10 Aprile

# 61 Get Up, Stand Up

Da bambina, un giorno, mi portò in giro per negozi d’arredamento.
C’era da scegliere la cameretta per me: finimmo in zona Corso Rosselli, o corso Orbassano, non so, non son mai riuscita a orientarmi lì, da quelle parti.
Anche se il sabato pomeriggio, i sabati di turno suo, quando ormai la neve per sciare era sciolta ed era ancora troppo freddo per le passeggiate d’alta quota e, comunque, la scuola al mattino era un impedimento a gite, ero sempre in piazza d’Armi a pattinare.
Sui pattini a quattro ruote, rossi, con le fasce regolabili attorno alla scarpa da ginnastica. In rettangolo, uno, due, tre, quattro, prova ad andare all’indietro, no, ho paura, prova, nonono, prova, provo uh guarda c’è ziopadrino uh sono caduta.
Si provava poi anche ad andare sullo sterrato, i sentierini attorno alla pista, e c’era il laghetto artificiale sempre vuoto, la vasca dipinta di un azzurro verdastro sporco fino alla spalletta e poi bianca. Il baracchino delle bibite, in legno, mi piacerebbe avere una cingomma, ma non si può ché fa male ai denti. E poi pattinare - schettinare - fino a casa, incuranti di cartacce, cacche di cane, i buchi, fermati al semaforo sì mi fermo, e i pennoni dello stadio poco lontano e una sera ci fu musica reggae anche se io non sapevo che musica reggae, non sapevo di vedere le luci di uno dei concerti del secolo.
Stand up, give up, e tutte quelle luci che volavano nel cielo e io ero da dietro il tendone del salotto con il divano di vellutino marrone che toglievi i cuscini rigidi, pesanti, tozzi e dormivi.
Che lenzuola usavo? Di che colore? Ricordo solo che per tirare fuori il letto si spostavano una pianta, ficobeniamigno, e il tavolino per appoggiare le tazzine del caffè se c’erano ospiti non abbastanza in confidenza da stare al tavolo della cucina.
Che tovaglie c’erano? Che piatti usavamo? C’era il cucinotto, un po’ nascosto da un mezzo muro, e il televisore così vicino, era luglio e faceva caldo ed era il suo mese di vacanze e si sposavano i due in Inghilterra e aveva quello strascico così bello, così di panna. E la corona in testa. Avevo ricevuto una Barbie, con la coroncina. L’avevo messa a fare la regina degli alieni quando seduta al divano giocavo alla plancia di comando dell’astronave. Questo bracciolo è la barra di velocità, Comandante, più veloce, verso lo spazio.
Com’era quella casa? E i vicini chi erano? Quante persone ho incontrato e continuo a sfiorare per strada?
Quel sabato pomeriggio non andammo a pattinare, non ci sarebbe stato ziopadrino all’improvviso a farmi ciao dai corrimano attorno alla pista.
E ti piace questa? Uh.
E questa? Questa? Questa è ARANCIONE. Questa è bella, ha i cassetti ARANCIONE.

Ti prende un groppo. Una pietra ti si deposita. Dovrei dirti che, ma come faccio. So che dovrei dirtelo, e a me piace tanto quella cameretta con i cassetti ARANCIONE, capperi, è proprio bella, adesso che ci penso c’erano le luci ANCHE arancione al concerto che hanno fatto tutto quel rumore e mi chiedo come glielo hanno detto a quel signore che sarebbe morto di un male brutto? Il male brutto, lo chiamano, è morto di un male brutto: forse era un male arancione, ecco, se ti dicessero: lei ha un male ma è ARANCIONE forse uno si angoscerebbe di meno a dirlo, a comunicarlo, sarebbe più facile.
Glielo dissi la sera quando mi riportò dalla famiglia designata dal tribunale, uno dei due finesettimana a lui riservati era terminato, mi riportò e glielo dissi: scusami ma io non abito con te e allora non posso comperare la cameretta arancione, non ho i soldi.

Glielo dissi in fretta, sperando che una volta fatto il pietrone dallo stomaco si sarebbe sgretolato in biglie leggere.
Invece.
Invece diventò una montagna, come le montagne che mi obbligava a scalare quando io sarei voluta andare a schettinare sui sentieri sterrati e magari provare dei parchi nuovi, anzi, andarci pattinando fino ai parchi che non avevo ancora visto.

