Archive for Aprile, 2010

28 Aprile

# 64 A Woman Under Influence

La strada è sbagliata.
Correttamente: non è errata, semmai è quella non giusta.
Si allunga, di parecchio, basterebbe andare per la tangenziale. Ma sappiamo tutti cosa accade in tangenziale in certi orari: procedi a passo di lumaca, fai a gara col tuo vicino di corsia. Due macchine avanti, tre macchine indietro. Il tizio nuovo si infila un dito nel naso, meccanico, tanto chi può vederti? Il sensore aumenta e diminuisce il volume dell’autoradio a seconda della velocità. Premo il comando al volante, alzo, è una canzone di quando ero adolescente.
Saltando la tangenziale e il dubbio che t’attanaglia, se siano un euro e dieci oppure uno e quaranta, percorro la città.
Mi stupisco di quanto tempo si impieghi: eppure fino a dodici anni fa la facevo tutti i giorni. Due volte. Andata e ritorno. Col cane nel bagagliaio a ridere nello specchietto retrovisore.
Supero l’incrocio del mio vecchio posto di lavoro. Hanno cambiato i sensi di marcia, nella viuzza scalcinata ora c’è un divieto d’accesso. Alla parallela seguente un senso unico. Proseguo.
Hanno fatto un sottopasso. Seguo la corrente, mi ci inabisso alla folle velocità di una bicicletta arruginita.
Quando è che devo girare? Aspetta. Non mi ricordo. La radio trasmette un altro successo dei miei anni giovanili, ma rifatto in chiave dance. Disco. Dub. Umz umz umz umz. Alla mia destra il deposito dei tram. All’incrocio seguente, a sinistra, il palazzo dove abitavano i miei genitori, novelli sposi. Di nuovo, a destra, il parco dove mi portavano. Le recinzioni son le stesse di allora. Verniciate di verde. Come allora.
Appena fatto il cavalcavia, a destra. Vai avanti. Trovi la rotonda. Segui per il centro commerciale. Parcheggio. Parcheggio, parcheggio, dove parcheggio, vediamo, un po’ più vicino, ecco, uhm, quello, sì.

Appare incredibile la qualità di alcuni di trovar posto praticamente davanti all’ingresso di qualunque posto essi vi si debbano recare. La loro costanza nell’attendere, la loro simmetria nel girare attorno come un branco di squali.
Altrettanto incredibile è come io, invece, abbia la capacità di infilarmi nei posti auto più lontani possibile dagli ingressi.
Carico scarico, parking di riserva, quattro isolati più in là: io ci finisco. E poi scarpino, arranco fino alle porte automatiche. Mi dico sia un modo per fumare l’ultima sigaretta, come una condannata a morte che si inventa un ultimo desiderio incredibile.

Gli ipermercati generano in me una sorta di ansia mista a invidia. So cosa significhi lavorarci. So che la divisa, a un’occhiata superficiale, appare bella lustra mentre in realtà è lurida e strappata. So che i turni sono capestri. So che negli spogliatoi ci si odia. So che le prime due file son ben esposte e le rimanenti messe con odio, negli scaffali.
Se devo chiedere qualcosa mi sento in colpa. Mi scusi. Scusi se la disturbo. Mi potrebbe aiutare?
I negozi satellite sorridono di un’aura malsana di superiorità. Marche improbabili affiancate a grandi firme, le commesse si scrutano e si tengono da parte il capo della taglia giusta.

Devo comperare almeno un paio di cose estive. Son andata via con solo roba invernale. Mettere il maglioncino rosa lungo alle ginocchia oltre che fuori moda sarebbe una pessima idea con le temperature che annunciano l’estate.
Devo prendere almeno un paio di cose. Una camicetta. Una maglietta. Una borsetta.
Trovo tutto in pochissimo tempo, esibisco la mia carta di credito. La. Mia. Carta. Mia. Digito il codice segreto con orgoglio. Pigio il tasto verde, mostro il documento d’identità. Nella foderina, piegata, c’è la ricevuta della richiesta di cambio residenza. Con un bel timbro circolare blu, sopra. Io. Ho il timbro. Blu.

