Archive for Maggio, 2010

24 Maggio

# 68 Another One Bites The Fennel

Vorrei chiederle: di cosa ti illudi, ancora?
Ma il glaucoma, nonché una recente botta fortuita all’occhio destro, rende il suo sguardo ottuso, bovino.
Già non capisce non sia il caso che prenda due volte di tutto, le tagliatelle al ragù, il coniglio ai peperoni, la rolata col prosciutto, i finocchi impanati, un po’ di formaggio -mac na frisa- e i pasticcini.
Mi si riempe e mi si rivolta e mi si svuota lo stomaco a guardare non tanto come ma quanto mangi.
Dicono sia una pecurialità della vecchiaia. Dicono. A me passa la fame, dico.
Compie ottant’anni e quando dichiara di voler arrivare ai cento il gelo scende tra i piatti sporchi e i bicchieri lavati di vino per festeggiare il suo compleanno.
Che arrivi ai novanta, o ai cento o foss’anche i centocinquanta, mi importa poco: non amo questa donna, mi infastidisce eppoi mi chiama sempre col nome di una delle mie cugine o di mia zia o mia madre. Ci fosse stata una volta, in tutti questi anni, che avesse detto il mio nome giusto al primo colpo. Mai. La cosa dovrebbe far sorridere, invece fa incazzare: è pur sempre tua nonna, dalle un colpo di telefono!
Pronto?
Ciao, sono Barbara.
Ah, sei te, MonicaLauraDeliaLidia?
Vaffanculo, nonna.

Mio nonno era più saggio. Affetto anche lui dalla sindrome di Sparonomiacaso, aveva imparato la tecnica del nomignolo buono per tutte le stagioni. A l’à mangià la cita? Da da ment à la cita. A la cita aj scapa al pisìn. Pijia al maròc pe la cita.
Cita, bambina, comprendeva anche lontane parenti bolognesi che non vedeva da oltre cinquant’anni. Tanto per andar sul sicuro.

Abbiamo tutti un prezzo. Il nostro prezzo è quanto crediamo alle illusioni.
Ci illudiamo di esser belli sia dentro ce fuori, ma soprattutto fuori. Trucchi, parrucchi, vestiario e armamentario.
Ci illudiamo l’amore sia lì pronto ad esplodere, il nostro cavaliere salti a cavallo e ci dica: non m’importa del tuo trucco e neppure del parrucco, amo il tuo barbatrucco e tu mi ami se io rutto.
Ci illudiamo del perdono di chi ci ama, dell’accettazione, ci illudiamo di aver superato quella voglia immensa e collosa di morire in un istante, in silenzio.
L’illusione di aver fatto un buon affare a comperare un paio di scarpe a due giorni dai saldi e la lattuga questa volta non era bagnata.
Ci illudiamo che l’impasto degli hamburger sia fresco di mezz’ora appena e che al ristorante il cuoco abbia cambiato i guanti usa e getta ogni otto minuti.
Illudersi è che lo scrittore famoso abbia speso notti e giorni chino sul libro che ho appena comperato e che l’assemblatore ikea sia stato felice di imballare la libreria che comprerò tra una decina di giorni.
Che prezzo ha l’illusione che tre nipoti femmina abbiano il nome intercambiabile con la propria madre e che l’unico a salvarsi da questa marea di appelli sbagliati sia il nipote maschio che però non vedi e non senti da oltre un anno, perso nelle faide famigliari vecchie di recriminazioni?
L’illusione costa l’ultimo finocchio impanato che giace nella ciotola trovata trent’anni fa in una soffitta a Nizza Monferrato, di ceramica segnata dal craquelé e sporca di minuscole tracce di impanatura.

Se non lo vuole nessuno lo finisco io.

E grazie al cazzo che non lo vuole nessuno, lo stai già addentando.

20 Maggio

# 67 The Adventures of Priscilla, Queen of the T-Bone

Priscilla! Lava questo!
Patrizia, sistema quello!
Pinzimonia, vieni a servire!