Oggi questo pietrisco arancione mi seppellisce e sento le unghie scheggiarsi dal mio uscirne fuori per respirare.
Scusa ma non posso.
Scusa ma non.
Scusa.

23 Marzo

siam due polpetti e nulla mai ci separerà

mai mai mai

17 Marzo

# 59 Di angeli vestiti di cappotti rossi coi bottoni

Sa, lunedì mio figlio ha avuto un incidente. È stato male. Forse muore.

Ricordo ci fermammo tutti, chi col coltello chi con l’aria in mano, a fissarla increduli. Scioccati potesse, un’estranea, dirci una cosa simile.

Lei, mesta, piccola, stretta nel suo cappotto rosso coi bottoni troppo grandi, aveva piegato la testa un po’ a lato, come a scusarsi e prendere fiato.

Sa, non so se abbia qualcosa lui. Una malattia, o se l’ho abbracciato male. I carabinieri hanno scritto delle cose, io l’ho letto ma non ho capito. Ora è su al Manzoni, ad aspettare. Anche noi aspettiamo. Io aspetto. Solo che dobbiamo mangiare, e son scesa giù dalla strada, e ho seguito il marciapiede e son entrata qui. Sa, mio figlio forse è morto, però dobbiamo mangiare.

Non l’ho servita io. Ero immobile. Ricordo di aver sentito una punta di dolore all’alluce destro: mi ero tagliata male l’unghia e la carne batteva contro lo stivale. Camminavo con le dita del piede rincagnate, il peso in una zoppìa creata ad arte.

Sa, mio figlio adesso è su, c’è mio marito con lui. E i parenti.  Io ho letto cosa hanno scritto i carabinieri e anche il dottore, che lo abbiamo chiamato subito, lunedì mattina, quando ha smesso di respirare. Ma non ho capito cosa c’è scritto. Anche l’infermiera mi ha detto vada a mangiare qualcosa.

Era piccola. Coi capelli corti e spettinati. Gli occhiali. Aveva un cappotto rosso fuoco. Non la servii io, neppure E. o I. Forse M. Solo F. riuscì a dirle qualcosa, quando col sacchetto e un po’ di sogliola impacchettata andò da lei alla cassa, a pagare.

F. poi ne lesse sui giornali. Di quel bambino così piccolo, neanche un anno. Non ricordo cosa ci disse, del perché, solo che era Così Bello: tutti i bambini di quasi un anno sono belli come angeli.

Qualche mese dopo, trovai lo stesso cappotto rosso, in saldo.
Lo comprai.
Dieci giorni dopo lo vidi ulteriormente ribassato di prezzo.

4 Marzo

# 58 The cat came back

Di questi mesi mi rimarranno poche cose: l’indolenza, il giorno dopo, il sonno.
La certezza di aver sprecato mesi durante i quali avrei potuto fare miriadi di cose: scrivere in inglese, scrivere disegnando, scrivere. Ma non l’ho fatto.

Scrivere non è semplice. È di quei lavori che lasciano negli occhi altrui un misto di invidia e disprezzo, al tg mostrano precari sui tetti e statistiche d’affluenza alla caritas, e tu? Scrivi. E passi le giornate nell’indolenza. L’indolenza si sostituisce allo scrivere. Scrivi d’indolenza.

In questi mesi - due? Quasi tre? - hai demandato con indolenza parecchie cose: le tende, i tappeti, i mobiletti della cucina, la tovaglia di Natale ancora da stirare, le ragnatele sui libri di cucina sulla mensola in alto a destra vicino alla portafinestra, di fronte ai mobiletti della cucina, accanto alla portafinestra con la tenda da lavare e stirare assieme alla tovaglia natalizia.
Con indolenza, il Natale poi torna, ci penseremo tra dieci mesi circa. Nove.

Nove è il quantitativo di mesi necessari a nascere. Può accadere anche a otto, volendo a sette, a sei no ché son problemi. A dieci no, ché son problemi peggiori. Nascere con indolenza. Ecco, forse io son nata di dieci mesi, con calma, con rimando, faccio domani, esco domani. Non son mica programmata con il planning. Planner, come si dice. Non son mica un robot. Son lenta.