Potrei comperarmi dei calzini.
Oppure cercare ancora una maglietta. Ma quest’anno va di moda il fiorato, sblusato, svasato, gonfiato. Vorrei poter dire che non mi piace, come stile, ma in realtà non ho abbastanza tette per indossarlo.
Potrei comperare un libro. In questo mese e mezzo ho letto circa ventotto libri. L’opera omnia presente in casa di Stephen King. Ho inziato un tomo, foderato di carta lucida blu pavone, sui Savoia. Un libro, mi ci vuole. Voglio. Con le pagine bianche e non giallastre di anni, di sigarette, di polvere.

Avete i Meridiani?
Nel settore Viaggi e Guide Turistiche.

Non spreco a salutare, mentre esco di gran carriera. Magari li assumono anche laureati. In Letteratura. Con la lode. E il bacio accademico. Dovrebbero legarli a tralicci della luce e dar loro un candelotto di dinamite, invece dello stipendio.

Signora? Le borse, prego.
Il tizio all’ingresso dell’altra libreria, computeria, cd e dvd, cazzi e mazzi hi-tech è alto quasi due metri, calvo. Indossa giacca e cravatta, è abbronzato, ai polsi ha molti braccialetti d’argento. Un Saviano da discoteca che mi sigilla i miei preziosissimi acquisti, due camicie e una borsa, quarantotto euro. Gli altoparlanti diffondono un successo di quando ero molto giovane, lo canticchio tra le scansie.

Avete i Meridiani?
Qualcuno.
Pavese?
Controllo, ma non credo lo abbiano mai fatto, per lui.

Per forza, è Einaudi. Nato, vissuto, morto come uno struzzo.
Lo vedo in basso, per sbaglio: due volumi. Li prendo. Assieme ad altri due libri. Un torinese. Un ebreo.

Alle casse l’addetto della sicurezza è diverso. Ha i capelli ricci e neri, un po’ di pancetta. Anche lui in giacca e cravatta, ma senza braccialetti camorristici. Mi fissa, io mi ritrovo davanti alla postazione dei dvd.
E faccio la domanda che ripeto, invano, da quasi un anno: avete questo film?

È fuori catalogo, per questo non lo trova.
Ah. Ecco.
Mi spiace.
Pazienza, lo scaricherò, rispondo sorridendo non tanto per l’atto di pirateria quanto per la connessione che mi ritrovo, a casa: senza adsl, con picchi di 35 kbs se il cielo è limpido, gli stormi di uccelli non volano e un omino telecom ha lucidato il cavo telefonico da me alla centralina degli snodi.

Signora?
Sì?
Che sciocchino che sono: lo abbiamo ristampato proprio noi. Ne ho venti copie.

Mi rimane impresso quel “sciocchino”, mentre lui cerca nei cassettoni delle scorte: immagino una sua gentilezza nei gesti, a cena, coi genitori, mamma prova la mousse alla vaniglia, è buonissima.

Mi porge il dvd. Sento un’ondata, dentro, di paura. Il film rappresenta, più che una storia a me sconosciuta perché non l’ho mai visto, un identificarsi. Se vedi questo film mi impari. Se guardi questo film ti insegno.

Prendo tra le mani la custodia incellofanata e sorrido. So di avere le lacrime agli occhi. Mi giro verso le casse, l’addetto alla sicurezza riccioluto assomiglia a un bancario che ha appena concesso il primo mutuo della sua carriera, mi sorride. Lo guardo senza vederlo, mentre pago i libri e il dvd.

Esco.
Mi accendo una sigaretta che terminerò prima di raggiungere la macchina, parcheggiata nell’angolo più lontano possibile e immaginabile.

17 Aprile

# 63 Running Up That Hill

4:54 a.m.
È ancora buio. Pesto. Però il gallo del pollaio del vicino ci dà già giù di brutto. Bastardo, pensi di essere il primo della classe dei mattinieri. Invece no, siamo in due. Un gallo e una gallina.

5:17 a.m.
Epperò a me scapperebbe la pipì. Eh. Ma se mi alzo, poi, i cani abbaiano e pensano sia ora di colazione. Cazzo. Colazione. Cibo. Mi prende un fiotto di vomito alla gola, al pensiero di mangiare. E mi scappa la pipì. Sento la pancia gonfiarsi inesorabile: ma cos’è, collegato all’apertura degli occhi? Più la vista va a fuoco e più la vescica dà la stura alle dighe? Maledetti cani che non puoi fare una mossa senza far credere loro sia ora dimangiare. Maledetto gallo mattiniero. Maledetti water così lontani dal letto.

