| 8 Gennaio |
# 57 Hand in Hand, With a Spoonful of Miracle |
La prima cosa che mi fece capire di non esser destinata a questo posto furono le mani.
Le mani della gente.
Dita schiacciate da presse abusive in garage per stampare ranelle la notte. Unghie scardinate da martelli in cantieri dove il casco protettivo era, è e sempre sarà un miraggio. Pelle dei palmi e delle falangi reticolata da freddo, polvere, calcina, grasso, petrolio.
Non son mani pulite, quelle di questa gente.
Non sono le stesse mani che avevano le persone di campagna dove sono cresciuta nei week-end bucolici affittando una cascina nel Monferrato.
Là vedevi terra, vedevi concime, vedevi vino, vedevi verdura. Non che fossero persone migliori della gente di qua. Forse era solo una visione da bambina che rendeva tutto più poetico, più bello.
Fatto sta che le mani di questa gente mi fa inorridire, gridare di spavento, ritrarre d’orrore: non toccarmi, non indicarmi, non sfiorare l’aria attorno a me.
Mesi fa ho incontrato quella persona che ti fa dire: casa-figli-vecchiaia.
Le sue mani son perfette. Le unghie curate, corte ma non troppo; il polso leggermente velato dalla peluria dell’avambraccio; niente anelli, nessun bracciale, neppure l’orologio. Tutto lo spazio dell’universo per le mie, di mani, nelle sue.
Mi guardavo le unghie, mi chiedevo se non avesse preferito una mia manicure perfetta.
Così son andata, per la prima volta in vita mia, a farmi fare le mani.
Cosa mettiamo? Un bel ROSSO!
Ma anche no.
FUCSIA!
Un qualcosa di trasparente…?
BISOGNA OSARE NELLA VITA!
E sia, osiamo. Va’ va’ che bel bianchiccio perlato. Questo, sì.
Tu non devi toccarmi le dita. Nessuno può, solo lui. Nessuno può sfiorarmi le mani. Nessuno è autorizzato. Solo S. Non salutarmi con dita sudate. Non stritolarmi le ossa. Non infilarmi tra le dita le tue ingioiellate, molli, scarne, tozze, paffute.
Non toccarmi.
Non storcermi le falangi, non rigarmi l’unghia, non piegarmi il pollice, non girarmi il polso.
Non infilarmi anelli, non scivolarmi bracciali, non chiedermi l’ora.
Leggo un libro. Sento la pressione degli ossi delle falangi attraverso la pagina. Odio i fogli in risma. I taglietti sulle cuticole che provocano. Non voglio infilare i biglietti d’auguri nelle buste e sentire la fitta della ferita sui lati dell’unghia. Non farmi infilare cose in scatole di cartone, quando questo si pianta tra carne e sott’unghia.
È inverno. Il freddo apre screpolature che bruciano sotto le creme sempre più grasse, nutrienti, protettive.
È estate. Il sudore si aggrappa al volante infuocato dell’auto, sposto le mani spaventata.
È mattino presto, ma son già cinque ore e mezzo che lavoriamo. Quando siamo entrati le uniche macchine a passare lungo la strada davanti il negozio erano camion di lunga percorrenza. C’è un ora particolare, un po’ prima dell’alba, in cui il freddo svanisce e il sonno mancato si trasforma in vuoto allo stomaco. È la terza mattina che attacchiamo alle quattro e trenta. Sembra impossibile considerare di tornare a orari umani.
La calca, in quella mattinata alle dieci e passa, è inverosimile. Impressionante. Il caldo dell’alito, dei cappotti, dei guanti sovrasta l’odore del pesce. Scioglie il ghiaccio del bancone, persino.
Servo un tizio, che chiede una piovra. Servo un altro, che chiede tonno e platessa. Sbaglio a consegnare i sacchetti, quando tornano dopo aver pagato. Corro a rincorrerli.
Corro.
Scivolo.
Mi aggrappo a un pezzo di ferro che sorregge una mensola, lì affianco.
Corro. Scivolo. Afferro.
Sangue.
Che hai fatto! Cos’è successo! Fai vedere! Togli il guanto!
No. Non lo tolgo. Non voglio vedere. Le mie unghie. I miei polpastrelli. Il sangue. C’è sangue, troppo.
Il 118. Non sento le mie dita. Scoppio a piangere addosso a G., mentre lui mi affonda a forza la mano nel mucchio di ghiaccio che s’arrossa indecentemente. Non sento le mie dita, G. Sono come quella gente, sono segnata, piango dal dolore.
In ospedale aspetto. Sono fasciata d’emergenza. Aspetto. Un vecchio sulla barella accanto la mia russa fragorosamente.
I punti. Sento il filo sotto la carne. Penso a un arrosto.
Mia madre fa la cima. La fa spesso, per il mio patrigno, che è ligure e spesso ha di mangiare cose solo sue. Guardo mia madre cucire la tasca di carne, con il filo bianco e spesso, l’ago enorme.
Sono gente, ora, son quella gente là.