Eppure, fino a qualche anno fa mica ero così. Oppure son ricordi indolenti, lenti, trascinanti, ero così ma intanto facevo e allora mi viene in mente d’esser stata attiva, altroché, mica come adesso. Mica come mercoledì.

Alle undici del mattino ho già fuori dagli occhi il mobile del soggiorno: son cinque ore che, seduta sul divano a fronte, lo guardo. Nessun cambiamento. Nessuna variazione. Immobile. Alle undici e qualche minuto suona il telefono e mi infastidisce perché è faticoso, così faticoso pigiare il tasto di chiamata.

Come staaaaaaaaaaaai?
Eh.
Come vaaaaaaaaaa?
‘Nsomma.
Oggi ci seeeeeeeeei, puoi venire oggi pomeriiiiiiiiiiggio?

A quel punto una furia cieca mi sommerge, mi trascina, mi affoga.
All’improvviso, una violenta ondata d’adrenalina mi smuove la mascella, l’odio mi copre da testa a piedi e mi riempie di una forza inusitata, inaspettata, la stessa che cerca di far capolino da due mesi -tre? - a fatica, indolente

Ma porcodiquelcazzo, ma che, si fa andare al lavoro così all’improvviso, senza avvertire prima? Va be’, va’ dai, vengo, alle tre e mezza son lì, ma porcoschifodiquelcazzomaledetto, che vizio di schifo che avete, chiamare la gente così all’ultimo!

Poi, fisso il mobile. Con calma. Lentamente. Piego le gambe sul divano, mi raggomitolo. Punto la sveglia del cellulare a un’ora prima di entrare in negozio. Per fare le cose lente, indolenti.

8 Gennaio

# 57 Hand in Hand, With a Spoonful of Miracle

La prima cosa che mi fece capire di non esser destinata a questo posto furono le mani.
Le mani della gente.
Dita schiacciate da presse abusive in garage per stampare ranelle la notte. Unghie scardinate da martelli in cantieri dove il casco protettivo era, è e sempre sarà un miraggio. Pelle dei palmi e delle falangi reticolata da freddo, polvere, calcina, grasso, petrolio.

Non son mani pulite, quelle di questa gente.
Non sono le stesse mani che avevano le persone di campagna dove sono cresciuta nei week-end bucolici affittando una cascina nel Monferrato.
Là vedevi terra, vedevi concime, vedevi vino, vedevi verdura. Non che fossero persone migliori della gente di qua. Forse era solo una visione da bambina che rendeva tutto più poetico, più bello.
Fatto sta che le mani di questa gente mi fa inorridire, gridare di spavento, ritrarre d’orrore: non toccarmi, non indicarmi, non sfiorare l’aria attorno a me.

Mesi fa ho incontrato quella persona che ti fa dire: casa-figli-vecchiaia.
Le sue mani son perfette. Le unghie curate, corte ma non troppo; il polso leggermente velato dalla peluria dell’avambraccio; niente anelli, nessun bracciale, neppure l’orologio. Tutto lo spazio dell’universo per le mie, di mani, nelle sue.
Mi guardavo le unghie, mi chiedevo se non avesse preferito una mia manicure perfetta.
Così son andata, per la prima volta in vita mia, a farmi fare le mani.

Cosa mettiamo? Un bel ROSSO!
Ma anche no.
FUCSIA!
Un qualcosa di trasparente…?
BISOGNA OSARE NELLA VITA!
E sia, osiamo. Va’ va’ che bel bianchiccio perlato. Questo, sì.

Tu non devi toccarmi le dita. Nessuno può, solo lui. Nessuno può sfiorarmi le mani. Nessuno è autorizzato. Solo S. Non salutarmi con dita sudate. Non stritolarmi le ossa. Non infilarmi tra le dita le tue ingioiellate, molli, scarne, tozze, paffute.

Non toccarmi.

Non storcermi le falangi, non rigarmi l’unghia, non piegarmi il pollice, non girarmi il polso.
Non infilarmi anelli, non scivolarmi bracciali, non chiedermi l’ora.

