# 09 Di fondo, a fondo
La scorsa settimana una pattuglia di carabinieri mi ferma, mi fa notare che non ho fatto la revisione e mi ritira il libretto di circolazione appioppandomi una multa di ben trecentomila lire.
La punizione vera e propria, scopro oggi, è andare, dopo aver pagato la multa e revisionato l’automobile, all’ufficio immatricolazione, preposto al rilascio vidimato controllato archiviato registrato e ancora timbrato e anche firmato nonché delegato del libretto ritirato.
In questi luoghi, dove anche uno starnuto sembra necessitare di un regolamento interno approvato dalle rappresentanze sindacali e che vive di trucco esagerato di fianco a gilets di lana pettinata alla macchinetta del caffè ogni qualvolta l’impiegato -statale? parastatale? autostradale?- decida di andare in pausa, io mi estranio.
Una volta raccattato il numero del mio turno, il tempo scorre lento e veloce senza che io me ne accorga: assolutamente non penso, non parlo, non guardo, mal che vada cammino fissando poster appesi alle pareti più sporchi e stracci dei muri stessi.
Affianco al termosifone è appoggiato un ragazzo che vedo spesso al venerdì comperare pesce.
Viene con la sua ragazza, spagnola o sudamericana.
Hanno stampato in fronte E-Ras-Mus.
Non sono granché entrambi: lei ha il fascino della straniera, un abbigliamento che definire l’antitesi del coordinato sarebbe una gentilezza, ha un naso adunco in mezzo a due occhi profondissimi. Lui porta i capelli arruffati in dreadlocks, qualche brufolo gli arrossa il collo e la barba. Ha la carnagione chiara, efelidi sparse.
Sono sporchi. Lo capisci da un’aura che si portano addosso, di fare sesso senza preoccuparsi dell’igiene intima prima, di calzini che durano anche tre o quattro giorni, di cottonfioc usati per dipingere motivi etnici e antimodaioli su scatoline di legno peruviano comperate al negozio equo e solidale. Son zozzi e neanche se ne accorgono.
Me ne accorgo io di quanto siano lerci, da quel che comperano. Prendono cefali, triglie, pesce povero e di fondale. Lei assolutamente non vuole che glielo si evisceri. La prima volta che è successo lui le ha chiesto perché. Lei piano ha risposto che si mangia tutto. Lui subito non ha capito cosa significasse tutto. Poi ha compreso. Ed è sbiancato.
Mangiare teste ed intestini a ritmo di nacchere tra un libro di Chomsky e un bastoncino d’incenso deve avergli fatto passar la voglia del vivere fou et libre, almeno lontano da lei.
È appoggiato alla mensola sopra il termosifone, in giacca e cravatta, i dreadlocks ordinatamente imbrigliati sotto un zuccotto di lana che per le dimensioni sembra un missile pronto al lancio. Ha tra le gambe una ventiquattrore, in mano fascicoli e fogli, è certamente lì per conto di un’agenzia automobilistica.�
Non ha preso il numero di turno. Appena nessuno risponde a una chiamata si fionda allo sportello, complimentandosi con l’impiegata per quanto sia furbo ad approfittare di queste occasioni. Sento lei dirgli piano che tirerà le sue pratiche per un bel po’, così dopo potranno prendere un caffè assieme.