06:08 a.m.
Se qualcuno in questa casa si svegliasse e andasse per primo in bagno e facesse casino con l’acqua e si assumesse la responsabilità di interrompere questo silenzio fatto di russare e mobili che si assestano e cani affamati e galli che rompono il cazzo, ecco, gliene sarei grata.

07:30 a.m.
La televisione ripete l’ennesimo rotolo di notizie flash.
Il pontefice ha festeggiato il compleanno, il vulcano ha chiuso gli spazi aerei come durante la guerra. C’è la bomba atomica? Cosa dovete fare se esplode la bomba? Sotto il banco! C’è la bomba! Esplode! Giù per terra! A che ora ti sei alzato? Alle sei e dieci. Ah, non t’ho sentito. Dormivi della grossa. Sì però io sono stufa di stare sul divano letto del soggiorno. Abbi pazienza qualche giorno, dai. Okay; hai sentito il gallo? Sì, canta ogni mattina prima dell’alba. E…? Non è buono da mangiare il gallo. Ah.

08:45 a.m.
Mamma posso andare in bagno? Sei a posto? Posso lavarmi? Posso? Non dirmi che devo fare come a casa mia, io vorrei solo riuscire a fare pipì tranquilla magari fumandomi una sigaretta e guardando la luce della finestra smerigliata. Posso? Mamma? Mamma, esci da quel bagno. Maledizione.

10:51 a.m.
Che c’è da fare? Stiro? Hai qualcosa da stirare? Ti faccio una lavatrice? Potrei levare le ragnatele dal soffitto del garage. Ti spazzo il cortile? Posso cambiare vaso e terra alle piante? No, non ho il ciclo, non mi dirai che credi alla panzana che una donna in quei giorni non deve toccare le piante. E fare il bagno. E lavarsi i capelli. E toccare gli animali. E… Mamma?
Cristosanto, il medioevo. Il medioevo. Posso leggere un libro o pensi si autodistrugga?

11:58 a.m.
Questo libro l’ho letto a 11 anni. Poi a 13. Poi a 17. Poi a 21. Poi a 26. Poi a 34. Poi oggi. Questo libro fa cagare, è noioso, ci sono i trucchi del mestiere scrittorio, è prevedibile e la storia è stupida.

01:03 p.m.
Lavo i piatti? Prometto di non affogare.

01:07 p.m.
Posso stirare? Ti sistemo i vestiti invernali? Pulisco il camino? Uh, metto a posto le vecchie foto! Daidaidài!
Mamma? Questo libro l’ho appena letto mamma. Ti pulisco i quadri con la cipolla tagliata a metà? Oh, che bel libro. Lo leggo, se proprio insisti.

02:25 p.m.
Cani? Questo è un guinzaglio. Io tengo un capo, l’altro lo aggancio al vostro collare. Io cammino, voi mi affiancate. Portamento fiero e marziale. Fate finta di essere dei dobermann nazisti, dimenticate per qualche minuto la vostra origine incrociata, le vostre zampe arcuate, i vostri peli maculati. Su, avanti. Un-dù, un-dù, paa-a-a-sso!

02:26 p.m.
Il fossato no, CAZZO! La pozza di fango no, CAZZO! Le cacche di altri cani no, CAZZO! Il topo morto no, CAZZO! Il gallo no, CAZZ no, aspetta. Il gallo.

03:11 p.m.
Mica ho sonno. Affatto. Anzi. Ti guardo, sono appoggiata sorniona sul cavalletto. Mi hai appena comprata, piangevi quando mi sei salita sul sellino, sono stata una tua piccola conquista. Mi volevi rossa ma ti sei innamorata del mio telaio canna di fucile metallizzato. Centosessantanove euro e qualche centesimo più il cestino e la catena. Montami, se ne hai coraggio. Andiamo fino in paese a prendere le sigarette. Non ti va il giornale? Un bel settimanale di moda e costume. Una fiera delle vanità a un euro e novanta. Potremmo andare fino in farmacia. Stai terminando le pastigline magiche. Vai dal farmacista con la tua ricetta bianca, con su le tue iniziali. Ah, la privacy. Che bella cosa. Un paesello di trecento anime che san tutto di tutti, ma la tua privacy è protetta astutamente da una sigla: B.D. Che ne dici? Guarda che stasera è l’ultima pastiglina magica, e domani è domenica. La farmacia è chiusa. Certo, nella scatola di vimini hai l’occorrente. Il coltellino opium piccolo. Le cartine. Il tagliere per la mescola. Bigliettini da visita selezionati con cura, bianco senza colori impressi. La pellicola che avvolge la stagnola che ricopre la carta che nasconde la resina. Però la sai, la differenza: la pastiglina ti stende subito. La resina ti fa andare con i pensieri. Poi, lo sai: vedi la piazza con i lastroni di marmo bianco. Vedi il porto e i due ponti. Vedi il teatro ellenico e i viottoli malsani. Vedi il prato dove crescono le gerbere. Vedi. Cammini. Ti strappi la testa e lo stomaco. Ti stritoli il cuore e la figa. Montami, andiamo a prendere le pastigline magiche. Andiamo. Lo so che dicono tutti che poi è una droga, che è un’abitudine, che è una scimmia. Ma domani è domenica e le farmacie sono chiuse. Vieni, scappiamo pedalando.