Leggo un libro. Sento la pressione degli ossi delle falangi attraverso la pagina. Odio i fogli in risma. I taglietti sulle cuticole che provocano. Non voglio infilare i biglietti d’auguri nelle buste e sentire la fitta della ferita sui lati dell’unghia. Non farmi infilare cose in scatole di cartone, quando questo si pianta tra carne e sott’unghia.

È inverno. Il freddo apre screpolature che bruciano sotto le creme sempre più grasse, nutrienti, protettive.
È estate. Il sudore si aggrappa al volante infuocato dell’auto, sposto le mani spaventata.

È mattino presto, ma son già cinque ore e mezzo che lavoriamo. Quando siamo entrati le uniche macchine a passare lungo la strada davanti il negozio erano camion di lunga percorrenza. C’è un ora particolare, un po’ prima dell’alba, in cui il freddo svanisce e il sonno mancato si trasforma in vuoto allo stomaco. È la terza mattina che attacchiamo alle quattro e trenta. Sembra impossibile considerare di tornare a orari umani.
La calca, in quella mattinata alle dieci e passa, è inverosimile. Impressionante. Il caldo dell’alito, dei cappotti, dei guanti sovrasta l’odore del pesce. Scioglie il ghiaccio del bancone, persino.
Servo un tizio, che chiede una piovra. Servo un altro, che chiede tonno e platessa. Sbaglio a consegnare i sacchetti, quando tornano dopo aver pagato. Corro a rincorrerli.

Corro.

Scivolo.

Mi aggrappo a un pezzo di ferro che sorregge una mensola, lì affianco.

Corro. Scivolo. Afferro.

Sangue.

Che hai fatto! Cos’è successo! Fai vedere! Togli il guanto!

No. Non lo tolgo. Non voglio vedere. Le mie unghie. I miei polpastrelli. Il sangue. C’è sangue, troppo.

Il 118. Non sento le mie dita. Scoppio a piangere addosso a G., mentre lui mi affonda a forza la mano nel mucchio di ghiaccio che s’arrossa indecentemente. Non sento le mie dita, G. Sono come quella gente, sono segnata, piango dal dolore.

In ospedale aspetto. Sono fasciata d’emergenza. Aspetto. Un vecchio sulla barella accanto la mia russa fragorosamente.

I punti. Sento il filo sotto la carne. Penso a un arrosto.

Mia madre fa la cima. La fa spesso, per il mio patrigno, che è ligure e spesso ha di mangiare cose solo sue. Guardo mia madre cucire la tasca di carne, con il filo bianco e spesso, l’ago enorme.

Sono gente, ora, son quella gente là.

6 Dicembre

# 56 Se Non Ci Vediamo Più Buon Natale

E così, in silenzio e senza troppo agitarsi, è di nuovo Natale.
Lo sai quando E. sparisce in magazzino, quello piccolo, la porta dopo lo spogliatoio nostro, e ne riemerge sporca di polvere e con scatoloni smossi più grossi di lei.
Scatoloni che riconosci subito perché, come il Natale stesso, non cambiano mai.
Gli angoli son arrotondati, vedi sbavature di acqua asciugata che arricciano il cartone accoppiato, la scritta col pennarello è ormai sbiadita.

               Decoraz            NATA

Le misure, le proporzioni, tutto viene schiacciato in boa di lamé e carte argentate straccionate: piccoli bambini nudi affianco a palle di resina gigantesche; muschi sfatti che si sbriciolano su babbi natale fissi nei loro stivali neri.
E. ha gli occhi lucenti, ride, la vedi che si diverte, addobba il ficus beniamino che sta morendo di freddo con fiocchi dorati e spezza le foglie ormai arrotolate su sé stesse con decorazioni di gesso pesantissime.
M. mangia di nascosto pezzi di branzino scongelato e ricongelato e scongelato di nuovo, si riempe la bocca e dà indicazioni su dove sistemare le scritte d’auguri.

“Attacca questa palla sopra la bilancia”.

Il senso dell’umorismo è l’unica cosa che non si surgela, in questo posto: attaccare una palla di vetro a un piantone alto un metro e novanta per chi, come me, è meno di uno e sessanta è uno scherzo. Crudele.

