| 27 Settembre |
# 51 Siamo Fatti Così - Tre |
Ho davanti a me circa quarantacinque persone.
In questi casi l’unica via di sopravvivenza è sfoderare il mio miglior sorriso e tirare indietro le spalle.
Non che faccia differenza, con addosso parannanza, grembiale, maglioncino di cotone, maglia di lycra. Non è che camminando ritta la mia seconda scarsa si trasformi all’improvviso in una quinta coppa C.
Ma serve a dare un’immagine di efficenza, di velocità. Potrete lamentarvi dell’attesa quanto volete, io sto andando avanti veloce, professionale e indifferente.
Se sorridi, i clienti interagiscono. Collaborano. Partecipano.
Come Radar.
Radar è così chiamato perché i suoi padiglioni auricolari fanno concorrenza al ripetitore di radio Maria.
Quando gli ho appioppato questo soprannome, E. mi ha accusata di essere crudele. Ma il giorno dopo Radar ha cambiato pettinatura. S’è fatto calvo. A quel punto E. ha ammesso il dolo e sconfessato la roulette genetica.
Radar mi insegue lungo il bancone. Fa battute se mi cade un’acciuga dal pacchetto, sorride alle mie bestemmie silenziose verso l’inventore della carta accoppiata a velina e il suo utilizzo nel campo ittico.
Radar interagisce con i sacchetti che si rompono, l’orata che scivola verso il fondo del bancone e non si fa acchiappare, la vecchia milanese che insiste nel volere una spigola e fissa sdegnata il branzino che brandisco minacciosa.
Radar controlla l’andamento della palina segnanumeri, calcola chi lo servirà. E mi corre parallelo, un oceano mare tra me e le sue orecchie.
Radar ha il numero quarantadue.
Come spesso accade nella casualità della vita, M. mi lascia andare a fumare la sigaretta quando termino di servire il numero quarantuno.
