# 65 U garzun-a du maxelàa

Carolina si accorge che i suoi capelli non crescono più veloci come una volta. Indisciplinati, ricci, si arrendono alla legge del ricciolo termodinamico da rivista di moda solo per poche ore dopo lo shampoo. Poi, riprendono la loro vita, si fanno i cazzi loro.

Carolina, seduta sul divano con le gambe ripiegate sotto il sedere, una postura che sa pagherà da qui a qualche minuto con crampi, insensibilità e le formiche lungo i polpacci, toglie la mano dalla settimana enigmistica e se la passa sulla nuca, stupendosi che in un solo mese e due settimane siano ancora così corti.
Eppure, un tempo, Carolina si sarebbe ritrovata una criniera leonina il tempo di tre shampoo, quattro pigiate di spuma e una sfarfugliata di vento.

Come si invecchia, Carolina: pochissime rughe, evidenziate solo se sorridi scoprendo i denti, sotto gli occhi, e i vestiti di quando ancora avevi venticinque anni. Che ne dici, Carolina, la buttiamo la maglietta con l’emblema CCCP, la falce e il martello bianchi sbiaditi sul rosso ormai stinto? E questi jeans, strappati malamente sulle cosce, lo infiliamo nel sacco della spazzatura?

Carolina segretamente si compiace di quando non le danno l’età giusta, e dorme abbracciata a un pelouche rosa shocking. Ha un orsetto appoggiato al comodino, affianco a una madonnina di gesso fatta alle elementari per una festa della mamma. Da quanche parte, negli scatoloni ancora da aprire, pieni di soprammobili da sistemare su mensole ancora da comprare, c’è anche un posacenere a forma di foglia. Fatto all’asilo, per la festa del papà. Nella gentilezza delle maestre, le mamme pregano e proteggono, i padri fumano e lavorano.

Carolina ripensa alle settimane passate e si accorge che son state velocemente lente, affaticate, trema ancora al ricordo dei fogli piegati in tre e infilati nelle buste bianche e anonime che saranno state riciclate senza scrupolo.

Carolina odia una cosa: fare pena.
Carolina, quando aveva circa dodici anni, o forse tredici, era seduta sul divano, con le gambe ripiegate sotto il culo mentre leggeva un libro. La signora delle pulizie, nel frattempo, era abbarbicata alla scala e spolverava con intenzione il lampadario del soggiorno e si faceva raccontare di padri che proteggono, madri che fumano e disse solo: mi fai pena.
Carolina avrebbe imparato in seguito, con pietà, che quel mi fai pena non era cattiveria o scherno: la signora, con tre figli e un marito guardia giurata davanti a una banca, provava davvero pena, dolore, pietas.
Ma Carolina sentì le formiche salire dalle gambe alla pancia, infiammare i polmoni, inchiodarsi nella fronte. Per moltissimi anni chiunque le avesse detto, in seguito, o dimostrato di provare pena per lei sarebbe stato eliminato dalla sua vita senza rimorso, anzi, con crudeltà.

Carolina consegna i curricula, mostrando il suo sorriso più dignitoso e la fermezza più cortese: i pescivendoli che incrocia sulla strada guardano golosi la busta intonsa da riciclare al più presto. I supermercati debbono usare le loro, marchiate, e butteranno la sua senza troppi problemi. Contenuto compreso.

Carolina gira per le corsie, chiede dove sia il reparto dei libri e, una volta trovato, rabbrividisce alla sfilza di etichette supersconti offertissime incredibile appiccicate alle copertine. Una miriade di libri stuprati, irregalabili, impresentabili. Carolina sente suonare il suo telefonino e si stupisce che prenda, lì in mezzo a ricettari e guide turistiche e chick-lit.

Carolina fatica a credere di essere richiesta, utile e non oggetto di pena. Abiti vicino, le dice, mi sembra tu abbia una buona esperienza. Carolina porge la mano, gliela stringe, gli dice ci vediamo dopodomani.

Carolina scopre che la mannaia pesa come lei, che il segaossi è pericolosissimo, che la carne di maiale è più scura di quella di vitello, che quella bianca è viscida, appiccicosa e brucia i taglietti sulle dita.

Carolina scopre che il lardo va affettato sull’uno e qualcosa, la mortadella sull’uno, il cotto sull’uno meno un poco e il crudo sul rompimento di coglioni allucinante.

Carolina assaggia pecorino sardo, toma nostrana; sistema sugli scaffali maionese, insaporitori, succo di limone concentrato, gelatina ideale per il prosciutto e uova da mangiare le domeniche d’estate assieme al pane e i grissini stirati.

Carolina indossa un grembiule rosso lungo come lei, indossa un cappellino con la visiera gialla, si mette i jeans sdruciti e un paio di finte crocs colorate di margherite arancioni e rosa e lilla ai piedi, che le distruggono la schiena e rendono doloroso l’arco dei piedi.

Carolina si misura la lunghezza delle ciocche di capelli e poi porta le mani sui calzini e si massaggia la pianta dei piedi lentamente, con soddisfazione, lungo l’arco, per lenirne la pena.

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