al punto che quando arrivo in negozio e mi dicono che il ragazzino in moto ha superato a sinistra un’auto che svoltava in quella direzione, che il ragazzino non aveva il casco, che il ragazzino è volato contro il pilone del cavalcavia sopra la strada, che il cemento gli ha aperto la testa in due tu non senti nulla. Senti solo il disordine della borsa dove la carta di credito scappa per non farsi prendere.

18 Dicembre

# 36 Mattinata

Ev’ry breathe you take.
M. ha la rinite.
Ev’ry move you make.
I. ha male alle spalle.
Ev’ry bond you break.
E. indossa un busto per contenere l’ernia.
Ev’ry step you take.
F. zoppica per una brutta storta.

Broncopolmonite, pleurite, influenza che si trascina; tendini tagliati, ossa picchiate, unghie spezzate; mal di testa, ritenzione idrica, udito abbassato, capelli spenti, mal di stomaco.

Dimmi che debbo fare prima di morirti tra le braccia. Arrivano in coppia, marito e moglie, amiche, fratelli, si consigliano, si aiutano. Bevo due red bull nel giro di tre ore. Entro in spogliatoio camminando ingobbita e mi scontro con M. nudo. Lui finge di urlare, gli altri ridacchiano. Oddio, oddio. Rido.

I’ll be watching you.
I miei occhiali sono sporchi.

13 Dicembre

# 35 Holy Horror

Io vorrei tu morissi.
Sì, l’ho detto, mi prendo le mie responsabilità.
Io vorrei, io voglio tu muoia.
Morire dolce dormire?
Anche no: morire che soffri, morire che piangi, morire sapendo il morire.

[Devi capire che io ho un risveglio pessimo. Pressione bassa. Mi gira la testa, di solito. Devo bere circa sei caffè in due ore tempo massimo. Altrettante sigarette. Nessuno deve osar pretendere di farmi parlare, quando mi sveglio.]

Morire che vai tranquilla, per un po’ i fiori te li portiamo e, anche, evitiamo di dirtene di tutti i colori quando scopriamo le tue cazzate lavorative, un atavico rispetto dei morti defunti.

[Devi comprendere che sentire la tua voce miagolante al telefono quando sono solo al terzo caffè mi porta ad avere una serie di riflessioni socio-filosofiche di portanza alquanto importante tra cui dubbi esistenziali e tormenti di rimembranze che potrei e sottolineo il potrei risolvere solo con il rito mattutino di affastellamento di azioni vestita solo col pigiama arancione quello con l’orsetto e i miei calzini antiscivolo con la mucca disegnata sulle dita dei piedi.]

E, all’anniversario, ti ricorderemo.

[Avevi detto che lavoravo alle nove e mezza.]

Certo.

[Non alle sette e mezza.]

Al primo.

[Bestemmio.]

Al secondo, vedremo.

6 Dicembre

# 34 Di Entropia e Dispropia

E. gira in tondo, agitata. Gli stivali sciaguattano lungo il bancone, cammina senza pace. Ha lo sguardo abbassato, cupo. F. parla di cose inutili, pettegolezzi di provincia, è morto quello che era sposato con quella che è la cugina di questa che ha divorziato da questo. Più F. ciancia di cose esterne senza il minimo senso di logica e necessità, più E. si chiude al suo interno, seguendo un suo filo di pensieri che si autoalimentano. Nel mezzo, io ed M., a lavorare parando la valanga di stronzate di F. e cercando gli occhi di E. per sorriderle.

Che cosa avesse, E., non lo sappiamo con sicurezza. Sappiamo solo la sua tristezza, il suo viso che si allungava verso l’acqua calciata a terra dai suoi stivali. Come non sapremo mai cosa spinga F. a riferire di tutto ciò che sa di perfetti sconosciuti. È un vizio abbastanza diffuso, qui, di parlare di persone incontrate al massimo due volte nella vita come se fossero parenti stretti. Trattengo la voglia di urlarle di star zitta, di non far entrare nella mia vita quella di gente che avrò insultato guidando. Un’altra caratteristica della zona è non saper guidare.