# 17 Radio Italia anni sessanta

 La prima cosa che facciamo, entrando in negozio, è accendere la radio.
È una vecchia philips a due piastre, con manopole e levetta per il volume: lurida, ovviamente.
Il capocommesso ha il suo rituale: accende la radio, mette il suo grembiule, infila i guanti di cotone, poi quelli in lattice, prende la cialda del caffè, si leva i guanti, beve il caffè, rimette i guanti, accende le bilance, si toglie i guanti, va a fumare la sigaretta. Nel mentre io cerco una stazione che trasmetta musica e non parlato, qualcosa che vada bene a chiunque, con un volume non eccessivo ma neppure basso, di solito radio di musica italiana anni sessanta. Sebbene nessuno tocchi nulla, il sintonizzatore a rotella e l’antenna siano sempre nella stessa posizione, ogni mattina bisogna cercare.

Trovarti non è possibile.
No, trovarti non è possibile.
Disperazione e gioia mia
tra radio diggei, capitol e via
sperando che non sia radio simpatia
ma sia quel che sia (ma non radio maria…)

Ho i miei compiti, ormai consolidati. Vado a prendere i cassoni della roba avanzata, carico la merce ricevuta nella notte. Il mollame rollato: calamari, anelli di totano, i moscardini, le seppioline, acciughe, sarde, alacce, il lacustre.

Io non so trovar le trote
io le chiedo ma non ho voce.
E mi manca un po’ il respiro
se le trovo che son marce.

Mi piace mettere i filetti disposti a ventaglio, il cartellino a mo’ di impugnatura, oppure a corolla, il prezzo in centro. Anche se è vietato dalle norme igieniche, è bello lasciare il pesce povero nelle cassette di legno, sa di pescatore che sbarca alle quattro del mattino, imbottito di caffè caldo e sonno, gli stivali a sopracoscia che gocciolano, i piedi che dondolano a papera sulla banchina, gli urli all’asta.

Questa del salmone è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il peschereccio che lo vide così bello
lo amò subito e lo surgelò in un cristallo.

Intanto tiro su cartoni di polistirolo ormai vuoti, scivolo sul ghiaccio caduto in terra, controllo i prezzi, recupero filetti nelle celle, pulisco il palombo ancora gelato, lavo e affilo i coltelli, parlo coi colleghi, non ho tempo di sentire il freddo, sistemo i tocchi di tonno e spada, passo l’acqua a terra con la canna e la tiro via, metto sul loro banco i mitili, ogni tanto guardo fuori sul piazzale e ogni volta mi accorgo che il buio del mattino cambia sempre più nel chiaro del giorno. Poco prima di aprire le porte prendo anche io il caffè: mi sfilo i tre strati di guanti mentre l’acqua passa attraverso la cialda, zucchero, palettina. Puntualmente mi chiamano: ci sono sempre almeno quattro clienti, tutti pensionati e rompicoglioni, che se non comperano entro le nove non sono contenti. Come se il pesce delle otto e trenta fosse diverso da quello delle diciassette.

vedrai, vedrai
vedrai che un altro lo berrai�
forse non sarà domani
ma per la mezza lo berrai�
vedrai, vedrai�
farai un’altra pausa, sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che lo berrai.