Archive for Agosto, 2009

26 Agosto

# 50 Volare

Ma in che negozio lavori? mi chiede R., giocherellando con il suo iPhone collo schermo opaco di ditate.

Guardo le nuvole in alto, fingo che non ho sentito. Guarda, un cane a forma di nuvola!

Copiona! Mi rubi le frasi dei miei libri! mi dice R. dandomi una spinta sulla spalla. Sorrido, e il mio sguardo si poggia su una squama che m’è rimasta appiccicata all’avambraccio.

Ad alzare gli occhi m’accorgo che non è più un cane, quella nuvola, ma un’orata. Mi si paralizza la faccia.
Subito dietro, un polpo.
Diosantobenedetto, uno stormo di spìgole si spiega come vele, le piume remano nell’aria, i becchi son rostri.

Anche al di là del bancone, lontana dal ghiaccio, senza le mani tra il freddo, sento l’odore attorno a me.

Ma tu sai che uccelli siano? mi domanda R., anche lui distratto da tutte quelle ali che nuotano nel cielo.

Poléne, rispondo.

17 Agosto

# 49 Di Pesci Rosa e Conchiglie Psicotropiche

Non fumo da anni.
Non è vero, in realtà: c’è stato quell’episodio un inverno scorso durante una partita a risiko. Quando ho vinto.
Però non era il fumare che intendo io.
Che una volta lo raccontai a R. e i suoi amici risero. R, no. Allo JocoPoco. Seduti sulla panca, il risiko sparso sul fratino, la Jacuzia e l’Oceania a far la differenza nella conta del turno successivo. A. non rideva, neanche lui, come R.
Allo JocoPoco potevi bere birra spillata e leggere. O giocare. A scarabeo, e volavano i dizionari. A risiko, e volavano i carrarmatini. A pinnacola, e volavano le scatole di DalNegro vuote.
Avevo da prendere le armate con le carte ed era il mio turno. E già nel pieno dello sfasamento temporale tra pensare e fare, il gap tra dire e ascoltare, confessai che preferivo lo stare da sola, possibilmente a letto, preferibilmente al buio.

Alcuni, non tutti, eccetto A. ed R., risero. Mi presero in giro, quasi vergognosi di un qualcosa che magari non avevano mai provato oppure provavano ma per differenti motivi non avrebbero mai confessato.

R. e A. non risero.
R. perché era il mio compagno non ufficiale, vendeva abiti usati e io ero la sua modella bulimica, quella che indossava camicie Ralph Lauren taglia anni dodici e Levi’s sanificati taglia38 altrimenti invenduti.
A. perché da lì a poco sarebbe morto da solo, nel caldo del ferragosto all’ultimo piano di un condominio svuotato, l’odore ad arrivare all’androne, R. a tenermi lontana e fuori ché lui già sapeva, già sentiva, già vedeva a sei piani di distanza.

In questo ferragosto due giorni dopo chiudo gli occhi nel buio, mi distendo a letto e ascolto.
Sento il rombo della moto da trial che passa nella strada smarmittando secca. Ascolto la sirena dell’ambulanza allontanarsi. Vedo la boiserie di marmo travertino beige venare le pareti dell’ingresso con il portone a doppia battuta con i vetri smerigliati tra le decorazioni finto liberty in ferrobattuto. Corro sul pavimento in klinker rosso mattone intarsiato di piastrelline avorio posate a rombo.

E nuoto.

Nuoto tra i pàgari e i pagelli che si rubano le gradazioni di rosa e viola. Ballo con un cane mentre scivola attorno a naselli dai denti aguzzi. Salto sui lupini che spalancano le valve e mi lanciano in alto a rompere il banco di  acciughe.

E ti spruzzo di acqua salata, A., prendendo in giro i tuoi quarant’anni che avresti passato giù in calabria, a pescare e a ritrovare il dialetto, tua madre curva a cucinare, tuo padre secco e alto e biondo a stare zitto, le tue sorelle a pigòlare.

E tu che mi ridi assieme a R. perché quando fumo voglio stare da sola al buio in silenzio distesa sul letto.

11 Agosto

#48 So long, Marianne

A me mi piacerebbe andare in Israele.
A me mi hanno detto che in Israele ci sono le spiaggie e le rocce e che ci sono i villaggi e le città.
Mi hanno detto che c’è la città che è santa ma si vende e la città che compri ma è casta.
A me mi piace immaginare che arrivo all’aeroporto e subito taglio i capelli, metto una parrucca e tolgo i quadri dalle pareti.
Ma mi piace anche sognare che scendo dall’aereo, salgo su un camioncino pieno di pompelmi e canto assieme a tutti quanti.

