Archive for Ottobre, 2009

23 Ottobre

# 53 La Benzina Costa Meno del Napalm

Oggi ha fatto il pazzo, G.
Rideva, faceva le smorfie alle spalle di chi perculava. Faceva allegria vederlo per una volta non imbronciato, il viso era finalmente quello di un giovane ventisettenne che fatica la sua giornata, stretto nei giacconi e nei pantaloni da sci ormai sporchi.

Di solito è triste. Oppure assorto. Almeno, così pare. Ma, se hai tempo, scorgi nei suoi occhi l’assenza di qualcosa.

La prima cosa che pensi è che sia stupido. Non stupido in senso spregiativo: stupido che non ci arriva, non ce la fa.
“Dov’è lo scolapasta?” chiede agitato perché deve portarlo velocemente giù, nelle cucine, che sennò la platessa per le crocchette di pesce si sfalda troppo.
“Lì nell’armadio, apri, è in basso”.
“…”
“Apri l’armadio, sul ripiano basso c’è uno scolapasta da 12 kg di capienza”.
“…”
“G. criste d’na madona, disbrojite n’atim, su, dumse da fè!”

G. ha passato molti anni in val Susa, come istruttore di sci. Conosce il piemontese: gli parlo secca e in dialetto e vedo che, come un automa, si china a prendere lo scolapasta. Si ferma un attimo con quel pentolone forato tra le braccia, mi guarda.

“Va nàn, va nàn, to pare al te ciama, allez”.

Il mischio di patois e monferrino lo inchioda definitivamente. Un urlo dalle scale, suo padre lo chiama a squarciagola, lo fa muovere come una mangusta che sente il pericolo all’ultimo istante.

Non è sciocco. Forse neanche stupido. Forse ha una carenza di vitamine, chi lo sa. Forse si ferma a pensare alla bellezza delle parole, oppure a ricordare chissà quali momenti speciali della sua vita, mentre ti fissa stolido. È un poeta, è uno scrittore, è un genio incompreso, lo immagino seduto in veranda, i piedi sulla ringhiera, un sigaro in bocca, il sole che sorge sul fiume paludoso tinto di rosso.

“Io non penso sia scemo. È solo molto timido”.
“Guarda che ho visto il suo profilo su facebook”.
“Be’? Anche io l’ho…”
“Nei dati personali ha scritto che ama sentire l’odore della benzina al mattino”.
“Ah”.

Non è stupido.
Riconosco adesso quella scintilla ferma nel fondo dei suoi occhi.

È Kurtz.

9 Ottobre

# 52 Statuto

Viviamo giorno per giorno.
Senza aspettative. Senza prospettive.
E. allarga le braccia, F. ha uno sguardo imbarazzato. M. è rassegnato.
Li guardo, a chiedere spiegazioni: ma le lotte sindacali? L’orgoglio del lavoratore? La purezza sindacale?

Tutto via, tutto spazzato.

Se domani ti dicessero: togliti la parannanza e vai a pulire le turche degli spogliatoi, tu ti togli la cerata e vai.
La tua arma non è più una molotov, bensì una bottiglia di lisoformio.

Se domani ti dicessero: prendi la scopa e passa tutto il piazzale del parcheggio, tu imbracci la saggina e fai mucchi di foglie secche, pezzi di muschio strappato all’asfalto, mozziconi di sigarette, insetti morti.

Se domani ti dicessero: tu non conti un cazzo, tu non conti un cazzo. Abbassi la testa, lo sguardo, le spalle.

Non so cosa ci abbia portato a questo livello di striusciume indefesso. Dieci, quindici anni fa potevo permettermi ancora di contrattare, sindacare e, comunque, pretendere il rispetto dovutomi come persona e come lavoratore. Sì, mi dai uno stipendio: ma io lavoro, per quei soldi. Non mi paghi perché io respiri aria e basta.
Ora, invece, no. Ringrazi che ti paghino. Ringrazi che ti diano il lavoro. Ringrazi che si ricordino come ti chiami.

Cosa ci ha portati a questo livello di sudiciume infinito? Il televisore? Il cellulare? Il rumeno che diceva sì al posto nostro? Risposte che scalfiscono con graffi di qualunquista populismo le mie certezze. Ho davvero detto sì, vado a pulire il cesso in cambio di un televisore? Abbiamo davvero permesso che la legittima fame di alcuni diventasse l’arma per affamare illegittimamente?

Mi guardano imbarazzati quando chiedo gli orari della prossima settimana.
“Vivremo giorno per giorno” dice piano M.
“Ma siete pazzi? devo restare chiusa in casa in attesa di sapere cosa farò nel pomeriggio, il giorno dopo, sabato?”
“Sì”.

Comprendo, all’improvviso, capisco quelli che ritengono il lavoro una galera.
Non so neanche in che orari apriranno le celle e ci lasceranno fare l’ora d’aria.