04:00 p.m.
C’è X-Files! C’è X-Files! Perché cambi canale? Tu l’hai già visto ma IO no. L’apocalittica scomparsa del popolo Krinkrokkio dell’isola Krizzikrani nell’arcipelago Kurdulini. Fantastico. Bellissimo. Guarda quando lo ritrasmetteranno, voglio rivederlo, tutto, dall’inizio alla fine.

05:01 p.m.
Mi scende una lacrima sui titoli finali del documentario. Sono commossa.

06:19 p.m.
Mangiamo?

06:28 p.m.
Lavo i piatti?

06:43 p.m.
Quando tramonta il sole?

06:57 p.m.
No, il tg 4 no. Dio delle città, fulminami. Ti prego.

07:00 p.m.
Quasi quasi leggo un libro.

08:44 p.m.
Senti, preparo il divano letto. Tanto, per leggere qua seduta, accartocciata. E questo libro lo so a memoria. Devi andare in bagno? Vado a lavarmi i denti. La faccia. Pipì. La tapparella è abbassata dietro il vetro smerigliato. Il pigiama di flanella. Tanto vale che mi metta comoda. C’è qualche film, stasera? No, grazie, non mi va il caffè. Metti pure quel che vuoi, tanto io non guardo la tv, finisco questo libro. Certo che si allungano le giornate, ora, vero? Pensa, inizia a far buio solo ora. Un mese fa era già notte pesta ed era bella da abbracciare.

08:48 p.m.
Ciao. Sei piccola. Sei azzurra. Sei veleno. Sei salvifica. Sei l’ultima. Domani è domenica, hanno chiuso gli spazi aerei perché è esploso un vulcano, lassù, al nord. Non succedeva dall’ultima guerra. Se esplode la bomba devi nasconderti sotto il banco di scuola, il maestro mima il gesto, bambini in calzoncini e calze al ginocchio eseguono pronti. E se sei per strada, gettati sul marciapiede, fetale. Ti salvi dalla bomba comunista, se ti raggomitoli per terra. Era un bel documentario, quello, è da tanto che non lo trasmettono in tv.
Domani è domenica e non sei andata in paese a far scorta. Prendi l’ultima, tempo un quarto d’ora il cervello si spegne. Sonno. Dormire. Galli nel pollaio che ridono e si gettano sull’aia quando esplode la bomba.

13 Aprile

# 62 My Love Wears Forbidden Colours

Sto bene, sto benissimo.
Davvero.
Certo che potreste telefonarmi, ogni tanto.
Potreste.
Invece son io che, al venerdì, vi telefono.
Come va?
Salutami tutti.
State bene?
Io sto bene.
La prossima settimana? Niente?
Recupero, ferie, vabbe’, poi sistemeremo.

Vesto colori che si dimenticano.
Il bianco si dimentica in fretta.

Come va?
Novità?
Nessuna?
Manco da tre mesi, successo nulla?

Nulla.

La casa implose. Le finestre fecero entrare la sabbia, dentro, la quale coprì i soprammobili dimenticati perché non è che fossero così belli.
Le macchie di cenere delle sigarette rimasero sui tappeti.
C’è dell’acqua che fa un cerchio di calcare sul contenitore della macchinetta del caffè.

Quando posso passare? Devo parlarle di una cosa molto grave.
Ma tu adesso dove sei? Passa sabato.
Sì, sabato mattina vengo.