Due sono le costanti, di M.: chiederti di fare tre cose contemporaneamente e chiamarti con un nome che inizi per P.

Minchialosai che a militare ci lavavamo una volta alla settimana?
Minchialovedi come piove?
Minchiachestanchezza OOOOOHN OOOOOOOHN OOOOOOOOHN

Due sono le costanti di E.: dire minchia di continuo e fare un verso che pare un raglio d’asino all’improvviso omosessuale.

Le mie di costanti sono perdere la concentrazione quando mi rendo conto di non fumare da oltre cinque ore e spaventarmi se mi parlano all’improvviso. Perché mi perdo in un mondo mio, dove non sto pulendo crosta di carne e altro dal segaossi, non sto tagliando il parma a cazzo di cane, non sto mettendo mediamente un etto in più di quel che m’è stato chiesto di trita da mangiare cruda.

E ci fosse uno schifo di volta che quella dannata mortadella la afferro giusta, quando esce fina fina fina dall’affettatrice.

La mezzena di oggi ha piccole cisti verdastre che fanno abbastanza schifo al tatto: brufoli alieni.

Buongiorno dottore, come sta la sua signora? E i gatti, e questo tempo che non si rimette ancora.

Coscia? Braciole? Sottofiletto?
Non cambia nulla dal pesce alla carne: sempre morbido, fresco, sottile, per bambini e anziani, mi raccomando che sono appena nati, mi raccomando che son malati, mi raccomando che ti raccomando raccomandami raccomandati.

C’è un impianto stereo abbastanza buono, le casse sono dure e i bassi si perdono nella controsoffittatura: la web radio è una bufala, manda le stesse canzoni a rotazione. Però.

Però, la sera, non appena si spengono le luci, si accendono i colori: dub, trip hop, un poco di hard, un pizzico di melodico.
Priscilla vede i guanti da lavare i piatti trasformarsi in mezzo braccio di satin nero, il grembiule di cotone rosso diventa un tubino argento, le crocs a fiori sabot tacco a rocchetto.

Umz umz umz minchia questa spacca di brutto UMZ UMZ UMZ ha suonato il telefono? UMZ UMZ UMZ porcozzzio questa è troppo figa UMZ UMZ IL TELEFONO umz

Lo straccio pesa come me, una volta bagnato, e col manico ho forato un pannello della controsoffittatura. Il secchio sulle ruote, se lo spingi troppo forte, sciaborda acqua saponata ovunque. Almeno copre l’odore della trippa che mi sono rovesciata addosso mentre la mettevo nella bacinella nella cella frigo. Almeno.

Priscilla, sei a posto? UMZ UMZ UMZ
Minchia, hai finito? UMZ UMZ UMZ
Io me ne vado a casa. UMZ UMZ

11 Maggio

# 66 Yeah, Ghost

So raaaigt, fiiils guuud
Canto.
Cosa canti?
Gli Siro Sevn.

In un’altra vita parlavo inglese con svariati accenti. Edmbòro. Neev iourc. In un’altra vita mi vestivo bene. Ascoltavo musica francese.

Ma allora sei stata a niù iòrc?
In pratica no, ma sulla carta sì.
Allora hai il passaporto?
Minchia, ma scherzi? No, a neev iourc io ci sono andata nascosta in una cassa di legno nascosta tra altre tremila, contenenti vestiti cinesi di poliestere.

Curiosi. Gli uomini sono curiosi. Ma mascherano con la rudezza degli spogliatoi dopo la partita di calcetto. Vorrebbero sapere ma mantengono l’aplomb con una puzzetta.
Di tutte le clienti sanno cazzi e mazzi. Poi corrono nel retro del negozio a ridacchiare. Pettegoli con le dita nelle orecchie.

E poi? Dove sei stata?
Ho visto i pesci sotto l’acqua. Ho visto le pietre nascoste tra le rocce. Ho camminato con l’aragosta tra i denti. Sono stata davanti al portone chiuso di Hugo.