Salgo sul bancone, affondo i piedi nel ghiaccio e all’improvviso mi sento, io sento, io so, io ora so cosa vuol dire.

Sono sul bancone del ghiaccio, potrei scivolare, batter la testa e addormentarmi.
Potrei scivolare e adagiarmi senza vita accanto agli scampi della Norvegia che mi guardano invidiosi.

Ma con un salto aggancio la palla al piantone, atterro sui cristalli di ghiaccio che si compattano sotto il carrarmato degli stivali e nulla è accaduto, nulla è successo, non son caduta, non mi si è sfondata la testa contro lo spigolo, non ho frantumato la faccia addosso i vetri, non sono morta, non ho un cartellino sulla fronte con prezzo e regione di pesca e il codice di battitura in bilancia.

Sono viva ed è Natale.

24 Novembre

# 55 Il Sonno della Ragione

Son così stanca, amoremio, così stanca.
Sì, lo so, non dovrei: son in ferie da un mese, ormai.
No, amoremio, non mi far pensare a chi lavora dodici ore al giorno e la pausa pranzo la trascorre seduto azzannando un panino mentre fa scorrere dati sullo schermo di un computer.
Son stanca. Stanchissima.
Oh, no, no: non è giusto, amoremio, dirmi di chi lavora nei cantieri edili, oppure lucida pavimenti, o piuttosto vende merce all’aperto con qualunque tempo infuri sulla sua testa.

Smettila di dirmi che è solo il primo giorno dopo una lunga pausa: non m’interessa di esser stata negli statiuniti, non m’interessa di aver la pelle splendente, non m’interessa.

Guarda come sono stanca, amoremio, guarda: le mani mi si muovono lente, gli occhi mi si appannano, i piedi si trascinano.
E no, amoremio, no, davvero: non m’importa di chi cerca disperato questa mia vita, questo 27 del mese così necessario.

Amoremio, io ora salgo sul bancone, mi distendo sul ghiaccio e dormo un po’ accanto al gronco con l’amo ancora impiantato tra le fauci.

Dormo solo un po, amore mio, mi riposo solo un po’.

14 Novembre

# 54 Quaglie in Bermuda

La spiaggia è solitaria, da cartolina, da catalogo di vacanze.
La sabbia è un tritume finissimo di conchiglie e coralli e poggia su acqua che imbeve tutto. Tu poggi un piede e ti senti affondare in una piccola voragine bianco rosata da cui emergono pezzetti di barriera corallina.
Sullo sfondo delle palme sfrangiate, degli ammassi di rovi come oleandri, come rosmarini. Dietro te delle rocce laviche, davanti a te l’acqua oceanica.

Sembra persino finto.

Cammino a rincorrere una piccola quaglia che non si decide a volar via ma si allontana isterica prima che l’ondata l’investa.
Papereggia verso l’acqua, becchetta qualcosa, si allontana senza bagnarsi, mentre la schiuma mi investe il bordo del prendisole.

Credo sia tutto finto.  Credo sia tutto finto! urlo. Da dietro alcuni scogli s’affacciano due teste ricce: son due ragazzi che compaiono mano nella mano. Un lui ha una maglietta bianca, l’altro lui ha un cappellino nero. Maglietta bianca fa alcuni balzi come la quaglia di mare, salta sulla battigia senza farsi toccare dalla schiuma. Cappellino nero affoga le sue caviglie così come me.

Non ci posso credere! mi urla di rimando Cappellino nero.

Appunto, dicevo io, è finto, non ci son pesci nell’acqua.
Solo quaglie, e non nuotano neppure.

23 Ottobre

# 53 La Benzina Costa Meno del Napalm

Oggi ha fatto il pazzo, G.
Rideva, faceva le smorfie alle spalle di chi perculava. Faceva allegria vederlo per una volta non imbronciato, il viso era finalmente quello di un giovane ventisettenne che fatica la sua giornata, stretto nei giacconi e nei pantaloni da sci ormai sporchi.

Di solito è triste. Oppure assorto. Almeno, così pare. Ma, se hai tempo, scorgi nei suoi occhi l’assenza di qualcosa.

