# 02 Di Prima

C’è chi nasce col mestiere nelle mani. Lo vedi, dai movimenti. Da come uno fa, si sposta, dice.
Io, per mio, credevo di voler essere una cosa. E poi mi son ritrovata a fare questo. E quello.
Massimo mi chiede: che mestieri hai fatto, prima?
E sto per rispondere.
Enotecara. Logistica. Tintometrista. Nell’ordine, discendente.
Poi, ho visto i peli sul suo braccio abbronzato, che ricrescevano, ispidi. Come quandi ti radi l’inguine e il rasoio scivola troppo in là. E dopo poco tempo ti ritrovi i pelucchi forare la trama delle mutandine.
Sono campione di bodibiuildin, mi dice. In effetti è basso, tozzo. Grasso, pare, ma non lo è.
Cambio l’elenco.
Ho venduto vino. Sono stata anni in un ipermercato. Ho venduto smalti e vernici.
Mi guarda, ah, con quelle Agenzie Internali.
No, no, quasi sorrido. Riesco persino a sentire le iniziali maiuscole, da come pronuncia Agenzia Internali, spostando intanto casse e carrelli.

No, no. Erano lavori regolari.

Come se fosse normale, se cambi lavoro, essere merce di scambio di un’Agenzia Internale.

Ed in effetti, fino al duemilauno, forse avrei pensato lo stesso anche io, di chi cambiava troppo spesso lavoro.

Mi trovarono un ragazzo, quando vendevo smalti e vernici e facevo la tintometrista. Sergio, mi pare.
Telefonava ogni giorno alla sua Agenzia Internale. Mi magnificava tale vita di cambiamenti, spostamenti, appuntamenti. Mi diceva di un sei mesi fatti come cuoco in un  ristorante indiano a Londra. Parlava a ruota, mentre anche io spostavo carrelli e casse e latte di vernici. E coloravo, creando pervinca e magenta, terre di siena e aranci profondi. Avevo il mestiere nelle mani, il mio movimento valeva le sue parole. Lui parlava, io lavoravo.

L’ho licenziato dopo due giorni.

Esco dallo spogliatoio, veloce, per correre a casa a sfregarmi via l’odore di lavoro.
Per uscire si passa, in barba alla privacy e a tutte le normative possibili ed immaginabili, dallo spogliatoio maschile. Batto sullo stipite della porta col cellulare, giusto per.
E attraverso.
Massimo è in slip bianchi, si osserva dall’alto del suo collo. Lo saluto, vado alla macchina.