Cristina, mi pare Cristina. Il viso con gli occhi tiroidei, il naso e la bocca affogano in mezzo a due guance flaccide.
Maria, devo aver capito Maria, va in palestra e si scopa quello che abita al secondo piano sopra il tabaccaio.
Giovanna può mangiare solo filetto perché lei solo la carne morbida, ha oltre settant’anni. Settanta anni d’inferno, per chi le è stato accanto.
E poi il Tizio Con la Bocca Storta, che chiede un pezzo di bollito con osso e chiede le cose schifose: milza, cervello, polmone, persino gli occhi una volta. La mia faccia s’è stortata ancora di più della sua dall’orrore.

Minchiasiamotroppofighi, vero?
Euuhu, hai voglia.
Ma sai che qui c’è un virus? Sono tutti pazzi.
A me lo dici? Sono scappata da qua undici anni fa, lo so, c’è qualcosa nell’acqua.

Il prosciutto lo vogliono sottile, ma se è troppo sottile non va bene perché si impasta. La fettina la vogliono sottile, ma se è troppo sottile diventa dura e non va bene. I grissini li vogliono sottili ma se lo sono troppo poi si rompono e non è che vada tanto bene.

Adesso mi vendo tutto e mi compro la prosce.
Guarda che comprarla è il meno, è il mantenimento che son cazzi.
Certo che tu sei un’iniezione di fiducia, eh?
E rimorchi solo quelle vecchie. Dammi retta. Prenditi un motorino, così abbassi l’età delle zinne.

La pancia di fuori. Le tette sospinte. Le gambe negli stivali, nude senza calze, bianche venate di blu. Incinte che veleggiano attorno alle carni bianche. La donna della provincia a poco dal centro città non smentisce mai il suo essere cofana fuori e rottame dentro.

Un nome sul pannello di sughero dove attacchiamo gli ordini, con piccoli spilli dalla capocchia di plastica a forma di cuoricino. È lilla fluorescente quello che trattiene il suo. Trenta costine, trenta tomini, venti braciole. Era un uomo corpulento, sui sessanta, che non sta mai zitto? Oppure uno magro, che assomiglia all’ispettore Callaghan? O una tizia segaligna, cagacazzi, con la tipica espressione da budino fatto con il latte di soia? No, né lui né suo padre e neppure sua madre: ritira il tutto una bionda slavata, con gli occhi chiari, il viso fisso in una paresi da botulino, il seno cascante trattenuto da una blusa fiorata da grande magazzino a diciannove euro e novantanove. Il fantasma peggiore della regione non mi si presenta davanti, almeno questa volta. Non rischio di esser presa per il collo attraverso il bancone in una vendetta tardiva di dodici anni.

Ma dove lavoravi prima com’era?
Freddo.
Ma più di qui?
Tra lo zero e il sette gradi.

2 Maggio

# 65 U garzun-a du maxelàa

Carolina si accorge che i suoi capelli non crescono più veloci come una volta. Indisciplinati, ricci, si arrendono alla legge del ricciolo termodinamico da rivista di moda solo per poche ore dopo lo shampoo. Poi, riprendono la loro vita, si fanno i cazzi loro.

Carolina, seduta sul divano con le gambe ripiegate sotto il sedere, una postura che sa pagherà da qui a qualche minuto con crampi, insensibilità e le formiche lungo i polpacci, toglie la mano dalla settimana enigmistica e se la passa sulla nuca, stupendosi che in un solo mese e due settimane siano ancora così corti.
Eppure, un tempo, Carolina si sarebbe ritrovata una criniera leonina il tempo di tre shampoo, quattro pigiate di spuma e una sfarfugliata di vento.

Come si invecchia, Carolina: pochissime rughe, evidenziate solo se sorridi scoprendo i denti, sotto gli occhi, e i vestiti di quando ancora avevi venticinque anni. Che ne dici, Carolina, la buttiamo la maglietta con l’emblema CCCP, la falce e il martello bianchi sbiaditi sul rosso ormai stinto? E questi jeans, strappati malamente sulle cosce, lo infiliamo nel sacco della spazzatura?

