# 16 Tempus fugit sine memoria teneo
Quando termina tutto c’è sempre un piccolo istante in cui ci si dimentica quando il tutto sia iniziato.
Una piccola morte dei neuroni o, più semplicemente, un oblio piacevole che lasci superare l’attimo del distacco dal momento felice.
Una statistica sempre buona da pubblicare nei settimanali pone come dolori maggiori il mal di denti e il parto.
Eppure continuiamo a masticare, a mordere, a passarci il filo interdentale; siamo sempre lì imperterriti a sentire le lenzuola che si arrotolano tra le caviglie, a chiudere gli occhi sollevando le gambe per ottenere l’effetto gravitazionale, ad accarezzare lo stick del test, ad aspettare facendo attenzione alle gengive e i colletti che si scoprono in un dolore terribile, tutto s’annebbia, morfine ed endorfine, svenire e risalire, sudare e respirare.
E dimenticare.
Sempre nei giornali ci spiegano come sviluppiamo qualcosa, quando soffriamo così tanto.
Abbiamo un neurone o una sacchetta di cellule oppure un armadietto di medicinali per dimenticare il male appena subìto.
Così, noi sentiamo un dolore assurdo, folle, terribile, che ci uccide all’istante: vorremmo crollasse il cielo con tutto quello che contiene, stelle, aerei e piccioni, bestemmiamo e odiamo ogni forma vivente nel raggio di ventisei centimetri per, all’improvviso, appena stiamo bene, dimenticarci di cosa abbiamo sofferto.
E torniamo, imperterriti, a lavarci i denti poco e male e a figliare.
Il neurone della dimenticanza ci fa scordare quando e come sia iniziato ciò che ci ha fatto sentire dolore, perché noi si possa ripeterlo, rifarlo, riprovarlo.
Aiuto la cassiera a staccare dai faretti alogeni le decorazioni natalizie.