Aspettami in ufficio, arrivo.
Intanto vado in spogliatoio.

M. mi segue. Chiede. Rispondo.
Prendo due sacchetti abbandonati sul tavolo della stanza dei maschi.
La scatola dell’hard disk esterno, preso durante una pausa pranzo.
Assorbenti, deodorante, la spuma per i capelli.
Magliette. Le salopettes e i camici ben piegati, su una sedia, per chi avrà la mia taglia.
Monete da dieci, venti centesimi scivolate via nei batuffoli di polvere e capelli.
Questi scaldamuscoli di lana li ho dall’età di otto anni. Mi iscrissero a ginnastica artistica, ricevetti una maglietta del comune di Torino. Il quadro svedese, il materasso dove affondavi con violenza. Li metto nell’armadietto di C., lei ha sempre freddo alle gambe.
Le cuffiette. I guanti di cotonina. Questo lo butto. Questo lo tengo. L’accappatoio coi fili tirati, che non asciuga più dopo vent’anni di lavaggi. Gli stivali con scritto B., la mia iniziale. Le ciabattine per uscire dalla doccia, da quando misi il piede male e scivolai all’indietro come nei film muti dove camminano sulle bucce di banana.

Sono spiacente, la carta della lettera mi asciuga i polpastrelli.
Sei sicura di non venire tra una settimana a chiedermi di cambiare idea?
Sì.

In negozio l’odore ti uccide i polmoni.
Che è successo?
Finalmente, per la prima volta in tre anni, posso rispondere: Fatti i cazzi tuoi, F.
Lo dico sorridendo triste, per mitigare la soddisfazione di mandarla affanculo.
Ciao E. Bacio.
Ciao I., bacio.
Ciao M., auguri.
Ciao F., vattene a fare in culo, baciobacio.

A. sta parcheggiando il camion refrigerato. Scende giù facendo la faccia sorpresa, come se non fosse già tutto deciso quando la vigilia di Natale mi son tagliata all’osso le dita, un mese di infortunio, un mese di ferie, un mese di recupero straordinari non pagati.
Tre mesi durante i quali l’imperativo era approfittare del tempo a disposizione per preparare gli scatoloni. Tre mesi dove le abitudini erano dettate dal telefono e dal computer per la mia vita con S. La sera, la cena, scaldata con rifiuto.
A. mi bacia sulle guance, buona fortuna. La sua barba rossiccia mi fa il solletico sulle labbra.

Cosa faccio la prossima settimana?
Hai ancora nove ore da recuperare. È ora di ritornare.

La carta della lettera, in duplice copia, mi accarezza oscena le dita lungo le cicatrici dell’infortunio. Questo è il mio indirizzo. Questi i miei numeri di telefono. Ti farò sapere il nuovo conto corrente. Ti farò sapere. Ti farò sapere.

L’automobile è carica di scatoloni svedesi con su stampigliate le istruzioni per ottenere una perfetta cassa di cartone dal peso massimo trasportabile di trenta chilogrammi.
Infilo a raffica cose inutili, i suoi libri, la rivista con su la sua intervista.
Cd, dvd, calzini, fotografie incorniciate, stacco dal frigorifero calamite prese in giro per il mondo.
Tocco con rammarico il mobile preso per me e lui, un piccolo mobile con decine di piccoli cassetti. La promessa era che li avremmo aperti uno a uno assieme. Porterò via il mobile, ma i cassetti so che non li aprirò mai. Mai.

Durante il viaggio mi fa compagnia l’odore della pescheria che s’è attaccato gommoso ai miei capelli e il pensiero fisso di aver messo assieme le calamite ai dvd. So per certo che mi si cancelleranno tutti i film riversati con noia che non vedrò mai perché S. non ci sarà a guardarli con me.
Perché quando tagli così netto tutti si dispiacciono tanto del tuo dolore ma hanno uno schifo sotterraneo a guardare il giallo del betadine e il nero del filo rappreso di sangue coagulato. E distolgono lo sguardo. Tu ti tagli e tutti se ne vanno. Resta soltanto il dottore, che ti dà qualche medicinale e guarda in sala d’attesa i vecchi speranzosi in una nuova cura.