Carolina segretamente si compiace di quando non le danno l’età giusta, e dorme abbracciata a un pelouche rosa shocking. Ha un orsetto appoggiato al comodino, affianco a una madonnina di gesso fatta alle elementari per una festa della mamma. Da quanche parte, negli scatoloni ancora da aprire, pieni di soprammobili da sistemare su mensole ancora da comprare, c’è anche un posacenere a forma di foglia. Fatto all’asilo, per la festa del papà. Nella gentilezza delle maestre, le mamme pregano e proteggono, i padri fumano e lavorano.

Carolina ripensa alle settimane passate e si accorge che son state velocemente lente, affaticate, trema ancora al ricordo dei fogli piegati in tre e infilati nelle buste bianche e anonime che saranno state riciclate senza scrupolo.

Carolina odia una cosa: fare pena.
Carolina, quando aveva circa dodici anni, o forse tredici, era seduta sul divano, con le gambe ripiegate sotto il culo mentre leggeva un libro. La signora delle pulizie, nel frattempo, era abbarbicata alla scala e spolverava con intenzione il lampadario del soggiorno e si faceva raccontare di padri che proteggono, madri che fumano e disse solo: mi fai pena.
Carolina avrebbe imparato in seguito, con pietà, che quel mi fai pena non era cattiveria o scherno: la signora, con tre figli e un marito guardia giurata davanti a una banca, provava davvero pena, dolore, pietas.
Ma Carolina sentì le formiche salire dalle gambe alla pancia, infiammare i polmoni, inchiodarsi nella fronte. Per moltissimi anni chiunque le avesse detto, in seguito, o dimostrato di provare pena per lei sarebbe stato eliminato dalla sua vita senza rimorso, anzi, con crudeltà.

Carolina consegna i curricula, mostrando il suo sorriso più dignitoso e la fermezza più cortese: i pescivendoli che incrocia sulla strada guardano golosi la busta intonsa da riciclare al più presto. I supermercati debbono usare le loro, marchiate, e butteranno la sua senza troppi problemi. Contenuto compreso.

Carolina gira per le corsie, chiede dove sia il reparto dei libri e, una volta trovato, rabbrividisce alla sfilza di etichette supersconti offertissime incredibile appiccicate alle copertine. Una miriade di libri stuprati, irregalabili, impresentabili. Carolina sente suonare il suo telefonino e si stupisce che prenda, lì in mezzo a ricettari e guide turistiche e chick-lit.

Carolina fatica a credere di essere richiesta, utile e non oggetto di pena. Abiti vicino, le dice, mi sembra tu abbia una buona esperienza. Carolina porge la mano, gliela stringe, gli dice ci vediamo dopodomani.

Carolina scopre che la mannaia pesa come lei, che il segaossi è pericolosissimo, che la carne di maiale è più scura di quella di vitello, che quella bianca è viscida, appiccicosa e brucia i taglietti sulle dita.

Carolina scopre che il lardo va affettato sull’uno e qualcosa, la mortadella sull’uno, il cotto sull’uno meno un poco e il crudo sul rompimento di coglioni allucinante.

Carolina assaggia pecorino sardo, toma nostrana; sistema sugli scaffali maionese, insaporitori, succo di limone concentrato, gelatina ideale per il prosciutto e uova da mangiare le domeniche d’estate assieme al pane e i grissini stirati.

Carolina indossa un grembiule rosso lungo come lei, indossa un cappellino con la visiera gialla, si mette i jeans sdruciti e un paio di finte crocs colorate di margherite arancioni e rosa e lilla ai piedi, che le distruggono la schiena e rendono doloroso l’arco dei piedi.

Carolina si misura la lunghezza delle ciocche di capelli e poi porta le mani sui calzini e si massaggia la pianta dei piedi lentamente, con soddisfazione, lungo l’arco, per lenirne la pena.