“Judas, rauss!” dice neanche troppo scherzando a C. che caracolla stanco di pensare cosa fare.
“Ma sei impazzito?”
“Perché, sei ebrea?” mi risponde. Ma nel suo sguardo la paura di aver fatto una gaffe si mischia al piacere di avere una vittima nuova da sodomizzare durante l’orario di lavoro.
“Questo non ti riguarda. Ma dì ancora una parola e non potrai essere salvato”.

7 Agosto

#47 Barabba

Agosto, moglie mia non ti conosco.
Dov’ero un anno fa?
Festeggiavo un anno di assunzione. A tempo indeterminato. Dopo dodici anni di: non mi licenzi, la prego.
Agosto solivo, augusto festivo, piove la sera con crudeltà sul caldo del nostro riposo.
Cala il sole e sale pioggia: violenta, potente. E cammino a piedi nudi per non disturbare i vicini.

In spogliatoio l’armadietto è vuoto, mostra le macchie di ruggine, è rimasto un piccolo pezzo di carta, è uno scontrino accartocciato. Dalle ante semiaperte vedo il ripiano vuoto, in alto. C’è un adesivo della campagna per indossare le cinture guidando. È sbiadito, stracciato.

“P. non lavora più qui. Abbiamo l’armadietto per mettere le cose”.

E me lo dici così? È una pratica archiviata, ormai? Che abbia rubato soldi e si sia lasciata sorprendere cancella la sua persona? Ma non le mandavi sms quando era di riposo per turno, a natale non vi facevate i regali,  i baci alle ferie?

È un armadietto vuoto dove mettere le cose che avanzano nello spogliatoio. Un armadietto a due ante, arrugginito.

5 Agosto

# 46 Calende

Che giorno è, oggi?
Se è mercoledì, allora va bene. Sono a casa.
Ma cosa mi dice che invece non sia giovedì?
Se è giovedì è un casino. Devo lavorare.
È giovedì? Dimmi, è giovedì? Non è che è mercoledì e mi fai uno scherzo? No? È giovedì? È giovedì.
Significa sistemare in casa. Scongelare il sugo. Lavarmi i denti. Togliermi il pigiama per vestiti più sociali.
In fretta, fai in fretta, mancano pochi minuti, devi uscire, sei in ritardo, presto.
Metti le scarpe. Le chiavi. Mi cadono. Si attorcigliano. Chiudi la porta. L’auto. Presto. Mio dio. Tardi. Presto.

È mercoledì. Torno sul divano a dormire.

2 Agosto

# 45 Rigore

Sono in uno stadio a giocare una partita a porte chiuse.
La voce rimbomba lontana, sento le bestemmie dell’allenatore, i passi nell’erba.

Tà-pùmf: il pallone di cuoio, una volta era di cuoio, e maròn, con i calzettoni a scivolare sui parastinchi e le maniche delle maglie a cascare sui gomiti magri.

Oh-ho, t’ho beccata, oh-ho, cippirimerlo.
Mi giro e guardo il tizio che mi fissa. Ci sta pochi minuti, è già impegnato a pensare ad altro. A cosa comprare.

Mi estranio, mi perdo in pensieri continui. Immagino storie, sento parlare nella mia testa. Sento mani sulle mie, il mio corpo attorno a quello di lui. Immagino sapori, cibi, sigarette. Vado avanti ore. Così, persa nel mio mondo, dove la felicità è vedere cosa fanno i personaggi condotti dai miei pensieri.

E poi, all’improvviso. A-ehm. Cough cough. Scusi.

Da quanto mi fissava? Mi ha vista sorridere? S’è accorto della faccia storta fatta quando facevo litigare M. con B.? Ha notato lo sguardo innamorato mentre R. faceva l’amore con S.? Sono seria e metodica quando vivo le mie storie, anni fa mi sedevo in poltrona, in soggiorno, e vedevo i personaggi.

Arrossisco, mi pulisco le dita sul grembiale. Chiedo cosa desideri, con tono brusco. Lo odio. Il pallone rotola verso la panchina, il terzino sinistro corre sudato per la rimessa laterale.