10 Aprile

# 61 Get Up, Stand Up

Da bambina, un giorno, mi portò in giro per negozi d’arredamento.
C’era da scegliere la cameretta per me: finimmo in zona Corso Rosselli, o corso Orbassano, non so, non son mai riuscita a orientarmi lì, da quelle parti.
Anche se il sabato pomeriggio, i sabati di turno suo, quando ormai la neve per sciare era sciolta ed era ancora troppo freddo per le passeggiate d’alta quota e, comunque, la scuola al mattino era un impedimento a gite, ero sempre in piazza d’Armi a pattinare.
Sui pattini a quattro ruote, rossi, con le fasce regolabili attorno alla scarpa da ginnastica. In rettangolo, uno, due, tre, quattro, prova ad andare all’indietro, no, ho paura, prova, nonono, prova, provo uh guarda c’è ziopadrino uh sono caduta.
Si provava poi anche ad andare sullo sterrato, i sentierini attorno alla pista, e c’era il laghetto artificiale sempre vuoto, la vasca dipinta di un azzurro verdastro sporco fino alla spalletta e poi bianca. Il baracchino delle bibite, in legno, mi piacerebbe avere una cingomma, ma non si può ché fa male ai denti. E poi pattinare - schettinare - fino a casa, incuranti di cartacce, cacche di cane, i buchi, fermati al semaforo sì mi fermo, e i pennoni dello stadio poco lontano e una sera ci fu musica reggae anche se io non sapevo che musica reggae, non sapevo di vedere le luci di uno dei concerti del secolo.
Stand up, give up, e tutte quelle luci che volavano nel cielo e io ero da dietro il tendone del salotto con il divano di vellutino marrone che toglievi i cuscini rigidi, pesanti, tozzi e dormivi.
Che lenzuola usavo? Di che colore? Ricordo solo che per tirare fuori il letto si spostavano una pianta, ficobeniamigno, e il tavolino per appoggiare le tazzine del caffè se c’erano ospiti non abbastanza in confidenza da stare al tavolo della cucina.
Che tovaglie c’erano? Che piatti usavamo? C’era il cucinotto, un po’ nascosto da un mezzo muro, e il televisore così vicino, era luglio e faceva caldo ed era il suo mese di vacanze e si sposavano i due in Inghilterra e aveva quello strascico così bello, così di panna. E la corona in testa. Avevo ricevuto una Barbie, con la coroncina. L’avevo messa a fare la regina degli alieni quando seduta al divano giocavo alla plancia di comando dell’astronave. Questo bracciolo è la barra di velocità, Comandante, più veloce, verso lo spazio.
Com’era quella casa? E i vicini chi erano? Quante persone ho incontrato e continuo a sfiorare per strada?
Quel sabato pomeriggio non andammo a pattinare, non ci sarebbe stato ziopadrino all’improvviso a farmi ciao dai corrimano attorno alla pista.
E ti piace questa? Uh.
E questa? Questa? Questa è ARANCIONE. Questa è bella, ha i cassetti ARANCIONE.

Ti prende un groppo. Una pietra ti si deposita. Dovrei dirti che, ma come faccio. So che dovrei dirtelo, e a me piace tanto quella cameretta con i cassetti ARANCIONE, capperi, è proprio bella, adesso che ci penso c’erano le luci ANCHE arancione al concerto che hanno fatto tutto quel rumore e mi chiedo come glielo hanno detto a quel signore che sarebbe morto di un male brutto? Il male brutto, lo chiamano, è morto di un male brutto: forse era un male arancione, ecco, se ti dicessero: lei ha un male ma è ARANCIONE forse uno si angoscerebbe di meno a dirlo, a comunicarlo, sarebbe più facile.
Glielo dissi la sera quando mi riportò dalla famiglia designata dal tribunale, uno dei due finesettimana a lui riservati era terminato, mi riportò e glielo dissi: scusami ma io non abito con te e allora non posso comperare la cameretta arancione, non ho i soldi.

Glielo dissi in fretta, sperando che una volta fatto il pietrone dallo stomaco si sarebbe sgretolato in biglie leggere.
Invece.
Invece diventò una montagna, come le montagne che mi obbligava a scalare quando io sarei voluta andare a schettinare sui sentieri sterrati e magari provare dei parchi nuovi, anzi, andarci pattinando fino ai parchi che non avevo ancora visto.

Oggi questo pietrisco arancione mi seppellisce e sento le unghie scheggiarsi dal mio uscirne fuori per respirare.
Scusa ma non posso.
Scusa ma non.
Scusa.