La prima cosa che pensi è che sia stupido. Non stupido in senso spregiativo: stupido che non ci arriva, non ce la fa.
“Dov’è lo scolapasta?” chiede agitato perché deve portarlo velocemente giù, nelle cucine, che sennò la platessa per le crocchette di pesce si sfalda troppo.
“Lì nell’armadio, apri, è in basso”.
“…”
“Apri l’armadio, sul ripiano basso c’è uno scolapasta da 12 kg di capienza”.
“…”
“G. criste d’na madona, disbrojite n’atim, su, dumse da fè!”

G. ha passato molti anni in val Susa, come istruttore di sci. Conosce il piemontese: gli parlo secca e in dialetto e vedo che, come un automa, si china a prendere lo scolapasta. Si ferma un attimo con quel pentolone forato tra le braccia, mi guarda.

“Va nàn, va nàn, to pare al te ciama, allez”.

Il mischio di patois e monferrino lo inchioda definitivamente. Un urlo dalle scale, suo padre lo chiama a squarciagola, lo fa muovere come una mangusta che sente il pericolo all’ultimo istante.

Non è sciocco. Forse neanche stupido. Forse ha una carenza di vitamine, chi lo sa. Forse si ferma a pensare alla bellezza delle parole, oppure a ricordare chissà quali momenti speciali della sua vita, mentre ti fissa stolido. È un poeta, è uno scrittore, è un genio incompreso, lo immagino seduto in veranda, i piedi sulla ringhiera, un sigaro in bocca, il sole che sorge sul fiume paludoso tinto di rosso.

“Io non penso sia scemo. È solo molto timido”.
“Guarda che ho visto il suo profilo su facebook”.
“Be’? Anche io l’ho…”
“Nei dati personali ha scritto che ama sentire l’odore della benzina al mattino”.
“Ah”.

Non è stupido.
Riconosco adesso quella scintilla ferma nel fondo dei suoi occhi.

È Kurtz.

9 Ottobre

# 52 Statuto

Viviamo giorno per giorno.
Senza aspettative. Senza prospettive.
E. allarga le braccia, F. ha uno sguardo imbarazzato. M. è rassegnato.
Li guardo, a chiedere spiegazioni: ma le lotte sindacali? L’orgoglio del lavoratore? La purezza sindacale?

Tutto via, tutto spazzato.

Se domani ti dicessero: togliti la parannanza e vai a pulire le turche degli spogliatoi, tu ti togli la cerata e vai.
La tua arma non è più una molotov, bensì una bottiglia di lisoformio.

Se domani ti dicessero: prendi la scopa e passa tutto il piazzale del parcheggio, tu imbracci la saggina e fai mucchi di foglie secche, pezzi di muschio strappato all’asfalto, mozziconi di sigarette, insetti morti.

Se domani ti dicessero: tu non conti un cazzo, tu non conti un cazzo. Abbassi la testa, lo sguardo, le spalle.

Non so cosa ci abbia portato a questo livello di striusciume indefesso. Dieci, quindici anni fa potevo permettermi ancora di contrattare, sindacare e, comunque, pretendere il rispetto dovutomi come persona e come lavoratore. Sì, mi dai uno stipendio: ma io lavoro, per quei soldi. Non mi paghi perché io respiri aria e basta.
Ora, invece, no. Ringrazi che ti paghino. Ringrazi che ti diano il lavoro. Ringrazi che si ricordino come ti chiami.

Cosa ci ha portati a questo livello di sudiciume infinito? Il televisore? Il cellulare? Il rumeno che diceva sì al posto nostro? Risposte che scalfiscono con graffi di qualunquista populismo le mie certezze. Ho davvero detto sì, vado a pulire il cesso in cambio di un televisore? Abbiamo davvero permesso che la legittima fame di alcuni diventasse l’arma per affamare illegittimamente?

Mi guardano imbarazzati quando chiedo gli orari della prossima settimana.
“Vivremo giorno per giorno” dice piano M.
“Ma siete pazzi? devo restare chiusa in casa in attesa di sapere cosa farò nel pomeriggio, il giorno dopo, sabato?”
“Sì”.

Comprendo, all’improvviso, capisco quelli che ritengono il lavoro una galera.
Non so neanche in che orari apriranno le celle e ci lasceranno fare l’ora d’aria.